Comune di Gioia Dei Marsi

Testi a cura del prof. Angelo Melchiorre maggiori info autore
Il tema « folklore e tradizioni religiose e popolari » è uno dei più ricchi della storia di Gioia dei Marsi, anche se i documenti e le fonti ne parlano solo in modo saltuario e frammentario.

Innanzi tutto, sono da indicare i Santi verso i quali il popolo di Gioia mostrò (e mostra tuttora) le proprie simpatie e la propria devozione. Accanto alla Madonna (alla quale erano dedicate almeno tre chiese, oltre a numerosi altari e cappelle private), in onore della quale si celebravano già nel Seicento con rito solenne le feste della Concezione e dell’Assunzione, erano particolarmente venerati in Gioia Vecchio i seguenti Santi: S. Nicola di Bari, S. Antonio Abate, S. Antonio di Padova, S. Rocco, S. Lucia, i SS. Marcello e Leonardo, S. Marco, S. Sebastiano e S. Mauro. Successivamente, quando i Gioiesi si spostarono a Manaforno, si sviluppò il culto di S. Michele Arcangelo, e prese nuovo vigore quello per la Madonna della Neve.

Infine, ultimo in ordine di tempo, ma così potente da spodestare nel corso dei decenni tutti gli altri Santi, un Santo acquisito, forse anche inventato (almeno per quanto riguarda il nome, ma divenuto ormai il vero Patrono di Gioia: S. Vincenzo Martire (33)..

Oltre al culto dei Santi (dei quali venivano festeggiati soprattutto S. Nicola, S. Antonio Abate, S. Antonio di Padova, S. Lucia e S. Rocco), vi era anche un profondo attaccamento alle reliquie, conservate in alcuni relíquiari d’argento, dei quali ci vien data una puntuale e rigorosa descrizione non solo nella « Reggia Marsicana » del Corsignani (34), ma anche e soprattutto in un opuscolo manoscritto, decorato con eleganti miniature, che attualmente -si trova nell’Archivio Parrocchiale di Gioia ed è intitolato « Reliquie che si conservano nella Ven. Chiesa Matrice di Santa Maria Nuova della Terra Gioja in varij Reliquiarij nella Cappella della SS. Annunciata descritte nell’amministrazione del Rev. D. Angelo Onofri l’anno 1753 » (35). Vi si parla di una Croce d’argento, di un Reliquiario grande e due piccoli, contenenti fra l’altro i « bracci » di numerosi Apostoli, Martiri e Sante Vergini: da quello di S. Nicola a quelli di S. Andrea, S. Agata, S. Marco Evangelista, S. Antonio Abate, S. Biagio e S. Luca. Vi erano contenuti, inoltre, i « busti » di S. Bartolomeo Apostolo e di S. Lorenzo Martire, oltre a varie reliquie minori, come un dente di S. Apollonia (importante quale indizio della presenza, in Gioia, del culto popolare connesso al « patronato » antidolorifico rappresentato da quella Santa) ed alcuni frammenti d’ossa dei Santi Simplicio, Costanzo e Vittoriano, i famosi « Santi Martiri » di Celano (evidente conferma della soggezione di Gioia alla Contea di Celano).

Ma quel che più importa rilevare è come e quando queste reliquie venissero esposte, in forma solenne, alla venerazione dei fedeli. Ancora il Corsignaní così scrive nella sua Reggia Marsicana: « [ … ] Queste reliquie si espongono ogni anno nei giorni del S. Natale, nelle due Pasque dell’Epifania e Resurrezione, e nel giorno della Dedicazione del Tempio che ricorre a’ 2 di Luglio, quando si portano anche in processíone » (36).

Notizia che può essere integrata con quanto è riportato nella « Visita Pastorale » di Mons. Giuseppe Barone, cui è allegata una « relazione » dell’Arciprete di Gioia. Costui così elenca le processioni dell’anno:
« Ogni terza domenica del mese si fa la Processione del Venerabile. Ogni prima domenica del mese si fa con la statua della Beata Vergine del Rosario. A’ 6 Dicembre vi è la Processione con la reliquia di S. Nicolò protettore, e si porta nella sua chiesa. A’ 13 giugno parímente la Processione con la reliquia di S. Antonio, e si va processionalmente nella sua chiesa. A’ 2 Luglio con li tre reliquiari processionalmente si va per tutta la Terra, essendo la Festa della Consagra della Chiesa » (37).

