Frate Umile e Antonio Filippi

l servo di Dio frate Umile da Paterno visse durante il principato di Marcantonio Colonna, il vincitore della battaglia di Lepanto. Frate Umile fu uno dei primi giovani che profumarono l’aiuola della nuova provincia abruzzese dell’ordine dei. Cappuccini, col fervore e con la sua purezza angelica (1).Essendo questo giovane virtuoso colpito da grave malattia, si levò improvvisamente dal letto e, inginocchiatosi in terra, disse ai frati che lo assistevano: « Piegate, o fratelli, pìegate tutti le ginocchia davanti alla Beata Vergine che se ne viene vestita di gloria; eccola presente, ecco la Madre di Dio ». Così dicendo, con gran giubilo il suo spirito purissimo volava al cielo tra le braccia della Vergine.Nello stesso tempo frate Francesco da Castelvecchio, sacerdote di santa vita, anch’egli infermo, cominciò ad esclamare:« Aspettami, aspettami, frate Umile, che ce ne andremo insieme ». Prostratosi in ginocchio, stendendo le braccia al crocifisso, volava a raggiungere frate Umile al Paradiso.
Questo avveniva il lo maggio 1580, nel convento cappuccino di Torano (2).

Il lo agosto 1584 moriva Marcantonio Colonna, all’età di quarantanove anni, probabilmente avvelenato, perché ingiustamente sospettato per alcuni suoi incontri con i Turchi, quando era viceré di Sicilia. Gli successe il nipote che si chiamava pure Marcantonio ed era in età molto giovane. L’unica noia per gli abitanti della contea, al tempo di costui, fu causata dalle scorrerie del famoso bandito Marco Sciarra, il quale, ben protetto dai boschi delle montagne di Luco, Trasacco, Collelongo e Villavallelonga, mise sottosopra tutto il ducato, depredando e saccheggiando, fino a quando l’intera banda fu catturata e annientata (3). Al tempo di Marcantonio II, fiorì l’insigne avvocato Antonio Filippi da Paterno, la cui fama riempì tutta l’Italia (4). Morendo nell’anno 1596, fu seppellito nella chiesa di S. Pietro in Albe con questa iscrizione che ancora oggi si può leggere vicino all’altare maggiore:

D.O.M.
POST MULTAS ET VARIAS IN
PRAECLARISSIMIS ITALIAE
URBIBUS RES GESTAS ANTONIUS PHILIPPI
DE PATERNO
I.V.D.AMPLISS.QUINT.DECIM.
TRIETERIDE RAPTUS
DE QUO FRATES DIVI PETRI BENEMERIT.
MAXIMA FUNERALI
POMPA ET POPULORUM CONCURSU
SARCOFHAGO
COMMENDARUNT DIE XIX.A G.M.D.XCVI.
REGIA PIRAMIDUM CEDANT MONUMENTA VIATOR
LAPIDI, QUANQUAM MARMORA MULTA VIDES.
INSCRIPTIO ALBAE, IN ECCLESIA S. PETRI IN SOLO INTRA
PRESBITERIUM EXSCRIPSIT GUALTERIUS (5).

Un periodo triste per gli abitanti di Paterno si ebbe sotto il principato di Marcantonio IV, allorché a Napoli avvenne la rivolta di Masaniello.
Le nostre terre in quell’occasione tornarono ad essere calpestate come ai tempi delle lotte tra gli Orsini e i Colonna, dalle schiere di rivoltosi e da quelle inviate da Napoli per sedare la rivolta, il cui intento doveva essere quello di scacciare gli Spagnoli e di instaurare la repubblica; ma, come spesso accade in simili circostanze, nella Marsica si verificarono disordini e violenze d’ogni genere, compresi omicidi e saccheggi (6).

Facilmente immaginabile è il danno che allora subirono gli abitanti di Paterno. L’unico rifugio per essi erano le grotte dei Tre Monti; ma le loro terre, le loro case rimanevano esposte ai soprusi delle schiere che, per andare dal castello di Celano a quello di Avezzano o di Scurcola e viceversa, dove, per le rocche ben fortificate, avvenivano direttamente scontri tra rivoltosi e soldati regi, dovevano passare per Paterno, con le conseguenze che si possono intuire.
Il compito di risanare e riparare i danni causati dal miraggio di una prematura libertà toccò a Lorenzo Onofrio Colonna, succeduto al padre Marcantonio IV, nel 1659. Durante il ducato di questo principe, Muzio Febonio, scrittore insigne di storia locale, nato ad Avezzano il 13 luglio 1597, pubblicò la sua Historia Marsorum.

Il Febonio ci fa sapere le condizioni nelle quali si trovava Paterno in questo periodo. In alto, alle pendici del monte che il Febonio chiamava Cervaro, sopra erto colle, a circa duecento passi al disopra del paese, si conservava l’antica rocca fatta di pietre quadrate, eretta un tempo dai Romani; non c’era altro, al di fuori della rocca, che ricordasse l’età trascorsa.. Un tempo il paese aveva avuto anche cento famiglie circa; ma, verso la fine del 1600, ne contava appena dieci e, per giunta, ridotte così in miseria, che non avevano neppure il denaro necessario per pagare le tasse. Calcolando una media di sei persone a famiglia, il paese contava allora circa 60 abitanti. Tenendo presente che nel 1595 Paterno pagava tasse per 75 fuochi, cioè famiglie, nel 1608 per 28, nel 1669 per 22 (7), si può constatare, a distanza di meno di un secolo, la scomparsa impressionante di interi nuclei familiari.

