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Comune di Gioia Dei Marsi

t2

Testi a cura del prof. Giuseppe Grosssi maggiori info autore
Il territorio di Casali d’Aschi non ha restituito strumenti o resti di insediamenti della fase preistorica, che purtroppo rimane per questo versante del Fucino ancora non studiata 13. Qualche oggetto in bronzo, con provenienza da « Manaforno » e attribuibile al bronzo finale o prima età del ferro, viene segnalato dal Peroni 14 e poi di nuovo dal Radmilli : « … dalle vicinanze di Menaforno un rasoio a doppio taglio, il quale ha sulle due facce inciso il simbolo della bipenne e una doppia linea che corre lungo il margine inferiore. [ … ] Da Menaforno arrivano tre asce e una punta di lancia a cannone » 15.

Mentre scarsa appare la documentazione sulla preistoria e della prima età del ferro, ricca è la presenza di insediamentí attribuíbili alla fase di autonomia delle popolazioni italíche locali (VII-III sec. a. C.) e alla successiva romanizzazione.
L’organizzazione del territorio di Casali d’Aschi nel periodo italico appare abbastanza complessa e articolata, con una serie di opere ben definite, costruite a scopi difensivi e di notevole

controllo visuale del territorio. Tre centri fortificati (oppida) sono infatti presenti nell’area ad altitudini differenziate: l’oppidum del « Rotale » sul Colle delle Cerese (quota 1036), quello di « Vico » (o Colle della Croce – quota 953) e della « Giurlanda », ora « Castelluccia » (quota 801). La presenza di questi tre centri fortificati, a carattere probabilmente stanziale ma con scopi prettamente militari, documenta un bisogno di controllo di pascoli montani ed anche di arterie varie legate alla transumanza verticale. Dall’esame dei tre centri appare chiara questa vocazione, soprattutto in quello di Vico in cui la cinta murarla racchiude la sommità per poi scendere in basso quasi a raggiungere il piano.

Il centro fortificato del « Rotale » è raggiungibile da un notevole sentiero, scavato in gran parte nella roccia, che partendo dal locale di S. Veneziano risale per raggiungere il « Piano di Voltaiello », ricco di numerose polle d’acqua. Sul valico (quota 954) che immette nel piano, nelle vicinanze della prima polla d’acqua, tracce di un muro in opera quadrata e di frammenti fittili relativi a tegulae testimoniano la presenza di un edificio forse legato ad usi culturali data la posizione sul valico e la presenza delle acque.

L’altura su cui è presente il centro è a quota 1036 m. dal livello marino ed è una delle poche alture da cui si possa godere una visione quasi completa della piana del Fucino. La recinzione muraria, in opera poligonale di I maniera, è conservata al solo livello di fondazione, ad esclusione di alcuni brevi tratti in cui sono visibili due soli filari di blocchi in elevato, pur tuttavia i crolli numerosi, con notevole presenza di blocchi e pietrame medio, testimoniano che un tempo il muro doveva essere di altezza notevole. Lo spessore murario è di circa 2,50 m., con due paramenti che racchiudono un riempimento di pietrame medio e minuto nell’interno.

Alle spalle della recinzione è presente una strada anulare interna; una fascia larga circa 5 m., costituita da battuto di terra e pietrame minuto, che serviva agli assediati per percorrere celermente il circuito murario 17.

La cinta muraria ha pianta ovoidale con circonferenza di 750 m. circa e una superficie interna di 3,4 ettari; su di essa si aprono due porte orientate a nord-ovest sul lato nord e a sud-est sul lato sud. Esse sono, allo stato attuale di reinterro, del tipo a sdoppiamento parallelo del muro di cinta 18. Nell’interno una seconda recinzione divide in due parti il centro e su di essa sono presenti tre aperture di cui una centrale ed altre due sui raccordi con la cinta esterna.Nella sommità sono i resti di un muro in opera poligonale (IV maniera) con blocchi grandi aventi giunti ad incastro, probabilmente riferibili ad un edificio di culto di cui è presente anche, divelta, una soglia di calcare, con tracce di cardine.

