Fine Medioevo

Dopo la guerra marsica o sociale, inizia per le popolazioni italiche e quindi anche per gli abitanti della regione dei Marsi un lunghissimo periodo di pace che si protrarra praticamente fino alla fine dell’impero romano. La pace favorisce la crescita economica e sociale della popolazione. La costruzione della via Valeria e l’apertura dell’emissario claudiano costituiscono due opere di fondamentale importanza per i Marsi Anxantini, in quanto influiscono positivamente sullo sviluppo dei traffici e sul potenziamento dell’agricoltura. Sul piano insediativo, le città e i villaggi crescono e si espandono soprattutto in pianura. Al tempo stesso, crescono e si moltiplicano le ville patrizie, costruite al di fuori delle cinte urbane. Le esigenze difensive che in passato avevano costretto gli abitanti di quei luoghi a vivere nei posti meno accessibili e a munire le città di solidissime mura, collegandole con oppidi vicini e ben muniti, ora vengono meno e le difese urbane cominciano ad essere trascurate.

La pax romana, assicurando sicurezza e benessere a tutti, rende superflua la costruzione di nuove mura per le città e la manutenzione delle vecchie. A ciò si aggiunga che la conversione al Cristianesimo mitiga notevolmente il carattere bellicoso e guerriero di quelle popolazioni, trasformandole in comunità laboriose e amanti della pace. Tutto ciò avrà più tardi delle conseguenze disastrose quando, alla fine dell’impero romano, i centri marsicani si troveranno tutti impreparati a fronteggiare i momenti difficili che seguiranno alle invasioni barbariche, alle guerre tra Goti e Bizantini e tra Bizantini e Longobardi. Molte città si troveranno impreparate a difendere le proprie popolazioni e le proprie risorse dalle distruzioni belliche e dalle devastazioni degli eserciti di passaggio. più di tutti, si troveranno esposti i centri anxantini di Porciano, Paterno e S. Pelino i quali erano situati in una zona che costituiva luogo di passaggio, praticamente obbligato, tra lago e montagna, per gli eserciti che attraversavano l’Appennino seguendo il tracciato della via Valeria. I1Brogi, attingendo alle fonti storiche del tempo, tra cui l’Aretino, Paolo Diacono e Anastasio il Bibliotecario, descrive con rara efficacia il degrado sociale e politico di quei tempi: “Gli eserciti dei belligeranti percorsero e ripercorsero ripetutamente la Marsica.

Del solo re Totila si contano quattro passaggi: il primo nell’anno 543, quando, dopo la battaglia di Mucella ando nella Campania; il secondo nel 544, allorche Bellisario, tornato in Italia, si avviava a Ravenna e Totila per andargli incontro traverso la Marsica; il terzo nel 547, in cui trovandosi Totila nell’assedio di Perugia, e saputo che Giovanni il Sanguinario aveva rapiti a Capua i senatori romani e le loro famiglie, vi accorse con parte dell’esercito, traverso la Marsica, piombo sopra Giovanni, fece macello delle sue genti e s’impadroni del campo; infine, il quarto passaggio avvenne nel548, quando Totila assediava Rossano, forte ed importante castello sul tarentino, e Giovanni, che lo difendeva, ridotto alle strette, n’usci di soppiatto, rapidamente passando per la Puglia e per la Marsica si getto nel Piceno” (77). Agli inizi di questa guerra la Marsica era tenuta in soggezione dalle milizie gotiche che stavano in difesa di Alba. Successivamente pero i Goti sgombrarono Alba, perché a corto di viveri, e furono soppiantati dai Bizantini che approfittarono della circostanza per guadagnare la posizione. Ma i passaggi di eserciti e soldatesche belligeranti non finirono li.