Che S. Michele Arcangelo fosse già venerato almeno dai pastori che scendevano a Manaforno o dai contadini e che vi sostavano durante la stagione invernale, ‘ sufficientemente dimostrato dalla medesima « relazione » del Parroco di Gioia, allegata alla « Visita Pastorale » cui si è accennato di sopra (anno 1732) (36). Tuttavia, una vera festa di S. Michele comincerà ad aversi in Gioia solo nel secolo XIX, quando per Decreto Regio (anno 1836) sarà concesso perfino di svolgere una « fiera di S. Michele » (39).

Tuttavia, il Santo che ufficialmente, verso la metà del Settecento, acquista il ruolo di « primo protettore » di Gioia, fu S. Vincenzo Martire. Anche altri paesi della Marsica, più o meno nella stessa epoca, erano andati alla ricerca di un « santo » tutto loro, che non dovesse cioè essere spartito con altri paesi ed altre popolazioni: Ortona dei Marsi trovò nel 1756 S. Generoso Martire, Ortucchio nel 1751 il suo famoso S. Orante Eremita, Tagliacozzo una certa S. Fortunata Martire, Avezzano il « sacro corpo e il vaso col sangue » di S. Felice Martire, Gioia dei Marsi (anno 1757) il suo glorioso S. Vincenzo (40). Di
quale S. Vincenzo Martire si tratti, non è possibile saperlo: nella « Bibliotheca Sanctorum » vi sono elencati ben quattordici Martiri di tal nome, ma nessuno di questí è il Santo di Gioia (41).

Don Artemio De Vincentis, attuale Parroco di Gioia, cosi ricostruisce la leggenda di questo Santo: [ … ] Si vuole che, spentosi il terrore delle persecuzioni, i primi cristiani di Gioia si recarono a Roma, animati da pio voto. Erano quelli tempi difficilissimi per la Chiesa; gli spiriti, ormai pavídi, avevano bisogno di nuovo coraggio. [ … I. I nostri cristiani, dunque, raccolsero dalle Catacombe ossa attribuite a Martiri, le racchiusero in un sarcofago e ripresero la via di Gioia. Passando per l’odierno Colle di San Vincenzo, i portatori si concessero una sosta. Al momento di riprendere il cammino, alcuni di loro, stanchi del lungo e faticoso viaggio, presero la determinazione di lasciare le Sacre Reliquie al paese più vicino, Lecce Vecchio.

Contro tale decisione, insorsero gli altri portatori, irremovibili dal primitivo proponimento. Lunghe e clamorose si protrassero le discussioni, fin tanto che i primi, travolti dalla ostinazione, misero mano al sarcofago per deviarlo verso Lecce Vecchio. Ma il sarcofago era diventato improvvisamente pesante e nessuna forza umana avrebbe potuto mai muoverlo! Da pio incoraggiamento spinti, provarono allora gli altri portatori. Il sarcofago tornò leggero come piuma, e l’esultante processione poté muoversi per riprendere la via di Gioia. Quivi, i nostri Padri, ricomposte le Reliquie, le custodirono in una bella urna. Traendo ispirazione dalla vittoria riportata sul gruppo dei divagati, immaginarono e rappresentarono il Martire come un guerriero vittorioso (Vincens) e dal latino termine «vincens” ebbero ragione per venerarlo con l’appellativo di San Vincenzo.[ … ] » (42).

A parte, comunque, la leggenda (raccolta dalla viva voce dei vecchi Gioiesi), sul reperimento e la traslazione di S. Vincenzo Martire in Gioia esistono due documenti manoscritti, il primo nell’Archivio Parrocchiale, il secondo nella Curia Diocesana dei Marsi (43), da cui si possono trarre alcune notizie:

1) nel 1749 i Gioiesi avevano chiesto un « corpo di Martire », rivolgendo apposita domanda al « Sacrario Apostolico » di Roma;
2) il Prefetto del Sacrario Apostolico, Fratel Sílvestro Merani, aveva immediatamente risposto, assicurando i Gioiesi che avrebbero potuto ottenere con estrema facilità uno dei seguenti corpi di Martiri: S. Vincenzo, S. Fedele, S. Difendente e S. Celestino;
3) gli abitanti di Gioia fecero cadere le loro preferenze su S. Vincenzo, chiedendo che il suo corpo potesse es,sere consegnato ai loro rappresentanti con ogni garanzia di autenticità e di veridicità;
4) Fratel Silvestro Merani inviò, in data 27 giugno 1757, una lettera di « autentica », dalla quale risultava che il corpo del Santo era stato collocato in un’urna di legno dorata, alta circa quattro palmi, protetta da cristalli, ben chiusa, e segnata col sigillo del « Sacrario Apostolico »;
5) finalmente, il 5 luglio 1757, tale preziosa reliquia, trasportata con ogni solennità a Gioia, ebbe la sua collocazione ufficiale nella chiesa di S. Maria Nuova, sotto lo sguardo vigile e attento della delegazione episcopale (inviata appositamente da Mons. Domenico Antonio Brizi), di tutto il Capitolo di Gioia (composto da ben diciotto sacerdoti), dei due Sindaci (Anastasio Mascitelli e Giovanni Battista de lorijs), nonché di altri undici illustri cittadini. L’atto notarile, che stava a testimoniare dell’avvenuta consegna e del conseguente « riconoscimento del corpo di S. Vincenzo Martire, estratto dal cimitero di S. Agnese », veniva firmato dal Notar Giovanni Benedetto Mariní di Gioia.
Da allora, il culto per questo Santo è andato sempre crescendo, tanto che, quando se ne festeggia il « Centenario » (e, cioè, ogni venticinque anni da quella data del 1757), i Gioiesi tornano da tutto il mondo per rendere omaggio al loro grande Protettore. E non badano assolutamente a spese! (44).