Il muro risulta essere riutilizzato come base di una costruzione di età medioevale non pienamente comprensibile ma con parete nord-ovest absidata, forse riferibile ad una probabile struttura cultuale cristiana; tracce di un edificio a pianta rettangolare sono presenti a venti metri a sud-ovest della struttura già citata (torre medioevale?). Una depressione sul terreno e la presenza di due rocchí di tozze colonne di calcare rastremate documentano l’esistenza di una cisterna a pianta circolare con colonne sulla vera presente in diversi oppida e castella della Marsica. In passato (ed ancora adesso) furono raccolti frammenti di ex-voto fíttilí, anatomici o raffiguranti offerenti e animali (anche un balsamario fíliforme di vetro), che documentano la presenza di una vita religiosa sull’altura `. Appare quindi chiaro che la divisione interna serviva a delimitare l’area sacra (una specie di arx interna) dall’abitato vero e proprio posto sull’area a quota più bassa; infatti la presenza, nell’area sottostante alla recinzione dell’arx, di numerosi frammenti fittili di tegulae e di dolia documenta l’esistenza di strutture riferibili a capanne con probabile elevato stramíneo e copertura in tegole.

La ceramica presente in superficie va dal tipo arcaico ad impasto (con presine a linguetta orizzontale e orlo piatto) alla vernice nera ed anche notevole è la quantità di ceramica, invetriata e non, di età medioevale soprattutto sull’altura. Dall’esame del materiale fittile votivo e della ceramica d’uso quotidiano rinvenuta nell’area si può desumere che il centro fortificato fu probabilmente utilizzato stabilmente fino al III secolo a. C. per poi passare, dal II al 1 secolo, a scopi esclusivamente militari e di santuario di altura legato alle frequentazioni estive dell’area da parte delle comunità pastorali. Il centro dovette essere forse abbandonato nel corso del 1° sec. a. C. dato che non si rinviene ceramica di tipo aretino o terra sigillata, ma sicuramente i pastori marsi continuarono ad usarlo come stazzo. Anche in età medioevale ebbe la funzione di stazzo 20. con la probabile presenza di una chiesa ed anche forse di una torre sulla sommità.

Il piano di Voltaiello (quote 972-976) doveva essere utilizzato già in antico non solo a scopo di alpeggio estivo ma anche ad usi agricoli per soddisfare, almeno in parte, i bisogni alimentari della comunità, prevalentemente pastorale, presente nel centro del Rotale 21. Un sentiero che si biforca sul valico precedentemente descritto a quota 954, metteva in comunicazione il centro fortificato di Colle delle Cerese con quello di « Vico » posto a circa 1.800 km. di lontananza verso sud Di Pietro chiamava Vico ALBO, « … un Castello Marso della più remota antichità. Esso era costruito a circa due chilometri di lontananza da Manaforno verso Nord-Ovest, sopra un mori ticello che esce fuori dalla gran catena dei monti sovrapposti. I ruderi delle mura rovesciate che tutt’ora si osservano in quel monticello denudato della terra vegetale, fanno conchiudere che un alluvione [ sic. 1 venuta dalla parte superiore, lo sradicassse”. (22).

L’oppidum di Víco (tav. III) presenta una recinzione muraria più curata, con cortina esterna di un poligonale di II maniera conservata, in alcuni tratti ‘ per quattro filari di blocchi in elevato 23. La recinzione è esposta su un notevole pendio difeso anche da notevoli balzi rocciosi; lo spessore murario è di circa 2,50 m. All’esterno, sui lati nord e nord-ovest, sono le tracce di un fossato di difesa attualmente ripieno dai crolli della cinta e dai materiali di dilavamento della cima sovrastante; esso era stato scavato sul lato della recinzione più esposto agli attacchi e con declivio più dolce.
Non sono più visibili le porte ma se ne può intuire l’esistenza almeno su due punti della recinzione: sul lato nord in prossimità della quota 922 su cui esisteva la torre del castello di Vico (qui infatti la cinta faceva un angolo retto che favoriva l’accesso; lo scasso medioevale fatto per le difese esterne della torre ne ha distrutto in parte i resti ad esclusione di quattro blocchi della guancia sinistra); sul lato est, forse a quota 890, dove entrava anche il sentiero medioevale che immetteva, provenendo da S. Veneziano, nel castello.

La superficie interna era forse di 14 ettari, con un insediamento interno posizionato su terrazze rette da murature poligonali, di cui sono presenti resti. Numeroso il materiale fittile riferibile a dolia e tegoloni, oltre a ceramica ad impasto, vernice nera, terra sigillata, invetríata e maiolicata. I rinvenimenti superficiali documentano la lunga vita del centro, che dall’età arcaica fu utilizzato fino al 1 sec. d. C. e poi nel medioevo fino al secolo XVII, con la creazione, sul versante est, del centro medioevale di Vico di cui parleremo più avanti dettagliatamente.