Nel 554, il re gotico Teia, partendo da Pavia, percorse la Marsica per raggiungere Cuma assediata dai Greci. Intando, ai belligeranti si erano aggiunte anche delle orde di Franchi e di Alemanni, i quali “si riversarono come una fiumana sul Piceno, nella Marsica e poi per lungo e per largo su tutte le province meridionali: le loro gesta furono da orde feroci, non lasciando dietro loro che cenere e cadaveri” (78). Finito nel 554 il dominio dei Goti, segui un periodo di pace che non fu di lunga durata. Nel 568 infatti cominciava l’invasione dei Longobardi che aggiunse rovine alle rovine precedenti. Il loro dominio duro circa due secoli e, alla fine, i centri abitati negli Abruzzi erano cosi rari “ond’é a ritenersi per certo che nei secoli VI, VII e VIII non vi esistessero affatto” (79). Nella Marsica, le condizioni di vita rimasero effettivamente impossibili per tutto il periodo che va dalla fine dell’impero romano alla fine del periodo longobardico.

I vecchi centri abitati, eccetto Alba e qualche vico fortunato, erano ridotti in cumuli di rovine e il loro nome rimase solo come toponimo a testimonianza della loro esistenza. I vecchi e superstiti abitanti avevano dovuto rifugiarsi in luoghi più sicuri per salvare il salvabile: chi verso le alture più impervie ma più protette della natura, chi nelle città più solide come Alba Fucense. Ciò nell’attesa di tempi migliori che ricreassero delle condizioni normali di vita. Passato il periodo più buio che coincide con i secoli VI, VII e VIII e cioè con il periodo dei Goti e dei Longobardi, tornarono gradatamente a rinascere i primi centri abitati, posti al riparo di luoghi sicuri e di rocche robuste e ben munite. R questo il caso di Avezzano, della cui esistenza abbiamo notizie riferite all’anno 867 (sec. IX); ma e anche il caso di Paterno, che fu uno dei primi centri a risorgere dalle vecchie rovine.

La sua esistenza e infatti confermata fin dal secolo VIII e al suo interno si raccolse la supestite popolazione di Porciano, Panciano e Colle Lanciano. L’antica città di Anxa in questo periodo non trovo sorte migliore degli altri centri marsicani e subi anch’essa la distruzione. Della sua esistenza, resta il toponimo di Lanciano o di Colle Lanciano e restano le rovine tra le quali facevano bella mostra si se quelle delle terme e del pretorio. Resta anche la Cuna, l’antica ma sempre valida sorgente sampelinese e resta una chiesa dedicata a S. Pelino che, a sua volta, lascerà nel toponimo il ricordo di se e trasmetterà il suo nome al paese moderno quando questo risorgerà in quel luogo.

Ma non solo rovine e tracce del passato vediamo esistere a S. Pelino nel periodo buio del medioevo. Qualche forma di vita e di attività, stimolate dalla presenza dell’ottima sorgente, continuarono ad esistere. Dai ruderi della città fu infatti edificata una chiesa dedicata a S. Lorenzo. Ebbene, la presenza di quella Chiesa e la presenza dei monaci cassinesi ai quali venne affidata in cura, attestano che il luogo continuo ad essere frequentato e abitato, anche se in forme modeste e sporadiche. Il nuovo centro abitato si riformerà solo più tardi, alla fine del medioevo. Sul piano amministrativo, ricordiamo che il territorio italiano era stato suddiviso con Augusto in 11 regioni. La Marsica e quindi anche Anxa era stata inserita nella IV Regione anche se una parte di essa e cioè quella rientrante nel raggio di cento miglia attorno a Roma rimaneva sottoposta all’autorità del prefetto di Roma.

Ciò fece si che le comunicazioni tra la Marsica e Roma, peraltro facilitate dalla presenza della via consolare, siano rimaste ben salde. Successivamente, nel tardo impero, l’organizzazione amministrativa del territorio italiano fu modificata e alle regioni furono sostituite delle circoscrizioni meno estese chiamate Provincie. L’Italia veniva cosi suddivisa in 17 provincie e la Marsica venne inserita nella Provincia Valeria, detta anche dei Marsi, che si estendeva fino al Piceno, confinando con l’Umbria, con le vicinanze di Roma e con il Sannio. Le provincie restarono in vita fino all’epoca longobarda, dopodiche furono trasformate in Gastaldie. Cosi, quella che era la Provincia dei Marsi passo a chiamarsi Gastaldia dei Marsi. La Gastaldia era una nuova organizzazione amministrativa del territorio e conservava gli stessi confini delle vecchie province. A capo c’era il Gastaldo e cioè un alto funzionario Longobardo il quale esercitava, in nome del re, tutte le funzioni militari, giudiziarie e amministrative nell’ambito della circoscrizione. Nell’anno 859 il dominio dei longobardi era ormai scomparso un successore di Carlo Magno, Ludovico II, trasformo in contee tutte le gastaldie.