Eppure le sue terre erano feconde e generose per ogni genere di prodotti e di frutta; in particolare, vi era abbondante produzione di olive, il cui raccolto superava il fabbisogno degli abitanti. Un solo inconveniente aveva Paterno: le paludi che erano in riva al lago, d’estate, rendevano l’aria così insalubre che, spirando l’Austro, gli abitanti si ammalavano di malaria e morivano. Vi era nel paese la chiesa parrocchiale dedicata al martire S. Sebastiano; sul monte vi era l’eremo di S. Onofrio, frequentato per la devozione dei fedeli, per la bellezza e la freschezza delle acque; nel piano vi era la chiesa di S. Salvatore, una volta cenobio dei monaci farfensi; poi, tra le due che abbiamo menzionato, c’era l’antica chiesa parrocchiale nella discesa del colle, chiamata di S. Maria del Paradiso, a Casanova (8). I beni di quest’ultima chiesa, nel 1868, erano posseduti da don Alessandro Mattei, vicario foranco e canonico della collegiata di Avezzano. Alla chiesa parrocchiale di S. Sebastiano fu aggregata in perpetuo dal vescovo Peretti la chiesa di S. Lorenzo in Cuna, come si legge dagli atti di visita fatta dal vicario apostolico don Paolo Pagano il 19 giugno 1605. Essa era servita da un abate curato (9).

L’interno della chiesa di S. Sebastiano di forma rettangolare, era stato rimodernato, però ancora si riconoscevano tracce dell’antica costruzione nella volta a crociera a sesto acuto e nella decorazione di alcuni capitelli finemente intagliati. Nell’altare maggiore era cOllocata la Vergine al naturale col Bambino sulle braccia, lavoro non spregevole in terra cotta (10). Vi era inoltre un’opera d’arte: una croce processionale d’argento, dorato, alta cm 48, con una traversa lunga cm 41.

Nel marzo del 1903, l’abate don Serafino Filauri, allora parroco di Paterno, fece sapere che la croce era stata rubata. La polizia si mise subito in azione, ma le indagini non approdarono ad alcun risultato. Nell’agosto del 1904, qualcuno sparse una voce, non si sa fino a qual Punto veritiera, secondo la quale l’oggetto era stato visto a Milano. Da allora non si sono avute più notizie della croce processionale di Paterno, il cui ricordo si è trasmesso di generazione in generazione, fino ad arrivare ai nostri giorni. « La croce processionale della chiesa madre di Paterno è composta di lamine lavorate a sbalzo, inchiodate su un corpo di legno, il fronte è coverto da cinque di queste lamine, ciascuna delle quali ha impresso il marchio SVL degli argentieri sulmonesi, marchio usato, dalla corporazione dal 1432 al 1457 (11). La lamina centrale, che si stende nei bracci e nel fusto, porta, a rilievo una piccola croce col titolo INRI di lettera gotica, in origine smaltato di nero. Su questa croce è inchiodato il Nazareno, il cui nimbo è coperto di smalto champlevé, di rosso lacca e di azzurro. L’ornato nei campi liberi, d’un rilievo molto basso, è su fondo granulato ed è sparso di rosette infisse nel centro di ogni spira. Le quattro figure nei triboli delle estremità, l’Eterno, Maria Giovanni e Maddalena, son di gran rilievo ed hanno i nimbi smaltati d’azzurro.

Nella faccia posteriore sono i medesimi motivi ornamentali. La statuetta di Gesù benedicente in trono, che era nell’incrocícchio, fu sostituita da un Eterno Padre di fattura recente. Nelle estremità sono i quattro Evangelisti.
I due dischi che si vedono incastrati nella traversa, rappresentano, in smalto, l’Annunciazione: la Vergine, a destra; l’Angelo, a sinistra di chi guarda. Nel disco, che sta in quella parte di fusto fra l’estremità inferiore e l’incrocicchio, è la figura di un frate: forse Sant’Antonío Abate. I fianchi sono coverti da un fregio fatto di anelli a sbalzo, messi in fila, con una rosetta di cinque petali nel centro. Il nodo dell’asta, sul quale viene fissata la croce, è di pianta esagonale. Le nicchiette, con archi a ventaglio su colonnine ad elica, sono lavorate con squisita finezza » (12). Altra opera d’arte, degna di essere ammirata, era il portale della chiesa di S. Sebastiano, di stile ogivale, semplicissimo, adorno con belle colonnine rotonde, lisce nella parte superiore. Nel campo della lunetta su fondo dorato era l’immagine della Vergine sedente col Bambino nudo, con a destra S. Sebastiano e a sinistra S. Giovanni. L’architrave posteriore aveva una scritta che indicava l’anno di costruzione: 1507; lo stile della porta, però, è del XIV secolo.

