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Comune di San Vincenzo valle Roveto

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Al termine dell’opuscolo sulla Madonna del Cauto (Tip. Abbazia di Casamari 1977), mi domandavo: ” A quando ora la visita al Fontanile di S. Elia? “. La domanda ha trovato immediata risposta, perché la visita a quel luogo sacro, anche esso una memoria storica lontana, e avvenuta più presto di quel che pensavo. Dico pero subito la mia prima impressione: credevo di trovare abbondante acqua sorgiva, almeno un piccolo ruscello che scaturito da quella altezza prendesse la via di Valle Roveto. Niente di tutto questo: una vera delusione. Il Fontanile e soltanto un filo d’acqua che attraverso un tubo si versa in una vasca di pietra e da qui in un’altra vasca.

Ma procediamo con ordine. Da Luco dei Marsi, dove mi trovavo per predicazione, ero partito la mattina del 20 agosto con i miei nipoti Sinibaldo, Mario e Gianni De Rosa: nella macchina, era anche l’ultimo figliuolo di Mario, il piccolo David, un amore di bambino che rimase quieto e sorridente durante tutta la gita. Furono percorsi a grande velocità i 16 chilometri in pianura della strada asfaltata che da Luco porta a Collelongo: di qua e di la della strada, nei campi, spesso pioppi ed acacie. La pianura percorsa si estende nel territorio sud-occidentale dell’antico Lago di Fucino: a destra, quindi, la catena dei monti che separano la Marsica da Valle Roveto, e a sinistra fino a un secolo fa erano le acque del lago ora prosciugato: la fertile pianura ha sostituito quelle acque. Prima di Collelongo si attraversa Trasacco, che deve il suo nome alla corruzione del termine latino Trans aquas, cioè. Al di là delle acque.

E in verità, chi per 1e pendici dei monti, partendo da Avezzano o da Luco, oppure in barca attraverso il lago, aveva intenzione, prima del prosciugamento del Fucino, di recarsi nella valle di Collelongo e di Villavallelonga, arrivato alle terre di Trasacco, veniva a trovarsi oltre le acque. Prima di giungere a Trasacco, una strada secondaria volge a destra e sale fino alla Chiesa della Madonna della Candelecchia per circa cinque chilometri. Dalla pianura e visibile questo luogo sacro, visitato come un santuario: vi si tengono Esercizi Spirituali per i fedeli dei paesi vicini alla chiesa. La Candelecchia e diventata cosi una oasi di ritiro e di preghiera, come la Grotta di S. Angelo in Balsorano, dove salgono per pregare nel maggio soprattutto, ma anche in altri giorni dell’anno, carovane di pellegrini della Valle Roveto, della Valle del Liri e della Marsica.

Rasentiamo intanto l’abitato di Trasacco e scorgiamo, anche se non completamente, l’antico tempio di S. Cesidio e la Torre Febonia. Dopo Trasacco, la strada, sempre asfaltata, si addentra nella lunga valle dove stanno Collelongo e Villavallelonga. Ai fianchi dei lunghi rettilinei i campi sono seminati a grano, a granturco, ad erba medica, a foraggio per gli animali; non mancano vigneti e campi di lenticchie; fioriscono nella valle anche i mandorli.
Dappertutto il verde dei colli e più lontani si profilano i monti che circondano la lunga valle Marcolana: appaiono subito più alti i monti che dividono i territori di Collelongo e di Trasacco da quelli di Valle Roveto. Ed ecco l’abitato di Collelongo: passiamo davanti alla Chiesa della Madonna del Rosario della Famiglia Floridi: dentro questa Chiesa il paese ricorda i suoi Caduti.
A destra, una indicazione: ai Prati di S. Elia. E’ la nostra meta. Comincia la salita, piuttosto dura, ma il fondo h sempre asfaltato. Perciò la strada non presenta difficoltà e pericoli, anche se numerose sono le curve. Nell’insieme una gita piacevole e riposante.

All’inizio della salita per i Prati, proprio a poca distanza da Collelongo, la strada si biforca: alla sinistra si prosegue per S. Elia, a destra dopo pochi metri si incontra una chiesa, la Madonna a Monte; e un bel tempio dal soffitto di legno con un portale artistico e una data lontana: 1557! La chiesa e stata restaurata da pochi anni e fu ribenedetta dal Vescovo dei Marsi, Mons. Domenico Valeri, nel 1958. Molti meriti dei restauri vanno al Parroco di Collelongo, D. Rino Rossi, il quale ha dipinto perfino il quadro della Madonna delle Grazie. L’antico quadro, che avevano promesso di restituire, sta ancora all’Aquila. Da molti secoli viene qui venerata la Madonna a Monte dagli abitanti di Collelongo: a me e bastato solo avere accennato al vetusto tempio e alla devozione degli abitanti di Collelongo, perche non e mio compito descrivere il tempio e la sua storia.