La gastaldia dei Marsi diventa cosi la contea dei Marsi. Primo conte (80) fu un certo Gerardo, cui segui un tale Ildeberto noto soprattutto per la arroganza e per l’ambizione. Nel930, troviamo la contessa Dota che sposa Berardo detto il Francisco, per la sua origine francese, il quale era cugino di Ugo di Provenza e discendente sembra dalla famiglia di Carlo Magno. Berardo viene nominato Gran Conte dei Marsi e diventa capostipite di una nobile famiglia che per oltre tre secoli e cioè fino all’epoca di Federico II (11971250) tenne questa contea.
La prima sede della contea fu probabilmente Spoleto dove fu residente Berardo e i suoi primi successori. In epoca successiva, verso l’anno 1025, il conte Berardo IV spostò la sede nel territorio proprio dei Marsi, anche perché, nel frattempo, a causa degli smembramenti ereditari, l’enorme contea si era ridotta al solo territorio marsicano.

Berardo IV può dirsi perciò il primo “comes marsorum” in senso stretto (81). Successivamente, sempre a causa delle successioni ereditarie, anche la contea (o contado) dei marsi viene smembrato in due parti: quello di Celano e quello di Albe ai quali si aggiunge più tardi quello di Tagliacozzo. Le terre di S. Pelino e di Paterno restano aggregate al contado di Albe, mentre Avezzano ne diventa la capitale effettiva, ereditando da Albe la funzione e il ruolo di città capoluogo (82). Cosi, per tutto il medioevo e oltre rimane integra quella unita politico-amministrativa che aveva accomunato S. Pelino, con Paterno e Avezzano, ad Alba Fucense. Solo nel 1806, con l’abolizione del sistema feudale, quella unita si spezza. S. Pelino e Paterno, al pari di tutti gli altri centri abitati, diventano universitates e cioè tutti comuni a se stanti e tali restano fino a quando, con legge del 4 maggio 1811 non fu deciso che i comuni più piccoli, quelli cioè che non fossero stati in grado di provvedere al proprio finanziamento, dovessero essere “riuniti” in un comune più grande, denominato percio “centrale”. Fu da quel momento che S. Pelino venne riunito al comune di Massa, mentre Paterno venne aggregato a Celano. Questa, pero, e storia contemporanea, per la quale facciamo invio ad una trattazione separata.

Note
77) Brogi, op. cit. pagg. 92-93.
78) Brogi, op. cit. pag. 94.
79) – Brogi, op. cit. pag. 98.
80) Conte deriva dal latino comes (compagno dell’imperatore).
81) Brogi, op. cit. pag. 131.
82) – Durante tutto il medioevo Alba vive un lento ma inesorabile processo di decadenza. Patisce anch’essa i danni delle invasioni barbariche e delle guerre che ne seguirono e, in particolare, subi delle pesanti distruzioni nei secoli IX e X ad opera dei Saraceni e degli Ungheri. La decadenza fu definitiva nel 1268, a seguito della battaglia detta di Tagliacozzo tra Carlo D’Angio e Corradino di Svevia. Quella battaglia si era svolta, in realta, tra Scurcola e Magliano e, quindi, praticamente sotto gli occhi degli Albesi che dall’alto della loro collina e delle loro mura poterono seguirne da vicino le varie fasi. Commisero cosi il grave errore di intervenire in favore d! Corradino quando sembrava che le sorti dello scontro si fossero concluse a favore di quello. La battaglia invece non era ancora conclusa e termino con la vittoria di Carlo d’Angio. Da questa vicenda, gli Albesi subirono una punizione severa dalla quale la città non ebbe più la forza di risollevarsi.

San Pelino la capitale antica dei marsi anxantini

Pasquale Fracassi