Il portale, i cui frammenti dopo la distruzione del terremoto furono conservati nel magazzino della Regia Sovrintendenza ai Monumenti, secondo il Gavini, era una delle opere più caratteristiche di quel periodo (gli inizi del XVI secolo) che egli chiama di transizione, allorché si ebbero le ultime derivazioni dal gotico.
L’opera discendeva da quelle maestranze abruzzesi che si ispirarono alle chiese di Tagliacozzo, sicché può dirsi quasi una riproduzione del portale di S. Maria del Soccorso. L’insieme, elegantemente slanciato con la sua lunetta sestiacuta, si componeva delle stesse parti presentate con maggior povertà di mezzi. Ma una speciale finezza e maestria appariva nell’intaglio di alcuni particolari, come nelle colonnine dimezzate da larghi anelli e nelle foglie radiali dell’archivolto. Invece i capitelli a fogliame d’acanto e colombe, disposte in simmetria, erano una brutta copia di quelli creati per il portale di S. Francesco di Tagliacozzo. Ad ogni modo, a parere del Gavini, la modesta opera costituiva con la sua data un nuovo caposaldo tra i più tardi esempi di derivazione gotica esistenti in Abruzzo (13). L’iscrizione incisa sull’architrave diceva in versi:
INELLI SETTE ANI MILLE ET CINQUE CENTO
CHE NACQUE XPO NRO SALVAMENTO 1507 (14).

Sull’architrave vi era anche lo stemma di S. Bernardíno da Siena, sepolto a L’Aquila. Tale stemma consisteva in un monogramma formato da un intreccio di lettere sovrastato da una Croce, interpretato comunemente come « Jesus », ma da alcuni inteso come « Jesus hominum Salvator ». Se noi consideriamo che non solanto a Paterno, ma in vari paesi della Marsica si trova la tavoletta divulgata dal Santo, dobbiamo dedurre che fu lui stesso a lasciare a Paterno le tracce del suo passaggio.

Infattí, allorché nel 1438 S. Bernardino si trasferì da Frosinone a L’Aquila, passò per la terra dei Marsi (15), esortando i fedeli ad incidere il sacro nome di Cristo sui portali. Anche il santo monaco Pietro da Morrone, divenuto papa col nome di Celestino V, sepolto ora anch’egli a L’Aquila, è passato per Paterno più d’una volta. Nel 1569 era abate della chiesa parrocchiale di Paterno Marco Altieri, nobile romano della famiglia di Clemente X, poiché si trovava sopra la porta maggiore del tempio la seguente iscrizione:
MARCUS ALTERIUS PATRITIUS ROMANUS
ABBAS ANNO M.D.LXIX (16).

Oggi ì frammenti del portale della chiesa di S. Sebastiano, dístrutta dal terremoto, si trovano conservati nel Museo archeologico di Avezzano.

NOTE
I. Paolino da Bagno: « Necrologio dei Cappuccini, al 11 maggio 1580 »,
2. Filippo da Tussio: « 1 Frati Cappuccini… », S. Agnello di Sorrento, 1880, pag. 35.
3. P. Giannone: « Historia civile del regno di Napoli », Prato, Giacchetti, 1865, pag. 291.
4. P.A. Corsignani: op. cit., 1. 11, pag. 498.
5. A Dio ottimo massimo Dopo molte e varie gesta nelle più illustri città d’Italia
dottore copiosissimo nell’uno e nell’altro diritto, morto nella quinta decima trieteride (45 anni) i fratelli benemeriti del divino Pietro con un funerale
solennissimo e con la partecipazione del popolo affidarono a questo sarcofago il giorno 19 agosto 1596. 0 viandante, i regali monumenti delle piramidi cedano ad una lapide, benché ne ammiri molte. Epigrafe ad Albe, nella chiesa di S. Pietro, sul pavimento dentro il presbiterio incise Gualtiero.
6. T. Brogi: op. cit., c. X.
7. L. Giustiniani: op. cit., I. VII, pag. 138.
8. M. Febonio: op. cit., I. III, c. V.
9.A. Di Pietro: op. cit., pagg. 158, 160.
10. V. Bindi: « Monumenti storici ed artistici degli Abruzzi », 1889, pag. 897.
11. E. Abbate: « Guida dell’Abruzzo », Roma, 1903, pag. 9.
12. P. Piccirilli: « Furto d’oggetti d’arte a Scurcola e Paterno », Estratto da L’Arte, anno VII, fase. XI-XIL
13. I.C. Gavini: op. cit., pag. 183.
14. Sono 1507 anni da che è nato Cristo nostro Salvatore.
15. P.A. Corsignani: « Reggia Marsicana », Parrino, Napoli, 1781.
16. P.A. Corsignani: op. cit., 1. 11, pag. 156.
Marco Altieri Patrizio Romano
Abbate nell’anno 1569.

Il paese Paterno…monografia storica di un centro della Marsica

Mario Di Berardino