Quasi adiacente alla chiesa c’e la casa per la villeggiatura estiva dei seminaristi della diocesi dei Marsi: una delle molte realizzazioni del vescovo Valeri, che ha lasciato ricordi non perituri del suo episcopato. Da questa mia breve monografia storica al venerando vescovo, che dopo un lungo apostolato di bene nella diocesi dei Marsi gode nella sua terra natia il meritato riposo, vada il mio filiale saluto e l’augurio di molti altri anni di vita. Non dimenticherò mai che Mons. Domenico Valeri, nel 1974, nel mio 50′ di Sacerdozio, mi onoro con la sua presenza a Sora e a Civitella Roveto. Con cordialità fui accolto in Seminario dal Rettore, Don Mario Pistilli. Allontanandomi, per riprendere la salita appena cominciata, notai nella parete esterna della chiesa degli stemmi gentilizi: non saprei dire a chi un giorno siano appartenuti. Ed ecco di nuovo sulla via che ascende ai Prati di S. Elia. Mentre la salita diventava più dura, scendevano a valle molti muli carichi di legna.

La strada, sempre asfaltata fino alla cima, passa fra gole e avvallamenti: vi dominano fittissimi i faggi e ai margini della strada crescono anche la belladonna, la valeriana, il timo, la menta e altre piante di cui non conosco i nomi. Poi, la lunga vallata si va, salendo, a mano a mano allargando e i faggi si fanno più alti: appare la strada come un viale che prolunga sia nei tratti diritti sia nelle curve, e i faggi ti accompagnano, di qua e di là, con la loro ombra sino alle vette. Tranne i muli che portano al paese la legna tagliata sui monti, poche furono le macchine che riscendevano al piano. Quassù e un godimento la solitudine dell’alta montagna con la sua aria purissima. La salita ormai era alla fine: quando si giunge alle cime più alte della zona montana, la strada asfaltata prosegue a sinistra per i Prati di S. Elia, mentre ha inizio, a destra, un’altra strada, non asfaltata, che conduce a Civita d’Antino. Sapevo che si poteva raggiungere S. Elia da Civita d’Antino, ma preferii venire ai Prati da Collelongo, perché la strada e di gran lunga migliore.
Il bivio per Civita d’Antino si trova precisamente a 10 chilometri da Collelongo. Dopo il bivio, proseguendo per la strada asfaltata, si apre come un tunnel di faggi; dopo i faggi si discende e si hanno di fronte i Prati di S. Elia. Qui si svolge, nell’agosto di ogni anno, la Sagra dell’Agnello. Ormai, d’estate, in alcuni paesi di Valle Roveto e della Marsica, e anche in altri luoghi vicini e lontani, sono diventate tradizionali e frequentate tali feste gastronomiche e popolari: feste di divertimento e di spensieratezza che richiamano i buongustai da ogni parte e offrono agli intervenuti dell’ottimo castrato, della capta squisita, e anche della tenera pecora. Fanno a gara alcuni nostri paesi della terra di Abruzzo a far gustare agli ospiti intervenuti alle Sagre un arrosto fumante che poi viene innaffiato da un buon bicchiere di vino paesano. Arrivati dunque alla meta, si stende a sinistra il Prato Ranno (cioè il Prato Grande), mentre a destra si scende, dopo aver lasciato 1’ultimo tratto della strada asfaltata; a questo punto viene presa la via mulattiera che porta al Fontanile di S. Elia. Per un altro tunnel di piante si accede ad una larga conca; in fondo ad essa si apre come una cisterna rotonda: una grossa vasca a cemento che raccoglie acqua piovana, che può essere versata più giu in un’altra vasca. Nei prati in salita che si estendono sulla cisterna pascolavano mucche e cavalli. La macchina da questo momento non servi più, e cosi per l’antica via mulattiera, non molto larga e neppure molto comoda, si scese a piedi rapidamente e ripidamente tra i boschi al Fontanile di S. Elia. Finalmente allo storico Fontanile! Ripeto ancora una volta che il Fontanile di S. Elia, ricordato in documenti storici, nelle memorie del popolo e anche nelle carte militari, e una delusione. Un filo d’acqua per un tubo si versa in una vasca lunga circa sei metri e larga presso a poco un metro. Segue alla prima una seconda vasca, larga forse un metro e mezzo e lunga piu di cinque metri. Le due vasche sono protette da muriccioli di recente costruzione, alti circa mezzo metro. Risalgono le due vasche di pietra a una ventina di anni fa, o poco più, quando sindaco del Comune di S. Vincenzo Valle Roveto era Guido Croce. ” La catena che domina ad oriente la Valle Roveto, partendo dai Tre Confini (m. 1098) e andando verso nord, presenta le cime di Colle Vallaneta (m. 1970), Monte Breccioso (1982), Colle Pizzuto (m. 1709) e Colle Mattoni (m. 1528), nei cipressi un nome , il Fontanile di sant’Elia, ci richiama a ricordi lontani, ad una memoria sacra, oggi sepolta dal tempo”.