Dal centro fortificato si dipartivano tre sentieri sicuramente antichi che lo mettevano in comunicazione col piano e con gli altri centri fortificati posti sui monti vicini ed anche con la « Fonte di Vico », posta a quota 1100 circa, fonte principale di approvígionamento idrico (attualmente visibile nella sua struttura medioevale)”” .

Il sentiero che portava alla « Fonte »,, metteva inoltre in comunicazione il centro con il vasto retroterra pastorale interno (« Vadaíello ») ed anche con dei brevi piani coltivabili montani (« Vicegna ») ed attraversando queste località portava al « Piano di S. Nicola » dove si collegava con una grossa arteria viaria interna (« Valle Fredda ») controllata sul « Vallo di S. Nicola » da tre centri fortificati 24 e da un santuario italico, poi riutilizzato in età cristiana con la creazione della chiesa di S. Nicola in Vallo’ 25.

Un altro sentiero, che probabilmente usciva dalla porta sul lato nord, costeggiando e seguendo la quota 870 permetteva il collegamento con il centro fortificato di Aschi attraversando « le Grippe », « le Grette », la « Noce di Matrone » e il « Valico della Defensa » per poi scendere su Aschi (Asculum) 26 e più giù fino a raggiungere il Giovenco all’altezza della « Rosce »
di Ortona dei Marsi .

Dalla « Fonte di Vico » partiva un altro importante sentiero che attraversando le località « Colle della Fonte » e la « Gorga » raggiungeva l’arteria viaria già precedentemente citata (« Valle Fredda » o « Valle Verde ») all’altezza della seconda fonte di S. Nicola. Qui nel medioevo doveva sorgere la chiesa di S. Mangario, S. Mangarii in Valle-Frigida, citata nella Bolla di Clemente III ~(anno 1188) `. Dopo aver oltrepassato la strada, il sentiero si inoltrava nella località « Puzzello » per poi attraversare il Valico e scendere sul fiume Giovenco. Nel « Puzzello » era presente nel medioevo la chiesa di Sanctae Maríae in Vallís-viridis di cui rimangono dei resti e il topolino di « S. Maria » 29.

Il Valico (quota 1233) del « Puzzello » era controllato da due centri fortificati: l’oppidum di « Monte Civitella », quota 13 10, sulla destra: il castellum di M. Parasano o « Monte Puro », quota 1284, sulla sinistra, dove era presente nel medioevo la chiesa di Sancti Angeli in Parasepe 30.

Dalla descrizione di questi percorsi appare chiaro il legame del centro di Vico con gli altopianí sicuramente legati alla pratica pastorale ed anche, in piccola parte, al mondo agricolo. Anche le varie chiese precedentemente citate, che servivano il territorio nel medioevo, sono la testimonianza di questo legame col mondo pastorale; i nomi di S. Angelo in Parasano e di S. Nicola in Vallo richiamano la presenza di santi della transumanza medioevale ed è anche possibile una sovrapposizione del loro culto ad una struttura culturale, pastorale, più antica legata alla figura del dío Ercole. Infatti nel caso di S. Nicola in Vallo la presenza di un grande muro di terrazzamento in opera polígonale (IV maniera), di una copiosa fonte d’acqua (ora fontanile di S. Nicola in Vallo) e di frammenti fittili relativi ad ex voto, conferma l’esistenza di un santuario italico.

Il piano posto alla base dell’oppidum di Vico, detto nel medioevo « Piano di Víco » 32, era interessato da una grossa arteria viaria, da una necropoli e da un villaggio o vicus. La strada era costituita probabilmente da un fondo in battuto con una serie di interessanti tombe a camera, scavate nella roccia (rupestri) o realizzate in muratura, sul lato nord-est 33.

Essa seguiva le quote 690-686 alla base del Colle delle Cerese e del Colle Truscino per poi interessare la località « Alto le Tombe » (tav. I); in questa località, poco prima di giungere alla croce di ferro dove inizia il sentiero che porta da S. Veneziano all’oppidum del Rotale, ai margini est di una grande cava di breccia sono ancora visibili, sezionate dal taglio della cava, due delle quattro tombe a camera in muratura in opera incerta e copertura a volta che vidi per la prima volta nel 1975 ‘.