Un altro culto celebre di Gioia, che ancor oggi resiste (accanto a quello di S. Michele Arcangelo) nelle feste di Settembre, è quello della Madonna della Neve, di cui si è parlato nel paragrafo dedicato alla chiese. Anche per questo argomento conviene attingere informazioni da coloro che ne hanno scritto in passato. Ecco quanto ci fa sapere, dell’origine di questa particolare devozíone, il Rev. D. Luigi Fazii (anno 1858): dopo aver accennato all’unione, avvenuta in tempi remoti, tra gli abitanti di Gioia, di Templo e Montagnano, il Fazií ricorda alcuni patti stretti tra i cittadini delle tre comunità: « Ed uno dei principali si fu, che dovessero venerarsi come Protettori primarii del nuovo nascente paese Maria SS. della Neve, Protettrice allora di Templo, e S. Níccolò Protettore di Montagnano.

Così si convenne, e tolte dai loro tempietti le due antiche statue [ … ], furono in divota processione condotte fra le cose loro più care, e riposte in una piccola chiesuolina ad essi dedicata, che tuttora sussiste. Fu tenera, fu affettuosa la devozione, che quei nuovi alleati professarono sempre d’accordo verso S. Niccolò, ma molto più verso la loro Protettrice Maria SS. della Neve. Ne celebrarono fin d’allora la solenne Festività ogni anno nel dì 5 Agosto, giorno in cui da S. Chiesa si fa la commemorazione delle Nevi cadute miracolosamente in Roma sul Colle Esquilino. Festività, che coll’intervento di molti forestieri tuttora si celebra, e si fa precedere da solenne Novena, nel primo giorno della quale l’antica statua di Maria vien rimossa dal suo tempietto e trasportata con solenne processione nella Chiesa Parrocchiale sotto il titolo di S. Maria Nuova. [ … ].

Maria della Neve accolse sempre con dimostrazioni di benignità e di compiacimento i loro ossequii, col preservarli, ogni qual volta fecero a lei ricorso ‘ e dai tremuoti, e dalle siccità, e dalle grandini, e dalle inondazioni, e da’ morbi contagiosi. Oprò ancora dei molti miracoli a favore di coloro, che erano affetti da diverse malattie. Erano questi registrati in un libro, che disgraziatamente peri nell’incendio, che fu in detta Terra nell’anno 1794. [ . ] »

Spostatisi, poi, i cittadini di Gioia giù in Manaforno, la devozione per la Madonna della Neve rimase sempre viva, fin tanto che, verso il 1830, si prese la decisione di innalzarle una nuova chiesa a Manaforno stesso. Ma di ciò già si è detto abbondantemente nel precedente paragrafo.

Accanto ai culti « indigeni », tuttavia, il popolo di Gioia è (o era) particolarmente legato anche ad altri Santi, verso i cui santuari si recava (e si reca) in pellegrinaggio per riceverne grazie e protezione. Il santuario più vicino a Gioia dei Marsi è quello di S. Gemma in Goriano Sicoli (cioè, subito al di là della montagna). Qui « nel 1752 -a’ 12 di maggio un giovanetto della Terra di Gioia in Marsi fu di subito ad intercessione di Santa Gemma liberato da grave malore, per cui si trovava rotto nella pelle, che sostiene gl’intestini » (46).
Anche per mète più lontane i Gioiesi si muovevano, organizzando « compagnie » di penitenti, che andavano ad invocare la grazia, soprattutto quando il male travolgeva non il singolo, ma la comunità intera.