Cosi scrivevo nel 1966 (1). Il Fontanile, quindi, di S. Elia si trova a circa 1500 metri. Ci troviamo ad uno dei punti piu bassi della catena orientale di Valle Roveto: era la zona montuosa che poteva dare un passaggio meno difficile a chi intendeva da Balsorano o da S. Vincenzo Valle Roveto valicare i monti e recarsi a Collelongo, a Villavallelonga o al Fucino. Infatti, dopo Colle Mattoni e il Fontanile di S. Elia la catena montuosa comincia ad elevarsi di nuovo con Forca Colubrica (m. 1558) per arrivare alle altezze superiori di Colle Stazzo Pavone (m, 1770), di Colle Grotta Ferretti (m. 1712), ‘ di Monte Longagna (m. 1777), di Monte Romanella (m. 17 59).
Anche ora in questo stretto vallone passa la stradicciola che certamente vi passo sempre, da epoche remote: era la mulattiera che guidava i viandanti, i pellegrini o gli uomini d’affari diretti dalla Valle Roveto nella Marsica, o viceversa.
Mi risulta che durante i mesi che andarono dal novembre 1948 a tutto il maggio del 1944, anche gente proveniente da Sora percorreva quella mulattiera per rifornirsi di cereali e di patate, allora introvabili. Furono tempi tristi e difficili per tutti i paesi che si trovavano nelle immediate retrovie del combattuto fronte di Cassino. Attorno al Fontanile di S. Elia, poverissimo di acque, vennero ad abbeverarsi per secoli gli animali che pasc<>lati() su quei monti; anche durante i pochi minuti della nostra permanenza nella zona di S. Elia, si seguirono numerosi i cavalli e le mucche che venivano a dissetarsi. Tutta la zona e invitante ed amena; so che nei mesi estivi non e raro vedere accampati gruppi di giovani in quei prati; quei giovani trascorrono qualche settimana in quei luoghi so litari e selvaggi sentendo il richiamo di Dio, di cui ci accorgiamo tutti nella vita di avere tanto bisogno.
Alcuni giorni prima del 20 agosto una comitiva di giovani cattolici della Parrocchia di S. Silvestro in Sora aveva piantato le sue tende per un paio di settimane lassù: i giovani erano stati accompagnati dal loro Parroco.
Anche il 20 agosto giu nel Prato Ranno c’era un discreto numero di macchine e di turisti.
Io pero, pur amando le altezze, non ero venuto solo per respirare quell’aria; scopo principale era quello di vedere il famoso Fontanile, ma soprattutto vedere dove sorsero la Chiesa e il Convento di S. Elia. Infatti, si vede ancora qualche rudere; qualche muricciolo sepolto ancora affiora dalla terra; pietre che servirono per costruzioni ancora si levano qua e la a poca distanza dalle vasche del Fontanile. E’ visibile anche un arco di volta.
Una lontana memoria narra che sul pendio del colle nei pressi del Fontanile, esistette un piccolo convento di Basiliani, mentre e accertata la presenza di una chiesa in quella solitudine che ascoltava sempre il mormorio delle poche acque del Fontanile. Chi sa, pero, quante volte la solitudine di quell’eremo fu scossa dai venti della tormenta e delle bufere!
Quell’eremo fu certamente un rifugio sicuro e benefico ai solitari viandanti che valicavano la montagna per recarsi da Valle Roveto a Collelongo o da Collelongo a Valle Roveto.
Dobbiamo credere cosi che quei monaci vennero lassù non solo per pregare e fuggire il mondo, ma anche per essere utili ai viandanti e ai pellegrini sorpresi dalla tempesta o in cerca di ricovero. Dovette essere veramente cristiana e umana l’opera di quei monaci.
In quella gola, attraversata da un’erta e scoscesa mulattiera, fu sicuramente dura la vita, in special modo durante l’inverno, con la neve alta e tra gli ululati paurosi dei lupi affamati! A distanza di secoli, quei solitari sono ancora degni del nostro ricordo e della nostra ammirazione. In tempi difficili, funestati da banditi e da malviventi, da invasori e barbari senza scrupoli, quei seguaci autentici del Vangelo seppero ospitare nella carità di Cristo quanti, passando tra quei monti, ebbero bisogno di aiuto, di un pane, di un piatto caldo di minestra, di un giaciglio per dormire, di una parola amica.