La cava naturalmente ha distrutto, col suo avanzamento laterale numerosissime tombe di cui una testimonianza rimane in una grande stele sepolcrale con entro una edicola timpanata; due lesene laterali con capitelli corinzi e alta trabeazione con timpano, racchiudono una porta Ditis con la seguente iscrizione nella parte alta incorniciata:
Oppia.Q.f. 35.
Altra stele funeraria timpanata con porta Ditis fu certamente recuperata nella stessa area della cava giacché nella iscrizione ricorre il nome della dedicante Oppia a cui era dedicata la stele precedente :
Q.Oppio T.f.Cudiae Oppia.fffia fecit 36.
Dalla località « Alto le Tombe » vengono altre due iscrizioni rinvenute all’inizio del secolo XIX e negli ultimi anni:
d.M.s
Felici.qui . vix
ann.XX.et.Fi
deli.qui.vix
annis.XVIII
Felicissimus
pat.et.Saturni
na.mat.et.p.b.m.
Una stele funeraria in calcare a semplice tavola rettangolare con iscrizione:
Sabellus. Aquiaru[m] (servus) vit(ít).a(nnos).XXX posít. Optata amica.de.suo p (37)

Una serie continua di tombe; a camera con copertura a volta, a fossa con copertura a lastroni e a cappuccina, furono rinvenute dopo l’ultima guerra sotto le prime case di S. Veneziano, sulla sinistra dopo la croce di ferro. In esse furono rinvenuti numerosi oggetti; piatti in terra sigillata, qualche olpe e coppe in vernice nera, due lucerne in terra sigillata di cui una con bollo a rilievo e scritta FORTIS 38, diverse bottigline in vetro di età giulio-claudia (anche fittili) (fig. 5) ed inoltre un frammento di una porta tímpanata con rappresentazione di porta Ditis; rimane la parte superiore relativa al timpano con rappresentazione, nel centro, di crescendo lunare (h. 21 cm.j. 44 cm.,s. 10 cm.) 39.

Oltre alle predette tombe, databili dal II sec. a.C. al I sec. d.C., altre ne furono rinvenute, in ordine sparso (durante i lavori di estrazione relativi ad una cava posta alla base di « Colle Truscino »), di età italica con materiali databili dal VI al III sec. a. C. fra cui una con ripostiglio laterale contenente numerosi oggetti di ferro; dalla descrízione raccolta sembrerebbe essere del tipo a fossa, ripostiglío laterale, e copertura informe di pietre di varie dimensioni (tumulo?). I materiali rinvenuti nella tomba, accanto ai resti scheletrici e nel ripostiglio, sono riferibili: oggetti in ferro pugnali con relativi foderi, coltelli, spiedi, rasoi, chiodi, punte di freccia e di lancia con innesto a cannone; oggetti misti bronzo e ferro – elementi di ferro relativi alla calotta di un elmo che aveva un rivestimento esterno in sottile lamina di bronzo di cui rimane una paragnide bronzea con superficie liscia ed ancoraggio laterale in ferro; oggetti in bronzo – un umbone di scudo con decorazioni geometriche incise a bulino e foro centrale con relativo chiodo bronzeo per il fissaggio sulla base di legno, una fibula ad arco serpeggiante e frammenti di uno specchio”.

Fra le tombe a camera, precedentemente descritte, di S. Veneziano era visibile un mausoleo in opera cementizia a torre a pianta quadrata da cui proviene una stele funeraria (inedita) di forma rettangolare con iscrizione incorniciata e culmine superiore centinato in mezzo a due acroteri di cui rimane quello sinistro. La stele è rifilata su tutto il margine destro e presenta tracce di malta sulla superficie; attualmente è ridotta in tre frammenti:

Accanto al mausoleo in una delle tombe a camera furono rinvenuti dei frammenti ossei decorati, di varie forme, relativi ad un letto funerario oltre ad un piccolo sarcofago monolitico, con coperchio di pietra lunato, che conteneva le ossa di un bambino ed accanto una lucerna di bronzo « … con becco di serpente e coda con funzione di maniglia; sulla bocca il foro per lo stoppino » 42.
Nelle vicinanze, sulla destra della strada, nella proprietà di Taglieri Ludovico furono scoperti e poi ricoperti i resti di una fontana costituita da quattro lastre di pietra con testa di leone sulla lastra da cui usciva l’acqua; accanto vi erano i resti di altri edifici probabilmente riferibili ad un fundus (villa rustica). Forse a questo fundus deve essere riferibile il rinvenimento di un ripostiglio di monete familiari d’argento di età repubblicana avvenuto nel 1899:
« Nella contrada denominata Alto le Tombe in un terreno del sig. avv. Francesco Mascitelli, eseguendosi dei lavori agricoli, gli operai rinvennero un recipiente di rame con entro un grande numero di monete familiari di argento, le quali andarono disperse dagli inventori, meno di trecento circa, che si poterono recuperare dall’Arma dei R.R. Carabinieri, ed altre cento che passate in mano del cav. avv. Giuseppe Mascitelli, furono da lui portate, per esame, al Ministero della Pubblica Istruzione.