Nel 1729, ad esempio, moltissimi Gíoiesi furono colpiti da attacchi di epilessia, tanto da sembrare indemoniati. La popolazione si recò in pellegrinaggio alle « Coste di San Falco », presso Palena (Chieti), dov’era un Eremo che si diceva fosse stato abitato proprio da S. Falco: e lì, « restarono liberi coll’intercessione di S. Falco altri ossessi di Gioia, Terra ne’ Marsi, dopo di avere quel sacro luogo divotamente Eglino visitato » (47).

Ma il culto più recente (la sua nascita dovrebbe risalire al secolo scorso) e – ciò nonostante – attualmente il più sentito, è quello per la Madonna della Libera di Pratola Peligna, al cui santuario ogni anno si reca, nella prima settimana di maggio, una numerosa « compagnia » di Gioia, che percorre a piedi la strada fino a Pratola.

La bibliografia su tale pellegrinaggio non è abbondantese si esclude una breve nota, pubblicata nel bollettino del Santuario nel 1974 e intitolata « La solenne festa di maggio » (48). del pellegrinaggio gioiese a Pratola Peligna esiste finora solo il testo di un’intervista, realizzata nel 1977 da Emiliano Giancristofaro di Lanciano .(49)

Ma come si svolge questo pellegrinaggio? Sulle sue origini (come e quando sia nato, cioè, il culto per la Madonna della Libera da parte degli abitanti di Gioia) non esistono dati certi: si parla, tuttavia, di una tradizione abbastanza antica. Un fatto caratteristico è il seguente: Gioia dei Marsi è l’unico paese della Marsica che abbia simili legami con la « Libera », mentre non ne ha nessuno, ad esempio, con il santuario della « Trinità » di Vallepietra, verso cui invece si sono sempre orientate tutte le altre popolazioni della zona. Non è possibile dare una spiegazione storica del fenomeno, mancando qualsiasi documentazione in proposito. La gente, tuttavia, dice che esso dipende dalla naturale tendenza dei Gioiesi a distinguersi e differenziarsi da tutti gli altri marsicani. « Siamo stati definiti i semidei della Marsica », ha dichiarato recentemente un abitante di Gioia. E, forse, ciò rispecchia abbastanza bene il carattere e la fisionomia etnico-culturale dei Gioiesi di ieri e di oggi.
Il pellegrinaggio per Pratola, che dura tre giorni, ha inizio la mattina del venerdi precedente la festa: dalla piazza di Gioia parte una « compagnia » di circa sessanta o settanta persone di tutte le età (perfino bambini di sei anni) e di ogni condizione sociale. Essa attraversa Venere, Pescina (qui, alle ore 9, si fa colazione al sacco, fermandosi sul « Ponte della Valle »), Forca Caruso, Goríano Sicoli (dove si fa una breve visita al santuario di S. Gemma Vergine e, quindi, il pranzo), Raiano, Pratola.

A Pratola Peligna è, ormai, considerato così importante l’arrivo della « compagnia » di Gioia dei Marsi, che non solo viene specificamente segnato nel Calendario dei festeggiamenti, ma è proprio tale arrivo a dare l’inizio ufficiale della festa stessa. Infatti, alle ore 18, non appena arrivano i Gioiesi, si dà l’avvio alla manifestazione con il suono delle campane, con la banda, con i fuochi d’artificio. L’accoglienza viene fatta dai « Deputati » della festa e dall’intera popolazione di Pratola.

I pellegrini vengono ospitati in un camerone, dove, dopo aver consumato la cena, si sdraiano su giacigli di paglia. Anche negli ultimi anni si è rimasti fedeli a questa tradizione, nonostante l’invito rivolto dal parroco (don Artemio De Vincentis) a ricorrere ad una sistemazione più comoda. Il sabato mattina, nella funzione religiosa che si tiene nel Santuario, alla « compagnia » di Gioia viene riservato il primo posto (nel presbiterio) e perfino il privilegio del trasporto della statua della Madonna durante la prima processione. I portatori, nel passato, partecipavano all’asta; oggi pagano semplicemente un’offerta, che si aggira (anno 1982) intorno alle 200 mila lire.

Alle ore 15 dello stesso sabato, giunge anche il Parroco da Gioia: e la chiesa della « Libera » viene riservata, per un’ora, ai soli Gioiesi, i quali vi svolgono una funzione religiosa e devozionale tutta loro. Lo stendardo (su cui è raffigurata la Madonna) riceve, lungo la strada, le offerte in denaro dalle popolazioni che assistono al passaggio della « compagnia ». Tali offerte vengono appuntate con spillini su alcuni nastri e consegnate, infine, ai « Deputati » della festa.