La Chiesa di Cristo resto sempre all’avanguardia nell’amore fraternol Eppure a torto viene presa di mira in <ig”i tempo da nemici ed ingrati, pur avendo assolto sempre comunque la sua missione di bene fra gli uomini e avendo rivolto il suo amore a coloro che ebbero maggior bisogno di umanità!
Andando ora lassù, tutto tace all’intorno: a pochi metri dal Fontanile solamente ruderi insignificanti. Nella zona, dove sorsero il convento e la chiesa, sono ancora visibili delle grosse e vecchie piante; qualcuna e seccata, qualche altra fu schiantata forse dal fulmine. Le pietre sono tante nella collina sopra la stradicciola che fiancheggia il Fontanile.
Le vestigia e i resti di un passato scomparso!
E se il Fontanile con la scarsezza dell’acqua, con la rozzezza delle due vasche, con gli avanzi meschini ancora visibili di costruzioni e di una chiesa ti ha messo tanta mestizia nel cuore, ti risolleva subito il pensiero che lassù si esercito uria pietà sublime e che in piccolo anche tra quei monti si operò per anni il miracolo dell’assistenza eroica dei monaci del passo del Gran S. Bernardo e che nella chiesetta di S. Elia, palle pareti forse spoglie, certamente disadorne e non affrescte, si prego Dio e si amarono gli uomini.
Quando riprendemmo la via del ritorno, risalendo la pendice che porta ai Prati di S. Elia, ero tanto soddisfatto: avevo visto con i miei occhi un luogo sacro, tante volte benedetto da chi era stato sorpreso dalla tempesta, da chi aveva trovato nella notte buia in un convento un’oasi di pace. Era trascorsa un’ora dal mezzogiorno quando risalimmo sull’automobile, lasciata presso la grande cisterna.
Tirava fresco un leggero venticello; il cielo era attraversato da molte nuvole sparse, ma tra gli squarci di esse il sole faceva continuamente capolino. In quel momento il clima era ideale e sul crinale della montagna si respirava a pieni polmoni. Ci fermammo per qualche minuto a osservare lo spettacolo offerto dal Prato Ranno e dalla Macchia di S. Leonardo che prosegue poi con altri boschi fino a S. Giovanni Valle Roveto, fino a Balsorano. Ed eccoci di nuovo sulla strada asfaltata, percorsa qualche ora prima, con la sola differenza che, tornando, la strada era tutta in discesa: qui, non lo avevo notato nel venire, fioriscono molti garofani di montagna. Al bivio per Civita d’Antino, desiderai deviare e percorrere un tratto della strada che porta a Civita; la via non e asfaltata, come ho gia detto pocanzi. ” Da quella strada, pensavo, potrò vedere qualche lembo di Valle Roveto “. Non mi ero sbagliato. Dopo un paio di chi1<iinctri circa apparve una zona di Valle Roveto: sebbene avvolti dalla caligine si riconoscevano perfettamente Balsorano Vecchio, la frazione di Collepiano, Pizzodeta il gigante, e in fondo, lontana, Sora con la sua pianura, e meno distinti i monti al di la della Valle del Liri. Fatti ancora non piu di duecento metri, dal mio posto di osservazione, allungando la vista tra i valloni e i dirupi della montagna, apparvero distinte Bendinava con i suoi monti e la Valle dello Schioppo di Morino. Dai due punti della strada in cui mi fermai non erano visibili ne Balsorano, ne Boccavivi, ne S. Vincenzo.
Dopo la breve deviazione nella strada di Civita d’Antino, fu ripresa la strada per Collelongo. Nella discesa si allargò stupendo l’orizzonte: il panorama che era rimasto nel salire quasi sempre alle nostre spalle, nella discesa ci offrì visioni sempre diverse: si ripassava per i valloni e per i boschi e dall’alto si spiegavano allo sguardo nel piano i campi dopo la mietitura con le loro stoppie giallastre. Ecco il territorio di Collelongo e immediato quello di Trasacco; poi, ecco a destra i campi lontani di Villavallelonga con numerose mandre di pecore e di capre, e a sinistra, a perdita d’occhio, la pianura del fertilissimo Fucino.
A Collelongo si era tornati nel piano e si rifacevano i rettilinei del mattino che ci ricondussero in un baleno a Luco dei Marsi.