Delle monete recuperate dai R.R. Carabinieri fece accurato elenco il solerte ispettore degli scavi in Avezzano, cav. Francesco Lolli. Con la scorta di questo elenco e dell’altro delle monete presentate al Ministero, il ch. prof. Solone Ambrosolí, direttore del Gabinetto Numismatíco di Milano ‘ ha potuto dedurre, che il ripostiglio (per quanto è noto sino ad oggi) componevasí di monete quasi tutte comuni, anzi comunissime, ove si accetti il denarío dell’Appuleía con la quadriga ripetuta sul diritto e nel rovescio (Babelon n° 3).

L’elenco compilato dal prof. Ambrosoli è il seguente:ecc. » (43)
La strada antica dopo aver attraversato il locale di S. Veneziano si divideva in due sentieri di cui il principale proseguiva verso « Alto le Ripe » (località posta dove è adesso l’abitato di Gioia dei Marsí) ed il minore verso S. Vittoria per poi proseguire per le Grette ed oltre fino ad Aschi . Del minore abbiamo una testimonianza data dalla presenza di un’ara funeraria, con pulvino decorato da una corona a rilievo fra due volute laterali, con la seguente iscrizione: d. m. s C Modio Atimeto seviro Aug Turullia Primi tiva cum qua vi xit annos XXX et filiffs11 pientissími bene me renti patri p (44). Essa fu rinvenuta « nel Casaleno di S. Vittoria in Vico, » il 12 febbraio 1814 ed è rimasta nel posto fino al 1970 (attualmente è a Collelongo nella casa dell’avv. Walter Cianciusi); la sua presenza attesta la esistenza di tombe lungo il sistema viario precedentemente descritto.

Per il percorso principale, che raggiungeva Gioia dei Marsi attraversando la località « Alto le Ripe », abbiamo testímonianze abbastanza sicure, data la scoperta in passato di numerose tombe, segnalate dal A. De Nino nel 1885 che così descrive: « Presso Gioia dei Marsi, nella contrada Alto le Ripe, in un terreno del fu dottor Novelli, si rinvennero parecchie tombe con suppellettile funebre, che andò dispersa. Altre dieci tombe si scopersero anche in una vigna di Achille e fratelli Mascitelli. Alcuni degli oggetti raccolti in queste ultime, furono dati al defunto prof. Leosini, che forse li depositò nel Museo aquilano » `. Dalla località viene anche un disco-corazza ed un umbone di scudo in bronzo, descritti nel 1895 da L. Pigorini: « Ma ciò che fra le antichità abruzzesi di recente avute ferma principalmente l’attenzione sono due dischi di lamina concavoconvessi, che si direbbero di rame dal colore del metallo, con decorazioni a sbalzo e a punzone. L’uno, del diam. di mm. 228, si rinvenne fra Menaforno ed Ortucchio, l’altro, del diam. di mm. 226, fra Cappelle ed Antrosano. Del primo do la figura (fig. 5), ciò mi dispensa dal descriverlo ». [Segue la nota no 21: « P, da notare che essendosi in antico poco meno che spezzato venne allora restaurato, e il restauro si fece con una sottile lamina di ferro tenuta da chiodetti di bronzo ribaditi nella faccia superiore ». [Nello stesso articolo, a pag. 265]: « Fra gli oggetti recentemente acquistati dal Museo Preistorico, provenienti fra Menaforno e Ortucchio, oltre il disco grande (fig. 5) ve ne ha uno più piccolo, pur esso di lamina, ornato di bottoncini a sbalzo e di linee a punzone. t del diam. di mm. 109, con un piccolo foro nel centro ed un altro nella periferia » 46.