Finalmente, la domenica, i festeggiamenti e le cerimonie si estendono a tutta la popolazione di Pratola; tuttavia, la « compagnia » di Gioia ha sempre diritto ad un posto privilegiato, e la festa si chiude proprio con la partenza (il « congedo ») della « compagnia » marsicana. Il « congedo » si realizza nel modo seguente: dopo aver cantato il « Noi t’adoriamo Vergine », i pellegrini di Gioia passano ancora una volta davanti alla Madonna per l’ultimo saluto. Quindi, si dispongono in mezzo alla chiesa e, dopo un breve silenzio, intonano il canto « Evviva Maria », chiedendo alla Madonna quasi il permesso di uscire:

« Noi siamo di partenza, tu dacci la licenza e la santa benedizione! ».

Poi, sempre cantando l’inno, escono di chiesa. Ma, per rispetto verso la Madonna, escono indietreggiando, per non girare le spalle alla loro Protettrice, fin che son fuori della chiesa. Giunti sul piazzale, rivolgono ancora un ultimo saluto, un ultimo « Evviva Maria! »; e poi partono, cantando fin fuori del paese il canto della « Libera »:

« Madonna della Libera, noi siamo di partenza, tu dacci la licenza e la santa benedizione! Evviva Maria, Maria della Libera, Maria della Libera e chi la creò! ».

Un’ultima osservazione (a proposito del comportamento della « compagnia » di Gioia) si può fare sui canti eseguiti in chiesa in onore della Madonna: quello più caratteristico è « Non mi chiamate Maria », perfettamente somigliante al « No mi giamedas Maria », che si canta in Sardegna. Usciti da Pratola, i Gioiesi rifanno a piedi tutto il percorso; e, quando giungono alle prime case di Gioia, si incontrano con un altro pellegrinaggio (composto quasi esclusivamente di giovani e ragazzi), che la stessa mattina si era recato a Gioia Vecchio, alla chiesa della Madonna delle Grazie.

Le due Madonne (raffigurate nei due stendardi) si abbracciano; e poi, insieme, entrambe le « compagnie » si recano nella chiesa parrocchiale, accompagnate da tutta la popolazione. L’entrata si fa in ginocchio, strisciando sul pavimento. Dopo il commiato del Parroco e la benedizione, la cerimonia si chiude senza né giochi popolari, né manifestazioni profane.

Prima di chiudere l’argomento « Madonna della Libera », conviene brevemente sottolineare alcuni elementi caratteristici di questo pellegrinaggio dei Gioiesi: in esso non vi è alcun segnale particolare da rilevare (né riti di comparatico, né rami o fronde che si portino addosso, né abbigliamento peculiare, né lancio di pietre, ecc., come avviene invece, o avveniva, in altri pellegrinaggi della Marsica). Tuttavia, durante il cammino di andata, sulla salita di Forca Caruso (lungo un tratto ben definito) la « compagnia » recita la Via Crucis; e sulla montagna dopo Goriano, appena si scopre Pratola e si vede la cupola del santuario, i pellegrini s’inginocchiano, ed uno di loro (a nome di tutti) rivolge il « saluto » ufficiale alla Madonna, mentre gli altri, ad alta voce, pronunziano richieste di grazia, invocazioni particolari, ringraziamenti per favori già ricevuti (50).

Per completare questo paragrafo, rimarrebbe da parlare delle manifestazioni popolari non religiose (come l’antica « gara del solco »), delle antiche consuetudini, delle credenze superstiziose o magiche (soprattutto sui morti e sui tesori nascosti), delle leggende legate alla storia del paese, dei briganti, della toponomastica (si pensi alla famosa « Cùnnola del diavolo »), della Banda musicale (la cui prima esibizione si ebbe nel 1880), del Coro Folkloristico (vincitore di una memorabile gara tra gruppi corali ad Avezzano nel 1955), dei cibi caratteristici (come gli gnoccbi carrati), dei pronosticí legati alla vita dei campi, dei riti vari connessi con il ciclo agrario e con quello liturgico (l’acqua di S. Giovanni, del 24 giugno; i carboni di S. Lorenzo, del 10 agosto; i granati dei Defunti, del 2 novembre; i granati del l’ aprile; i panelli di San Giuseppe, ecc.). Ma sono, tutte, notizie ed informazioni che non solo sono state già pubblicate da studiosi del calibro di Antonio De Nino o Giovanni Pansa, ma che ormai non trovano più rispondenza alcuna nel modo di vivere e nella mentalità dei Gioiesi di oggi (51).

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Folklore e tradizioni religiose
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