Ho descritto finora la gita al Fontanile di S. Elia; adesso la storia ha i suoi diritti ed e giusto che i miei lettori esigano delle notizie e qualche documento salvatosi su S. Elia nel naufragio dei secoli. Innanzi tutto, qui non intendo accennare se non di passaggio alla controversia durata a lungo tra i pastori e i Comuni di Collelongo e di S. Vincenzo Valle Roveto, per la delimitazione dei confini proprio nella zona di S. Elia. La spinosa questione fu risolta da una ventina d’anni circa, per cui oggi la situazione nella zona contestata e la seguente: la cisterna artificiale e i Prati appartengono al Comune di Collelongo, mentre il Fontanile fa parte del Comune di S. Vincenzo Valle Roveto. Fatta tale premessa, che cosa ci dice la storia? Debbo precisare, intanto, che riferirò solo quanto ho saputo e potuto racimolare qua e la, perché prima gli uomini, che non rispettarono ne i nostri luoghi sacri ne i documenti più cari della nostra tradizione, poi il tempo spietato e inesorabile hanno seppellito la maggior parte delle nostre memorie.

Ma prima di passare al documento storico, non e la tradizione su S. Elia, ripetuta negli anni attraverso alle generazioni, una fonte di storia? Non sarà valida come un documento scritto, conservato negli archivi a guisa di reliquia, ma essa ha sempre il suo peso e il suo valore. Lassù, ci dicono i vecchi, esistette un convento; lassù fu ricordata sempre una chiesetta; e queste notizie furono consegnate di mano in mano alle generazioni. Perché dovremmo cancellare gratuitamente dalla nostra memoria e, direi, dalla nostra storia quell’avvenimento, quell’episodio, 1’esistenza di un tempio, di un sacro ricordo?P Senza dubbio tanti episodi e l’esistenza di luoghi sacri avranno subito trasformazioni nel racconto orale del popolo, ma essi rappresentano sempre un filone di storia.

Non si inventa nulla di sana pianta; il documento non ci sarà più, ma una memoria, ripetuta nel corso dei secoli di bocca in bocca, di padre in figlio, e destinata a sopravvivere in una gente che, superba del suo passato, conservo quei ricordi nel cuore. Ma per S. Elia non manca una documentazione che ci fa risalire con sicurezza a epoche lontane, nel buio del Medio Evo. Ebbi occasione di parlarne nel mio volume su Valle Roveto.
Il 26 maggio 1358, Innocenzo VI, uno dei Papi avignonesi, confermava con una Bolla la nomina del nuovo Abate di S. Giovanni de Collibus (oggi S. Giovanni di Valle Roveto) e della Chiesa di S. Elia. Che si tratti della Chiesa di S. Elia, che presenta oggi solo pochissimi ruderi, nei pressi dell’attuale Fontanile, non può neppure lontanamente dubitarsi. Anche oggi quella 1<icalitk in montagna che in geografia porta il nome di Fontanile di S. Elia appartiene al Comune di S. Vincenzo Valle Rovcto: e S. Giovanni e una Frazione di S. Vincenzo.

Ma la questione sarà più chiara quando tra poco illustrerò un altro documento, che riguarda la Montagna di Morrea. Ora, perché i Prati di questa montagna e il Fontanile presero il nome di S. Elia? Quanto sto per scrivere non e una cosa campata in aria: si sa che a partire dal secolo IX e anche prima si diffuse in Italia il monachesimo italo-greco, specialmente nel mezzogiorno; anzi, nel periodo normanno (1059-1198) si moltiplicarono i monaci in Sicilia, in Calabria, nelle Puglie e nella Basilicata. Nessuna meraviglia che in tanta fioritura di monasteri sorgesse anche sui nostri monti presso il Fontanile di S. Elia un monastero di Basiliani. E perché il nome di S. Elia? Non e difficile spiegarlo, anzi questo nome e una indicazione significativa. Infatti, non si deve dimenticare che tra le figure di eremiti che più si erano distinte in quel periodo fertile di monasteri e di monaci c’e S. Elia Speleota, cioè S. Elia della grotta o della spelonca.