Il sentiero, dopo aver oltrepassato Alto le Ripe, proseguiva per la località « Giurlanda » o « Castelluccia » dividendosi in due bracci: uno passava sul piano, a nord del « Colle della Castelluccia » (quota 801), ai piedi dell’abitato di Manaforno e raggiungeva Sperone `; l’altro costeggiava sul lato ovest del colle (occupato da un oppidum) per poi risalire per le località « Zíncaretto », « Monticelli », « Colle di S. Vincenzo », « Capo Trivegna » ecc. e raggiungere Gioia Vecchio ` (tav. I). In questi due sistemi viarí abbiamo la presenza di tombe ed anche la conferma dell’esistenza di un centro antico; il tutto viene nuovamente descritto dal De Nino che dice: « Un luogo poi feracissimo di scoperte archeologiche fu sempre la Castelluccia o Giurlanda. P, la Castelluccia un colle, distante circa un miglio da Gioia dei Marsi.

I ruderi del pago si trovano a mezzogiorno; il sepolcreto a nord e ad ovest. Sembra che gli abitatori di questo pago, nell’abbandonare l’antica sede, prendessero dimora più in alto, verso nord-est, formando l’attuale villaggio di Sperone . Alcune famiglie speronesí, fino a non molto tempo addietro, dimoravano ancora nei casali della Castelluccia. Oggi quasi tutta questa contrada è di proprietà del sig. Nestore Alesj.

Nei molteplici scavi che vi si eseguirono per varie piantagioni, vennero sempre in luce vari, armi, idoli etc. L’egregio proprietario del luogo serbò gelosamente quanto uscì illeso dal vandalismo dei contadini; ed eccone una noticina. Gran quantità di monete di bronzo e d’argento ed alcune d’oro; balsamarío di vetro bianco; un altro vitreo, schiacciato per fusione; una specie di cuspide quadrangolare di ferro, lunga 0,10, e per manico una testa umana di bronzo alta 0,5, con incisioni trasversali e longitudinali di linee e cerchiettí; due anforette di creta, una senza vernice ed una a vernice nera; una lucerna di fabbrica paesana; un urceolo a forma di un’oca, con becco e boccaglio unito da manico orizzontale, simili ad altri avuti negli scavi di Corfinio; due piccoli Ercoli di arte rozza, e uno alto 0,12 di belle fattezze.

In una tomba poi, con cippo enorme anepígrafe, si rinvenne una cuspide di lancia di ferro, lunga 0,28; un’altra cuspide, pure di ferro, lunga 0,10; un’anforetta elegantissima di vetro turchino con anse sottili, alte 0,05; ed una specie di coppa di bronzo alta 0,065 col diemetro di bocca 0,23. Questo vaso ha una scorniciatura nell’orlo e nel fondo, e al di fuori tre specie di cornici concentriche a rilievo. Ma poi per piedi, ad uguale distanza, tre lumaconi ricurvi con le teste nella medesima direzione. Il manico è una specie di caduceo; ma dal lato dove dovrebbero essere le due ali, c’è invece una testina di Medusa.

Un’altra particolarità nelle scoperte fortuite della Giurlanda, sono i moltissimi telí o dardi di ferro con corti manichi dello stesso metallo, tutti di un pezzo. Alcune iscrizioni lapidarie furono manomesse. Una lastra di calcare ordinario, strozzata nella parte superiore, mostra ancora l’intera iscrizione in una sola linea di 58 cent. e dice: T . VINVCIVS . V . F . CELERIO.

Fu rinvenuta ad ovest della Castelluccia, e presentemente conservasi nel palazzo del proprietario signor Alesj »49. Nelle vicinanze della Castelluccia si rinvenne verso la metà del XIX secolo una base di ex voto dedicata ad Ercole di cui parla il Mancini: « In Manaforno (villaggio de’ Marsí), rimovendosi il suolo nella contrada detta fiume caldo, di proprietà del sig. Clodoveo lori, fu rinvenuto non ha guari un pilastrino o piedistallo, quasi simile ad un erma, dell’altezza di quattro in cinque palmi, e con figura di piramide tronca, cioè a dire, avente lieve e graduato restringimento dalla base al vertice. Nel piano di quest’ultimo punto, è un incavo rettangolare profondo circa tre once, ove posava incastrandosi il dato sostenente il busto, o la statuetta del nume, che da talune sigle nella pietra scolpite, conviene indagare chi fosse. . . . ». « … Le menzionate sigle sono: H . V . S . L . M , che io leggo Erculi Votum Solvit Lubens Merito, in coerenza della formola dedicatoria de’vedusti monumenti di tal genere: … » 50.

Dalla stessa località viene anche un nuovo bronzetto di Ercole in assalto con clava sulla mano destra levata e leontea sulla sinistra (cm. 10 di altezza e ‘ tenone sulla gamba sinistra ancora con tracce di piombo), databile fra il V-IV sec. a. C. I ritrovamenti di materiali votivi avvenuti, in passato e negli ultimi anni, nella località fiume caldo (l’attuale « Fosso della Panna »), confermano l’esistenza di un santuarietto ad Ercole certamente legato alla presenza di numerose sorgenti (Sorg. Quercia e Sorg. Carrufo) poste lungo il percorso viario che risale verso Sperone. Anche i moltissimi dardi di ferro e i due Ercolini di bronzo segnalati dal De Nino confermano la presenza di una stipe votiva legata ad un santuario.

Sul colle a quota 801 detto « Castelluccia » (in passato « Colle della Giurlanda ») sono presenti i resti di una cinta muraria riferibile ad un « oppidum » marso . Il centro fortificato è classificabile nel II tipo ` degli « oppida » marsi dato che presenta una seconda cinta muraria interna che divide in due il nucleo abitabile. Il tratto meglio conservato della recinzione muraria è visibile sul lato sud con tipologia muraria riferibile alla I e II maniera poligonale; rimangono, in brevi tratti, un massimo di tre filari di blocchi in elevato con assise tendenti all’orizzontalità. Sullo stesso lato sud sono i resti murari dei casalí appartenuti in passato a Sperone e di cui ci dà notizia il De Nino; alcuni degli edifici insistono sulla cinta muraria riutilizzandola come muro di fondo.

All’interno, nel terreno superficiale, sono presenti numerosi resti di fittili relativi a tegoloni e dolia oltre a ceramica ad impasto e vernice nera; anche sotto il colle su un piano posto a nord-ovest, ora coltivato, si notano aree di frammenti fittili forse relative alla presenza di un villaggio posto fuori dalla fortificazione vera e propria (forse il « pago » di cui parla il De Nino). La presenza di numerose tombe, ricche di materiali, poste sul piano ad ovest e nord del colle, testimoniano l’esistenza di una comunità stabile nell’interno della recinzione muraria, ed anche all’esterno nel probabile villaggio, dal VI al II sec. a. C. 52.

Passiamo ora a descrivere il sito del vicus, posto ai piedi dei Casali d’Aschi (tav. 1), che nel medioevo lasciò le tracce del suo ricordo ad un castello (« Castello di Vico »), al suo territorio agrario (« Piano di Vico ») e alle sue chiese (« S. Quintino in Vico », « S. Vittoria in Vico » ecc.).

Esaminando il territorio preso in esame ci si accorge che ai piedi degli attuali abitati dei Casali d’Aschi esiste un piano (quota 676) chiamato dai locali « Boschetto », data la presenza di maestosi alberi. In esso sono stati visti, in passato e negli ultimi anni, numerosi resti murari, ora in parte ricoperti, che confermano l’esistenza nel luogo di un abitato antico: ancora adesso affiorano murature in opera poligonale lungo i lati di una stradina campestre che attraversa da nord-est a sud-ovest, nel centro il « Boschetto »; questa arteria viaria si incrocia a monte con un’altra creando così due assi che forse costituivano una divisione regolare dell’impianto edilizio del vicus. Dalle notizie ricevute dai proprietari terrieri del luogo, il centro antico era delimitato sul versante sud e sud-ovest da un grosso muro in opera poligonale (a secco). Questa notizia potrebbe forse far pensare all’appartenenza del vicus all’area interna del centro fortificato di Víco, precedentemente descritto; infatti l’oppidum di Vico non ha traccia del muro polígonale che doveva completare il perimetro murarío sul versante, scosceso, sud.

Questa mancanza di completamento della circonferenza muraria e la presenza della recínzíone poligonale nel piano potrebbe far pensare ad una relazione fra le due cose, cioè, che quest’ultima (la recinzione del « Boschetto ») fosse l’elemento di completamento mancante alla cinta muraria che dal Colle di Vico e della Croce scendeva così nel piano, fino a raccogliere nel suo interno la località « Boschetto ». Questa ipotesi è da scartare data la presenza di tombe italiche ai limiti nord dell’abitato già descritto 53. L’ipotesi più probabile è che l’oppídum di Vico fosse l’arx o acropoli del vicus posto nel piano 54.