Era nato S. Elia Speleota nell’865 a Reggio Calabria cd era morto nel 960. Dopo la morte la fama della santità di lui, vissuto sempre nelle spelonche, si propago prodigiosamente. E i monaci Basiliani, che vissero tra i monti, ai confini della Valle Roveto con Collelongo, non potettero portare per primi lassù il culto a S. Elia Speleota e dare il nome di lui, a perenne memoria, ai luoghi dove quei monaci presero stanza per pregare e fare del bene? Cosi, ai Prati che si allargano nelle cime dei monti e al Fontanile superstite, dopo la scomparsa dell’eremo e della chiesa, i posteri lasciarono il nome di S. Elia. Quando avvennero la decadenza e la fine dei Basiliani in Italia? Sappiamo dalla storia che dopo gli Svevi ebbe inizio quella decadenza, che si accentuo durante il dominio angioino, pero noi, oggi, per l’assenza di documenti, non potremmo mai stabilire con certezza ne il tempo in cui i Basiliani fondarono lassù un monastero ed eressero la Chiesa di S. Elia, ne quando cessarono di esistere l’uno e l’altra. D’altra parte, se nel 1358 l’Abate di S. Giovanni de Collibus (oggi S. Giovanni Valle Roveto) era titolare oltre che della Chiesa di S. Giovanni, esistente dentro il paese, anche della Chiesa di S. Elia, che sorgeva in montagna, nell’ambito pero della sua parrocchia, e da credere almeno che il monastero non avesse più monaci fra le sue mura.

E che i beni di S. Elia, che appartennero un giorno ai monaci, fossero passati all’abbazia di S. Giovanni Valle Roveto e da ritenerlo un fatto avvenuto da tempo, come fra poco dirò. E neppure deve apparire strano che dopo la decadenza e la fine del monastero, abbia accelerato la decadenza e la fine anche la Chiesa di S. Elia. Questa, con la mancanza dei monaci che prima l’avevano custodita, rimase purtroppo abbandonata al suo destino: il destino di tutte le cose umane. Non solo: ma non si dimentichi che la Valle Roveto, come tutta la nostra regione, negli anni che si seguirono dal secolo XIV al secolo XVII, ebbe a soffrire danni e sventure a ripetizione. Non era possibile che lassù resistesse al logorio dei secoli, alle avversità, al brigantaggio, alla trascuratezza degli uomini la Chiesa di S. Elia.

Quando nel 1617 il vescovo sorano Girolamo Giovannelli (1609-1632), un dotto presule romano, alla cui anima parlava profondamente la civiltà cristiana del passato, lesse la relazione di D. Tomeo Gizio, arciprete di Balsorano, nominato dal vescovo quale visitatore della chiesa di S. Elia, il Giovannelli non poté fare altro che constatare la fine non solo del monastero, ma anche della chiesa di S. Elia. La Chiesa di S. Elia, ci ha lasciato scritto il documento, era un cumulo di mura diroccate e di pietre; sulle vestigia della chiesetta crescevano soltanto cinque faggi. A capo della chiesetta irriconoscibile, che poteva esser lunga dodici passi e larga sei, erano ancora visibili i ruderi di tre casette.
Le tre casette erano servite come abitazioni dei monaci Basiliani, o erano state la Grancia del monastero di cui parlerò in questo mio studio? Il vescovo certamente commosso a tanta desolazione, ordinò che si innalzasse una Croce sulle rovine di una chiesa ove i monaci, obbedienti ai consigli evangelici, ripetettero per secoli le lodi del Signore e prestarono il soccorso cristiano a quanti si avventuravano tra le gole di quei monti.

Che la Chiesa di S. Elia fosse diventata con i suoi beni proprietà legittima dell’abbazia di S. Giovanni perché si trovava nel territorio di questa parrocchia, come ho accennato sopra, risulta anche chiaramente da alcune notizie, tratte dal Libro Verde, ancora esistente nella Curia Vescovile di Sora, che il Giovannelli stesso fece iniziare provvidenzialmente nel 1612. Per noi, che andiamo raccogliendo qua e la queste sparse notizie, diventa il documento una rara e preziosa testimonianza (5). Alla voce, dunque: ” S. Gioranni di Morrea, chiesa curata, e trascritto l’Inventario delli beni stabili, et mobili della venerabile chiesa di Santo Giovanni dei Colli, Casal di Morrea, fatto per ordine del Rer,. D. Benedetto Masio della Terra di Morrea et Abbate ch’essa chiesa prefata, scritto per mano del Not. Albentio Testa “.

Analizziamo il documento. Prima di tutto, che S. Giovanni sia stato considerato prima del secolo XVII, durante questo secolo e anche dopo, un Casale di Morrea lo sappiamo da molte altre fonti. S. Giovanni e S. Vincenzo (oggi capoluogo) furono all’incirca fino a tutto il secolo XVII considerati Casali di Morrea. Morrea (anzi Morreo per tanti secoli dopo il 1000) fu un paese di una certa importanza, di gran lunga più importante di tutte le Frazioni che oggi appartengono al Comune di San Vincenzo Valle Roveto. Il territorio di Morrea si estendeva dalla montagna fino al fondo valle, e, come e noto, nella località Rosce o S. Restituta, oltre all’antico tempietto, dedicato alla Santa Vergine Sorana, sostituito dopo la seconda Guerra Mondiale dalla bella chiesa attuale in seguito ai bombardamenti che distrussero il tempietto piu che millenario, affiorarono sem pre avanzi romani, qualche lapide antica, e recentemente venne alla luce una quantità. notevole di monete del terzo secolo dell’Impero, precisamente degli Imperatori Aureliano, Floriano, Tacito e Probo.

Ma aggiungo qui un altro particolare sul tempietto che fu certo prima del secolo X dedicato a S. Restituta: in questi ultimi anni un affresco molto deteriorato che appariva ancora su una parete della chiesetta, staccato dal muro, restaurato a Roma in Vaticano magistralmente, ci ha ridato la figura di S. Restituta, come la immagino l’artista. I competenti fanno risalire l’affresco al nono secolo e forse anche all’ottavo secolo. Si tratta quindi di un cimelio antichissimo, di una preziosità inestimabile. Casale di Morrea era, all’epoca di Giovannelli, come ho sopra accennato, anche S. Vincenzo Superiore, di cui parla la Bolla di Alessandro III del 1170, conservata nell’archivio di Casamari.

Ora nel documento che stiamo analizzando che cosa leggiamo a proposito di S. Elia? Al primo posto del lungo inventario dei beni appartenenti alla parrocchia di S. Giovanni de Collibus troviamo S. Elia. Quale é il primo possesso della parrocchia? Eccolo: ” Una Grancia di detta Chiesa di S. Giovanni sotto il titolo di Santo Helia, la chiesa del quale e roinata, pero sta posta nella montagna di Morreo, sotto il prato di Santo Helia. Ha molti beni stabili nel territorio di Collelongo, et Villa, siccome appare nel proprio Inventario “. Trascrivo tutto come e riportato nel Libro Verde.
La notizia e interessante e ci obbliga a fermarci per un rapido commento. C’era dunque una Grancia lassu, a S. Elia, come ne esistette una fin dal secolo XIII in territorio di Morino ad uso dei Certosini di Trisulti (Frosinone). Anzi, la Frazione di Morino, sorta attorno a quella fattoria certosina, ha conservato addirittura il nome di Grancia.

La Grancia non era altro che la fattoria di un monastero, non lontana da estesi terreni e poderi, e nelle grancie affluivano nella raccolta i prodotti delle terre in possesso dei monaci. Percio, la Grancia, di cui parla il documento nella zona di S. Elia, ci assicura lassu non solo della presenza di un convento, ma anche della esistenza di una fattoria ove si raccoglieva quanto le terre possedute da quei Basiliani davano annualmente. Non e possibile pensare che rimanessero lontani dagli abitati, incustoditi e alla merce di tutti, i prodotti della terra, principali mezzi per vivere di monaci, confinati nelle gole dei monti e separati dal mondo. Già nel secolo XVII, secondo il documento che stiamo analizzando, la Chiesa di S. Elia non era più in piedi: era stata distrutti dal tempo; al suo posto semplici rovine. Pero qualche rudere di casa continuo a chiamarsi grancia a meno che quella località dove sorsero chiesa e monastero di S. Elia conservasse quel nome nel popolo come un ricordo?