Le notizie avute riguardo agli edifici venuti alla luce nel passato durante i lavori agricoli confermano la lunga vita del vicus: muri in opera poligonale, quadrata, incerta con grandi blocchi quadrati sugli angoli e cementízia; pavimenti in cocciopesto, a mosaico, opus spicatum e battuto; vasi di ceramica a vernice nera, ad impasto, in terra sigillata, acroma e invetriata. Questi ritrovamenti confermano una frequentazione dell’area dall’età arcaica fino alla fine dell’impero romano e forse anche nel V secolo d. C. e non oltre, dato che nel corso del VI-V11 secolo l’arca del villaggio è utilizzata come luogo di sepoltura. Le tombe rinvenute erano di tipo barbarico a cassone costituito da lastre di pietra calcarea, a volte anche modanate, probabilmente provenienti da qualche edificio distrutto del vicus.

I materiali presenti nelle tombe, ora dispersi, erano costituiti prevalentemente da armi di ferro (una lunga spatba a doppio taglio e codolo con pomo di chiusura in bronzo) e da elementi ferrei relativi a ganci o attacchi di finimenti e cinture. Ancora è vivo, negli abitanti di Casali d’Aschi, il ricordo del rinvenimento di un grande sarcofago monolitico di pietra calcarea riportato alla luce durante l’asportazione di una secolare quercia nella località « Boschetto ». Esso era posto sul lato nord-ovest della strada campestre già citata, a circa 125 metri dall’incrocio della stessa con quella proveniente da S. Veneziano; nell’ínterno erano i resti scheletrici di un individuo di sesso femminile con aghi crinali in osso all’altezza del cranio. La copertura del sarcofago era costituita da un grande coperchio a sezione semi circolare con spessore di circa 20 cm.

Probabile che i limiti sud sud-ovest dell’abitato antico fossero rappresentati dal grande muro poligonale di cui si è già parlato prima. Una conferma potrebbe venire dalla scoperta di una tomba a fossa con copertura a lastroni rinvenuta a pochi metri dall’argine nord-est della Strada Statale Marsicana n. 83 in corrispondenza del km. 15 e nella direzione ideale della strada campestre che attraversa il « Boschetto » 55. Questo ritrovamento è la conferma che la Strada Statale 83 per Gioia dei Marsi costituisce, con il suo attuale tracciato, la sopravvivenza di un percorso stradale antico che utilizzava un lungo rialzo, o dosso di terreno (con andamento nord-ovest sud-est e quote 679,677), che separava il piano del « Boschetto » dalla pianura di Ortucchio e che proteggeva il primo dagli innalzamenti particolari delle acque del Lago Fascino 56.

A quale territorio municipale di età romana apparteneva il villaggio di Vico? al municipium di Marruvium (S. Benedetto dei Marsi) 56 bis o ad altro?
Recenti ricerche topografiche, con l’ausilio della fotografia aerea, hanno permesso di riconoscere nella località detta di « Arciprete », in comune di Ortucchio, l’impianto di una città antica che secondo noi potrebbe essere la marsa Anxa, municipium dopo la guerra sociale, che naturalmente aveva un suo territorio delimitato dagli altri municipia e un’area pianeggiante destinata ad usi agricoli. Ed è appunto dallo studio dei territori pianeggianti agricoli assegnati ai tre municipia che meglio conosciamo, Antinum, Marruvium e Angitia, che è stato possibile accertare che il Piano di Víco, cioè l’attuale pianura compresa nei territori comunali di Ortucchio, Gioia e Lecce dei Marsi, probabilmente apparteneva al territorio del municipium di Anxa: ad Antinum fu assegnato il territorio della Valle Roveto, caratterizzato da un paesaggio agrario collinare delimitato dalle alte montagne e servito dal fiume Liri; a Marruvium la Valle del Giovenco e la grande area pianeggiante posta fra esso e Celano (vicus o fundus Caelanus), a contatto col limite settentrionale delle acque del Lago Fucino (Fucinus Lacus); ad Angítía la Valle Marculana, area pianeggiante posta fra il paese di Luco dei Marsi, Trasacco, Collelongo e Villavallelonga fino al Monte Marcolano (l’odíerna Vallelonga).

Appare quindi probabile che il territorio agrario assegnato ad Anxa fosse appunto il « Piano di Vico », le valli di Lecce Vecchio (dove era situato il Vicus Annínus), il Vallone Macrano, gli altopiani di Lecce Vecchio, Gioia dei Marsi e Pescasseroli. Il confine con il territorio marruvino non doveva essere molto dissimile da quello moderno fra Pescina e Gioia dei Marsi 57.

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Epoca italico romana

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