” Nella Montagna di Morrea, sotto il Prato di Santo Helia “. La indicazione e precisa e non ammette dubbi e discussioni. Il Fontanile di S. Elia e le rovine a pochi passi da esso, sotto il prato attuale, ci sono di guida: presso il Fontanile c sotto i famosi Prati sorgeva la Chiesa. La chiesa di S. Elia possedeva molti beni stabili, prosegue l’Inventario, ” nel territorio di Collelongo e Villa, siccome appare nel proprio inventario “. Le notizie ci confermano come fin da quei tempi (e sono passati circa quattro secoli!) i paesi di Collelongo e di Villa erano interessati alla Montagna di Morrea. Villa e Villavallelonga (1005 m. sul livello del mare), che si può raggiungere da Collelongo dopo soli 5 chilometri. Il secondo paragrafo dell’Inventario dei beni di S. Giovanni e ancora più esplicito e interessante. Tra i beni, oltre alla Grancia gia ricordata, c’era ” un Prato nella montagna di Morreo detto il Prato di Santo Helia, dove sotto detto Prato ci apparono li vestigii della medesima Chiesa di S. Elia “. Anche il Prato, sempre nella Montagna di Morrea, detto fin da allora il Prato di Santo Helia, viene ricordato nel documento. La denominazione di Prato di S. Elia, come quasi tutti i nomi geografici, ha resistito ai secoli. Infine sempre giustissima l’espressione dell’Inventario: c sotto detto Prato ci apparono li vestigii della medesima Chiesa di S. Helia “. Infatti, sotto Prato Ranno, sotto la grossa cisterna, ricordata piu sopra, dopo aver percorso un viottolo che scende nel versante di Valle Roveto, si incontrano i ruderi della Chiesa, del monastero, e il Fontanile di S. Elia.

Per lo storico e il credente che rievoca avvenimenti perduti nel buio di una storia non continua ma quasi sempre mutilata, un dato è certo e immutabile è una fede. Rappresentano il dato certo il Prato, i ruderi, il Fontanile: questi nomi non sono invenzioni, non sono sostituibili con altri nomi e formano la storia di una terra sacra come e sacra una patria. E la fede immutata e sempre per il nostro popolo cristiano quella che sostenne i monaci basiliani, vissuti tra i monti a pregare e ad amare il prossimo, nella imitazione di un Santo eremita, S. Elia Speleota. S. Elia insegno ai monaci di quelle solitudini a seguire il suo esempio, a perfezionarsi nell’amore della virtù e del sacrifizio, a prepararsi alla scalata finale, alla visione di Dio.

Il 20 agosto 1977, punto di partenza e punto di arrivo fu Luco dei Marsi. Sarei perciò un ingrato, se dopo aver parlato brevemente di luoghi sacri incontrati nella visita al Fontanile di S. Elia, non accennassi almeno en passant a un antico tempio che domino il Fucino nella zona più alta dell’antico Luco, divenuto oggi una prospera e fiorente cittadina Il Tempio celebre delle cronache del cardinale marsicano Leone Ostiense e nei regesti di Pietro Diaicomo, entrambi storici benedettini di Montecassino, e S. Maria di Luco.
Il Cristianesimo che nella Marsica aveva trionfato sul paganesimo fin dai primi secoli dell’Impero, sostitui presto a Luco il falso culto della dea Angizia col culto della Madonna. Cosi, la devozione a S. Maria di Luco, cominciata prima del 1000, cresciuta con gli Abati cassinesi e poi con gli Abati locali, rimase ferma come un bene inalienabile attraverso; gli anni nel cuore dei Luchesi.
S. Maria di Luco non ha ammainato mai bandiera e racconta ancora di lassù i fasti di una storia millenaria.

Non ho il compito di narrare le vicende di quella chiesa, voglio fare solo un augurio: che qualche studioso racconti alla Marsica e a Luco dei Marsi i capitoli lieti e tristi di S. Maria. E concludo col Fontanile di S. Elia. Chi immagino lassù un grosso abbeveratoio e un’abbondante sorgente, andando al Fontanile, ebbe davanti due rozze vasche rettangolari che raccolgono solo poche gocce di acqua. Anzi in qualche modo le due vasche di oggi sono presentabili in confronto della cosiddetta vasca esistita fino a pochi anni fa. Essa consisteva in un trogolo primitivo: un grosso tronco d’albero incavato!
Oggi lassù e solo squallore, ma lassù i monaci che avevano scelto quella sede furono spettatori di tanti avvenimenti nel lento procedere degli anni! E’ il fatale contrasto delle cose umane!

Tutto e passato, ma un nome ancora resta, come una torre incrollabile: S. ELIA! Il monastero e una semplice memoria e della chiesetta sarebbe vana fatica ricostruire la pianta. Il nome che esprime la santità ci ricorda la perennità dello spirito, le mura e le pietre rappresentano solo la materia che viene travolta dal tempo. Lassù, distrutti il monastero e il tempio, e rimasto sola mente S. Elia. E’ lo spirito che con la morte e la fine di tutto, continua a vivere eterno. Nel nome di S. Elia e nel nostro ricordo rivivono il monastero e la chiesa, nel nome di S. Elia rivive la Fede che i secoli non hanno potuto ancora cancellare.

Testi tratti dal libro Il Fontanile di S. Elia

Testi a cura di Gaetano Squilla

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