Episodi tratti dal Libro “Quaderno di Piazza”

Il Gran Caffè

Il bar di Cesidio se ne sta lì, bello disteso all’angolo sonnolento della piazza.
Infreddolito dagli inverni che sussurrano di spifferi insinuanti chissaccheccosa ad una scarna vetrina che pure sarà stata messa lì per uno scopo ben preciso, e accaldato dai lunghi, impietosi, interminabili pomeriggi estivi sempre più torridi.
Bar di tressettisti.
Bar di cacciatori.
Bar di lunghe chiacchiere consumate tra quelle pareti rivestite di un legno così nobile che ti riporta ai fatti, alle cose e agli uomini visti scorrere lì davanti.
Giorno dopo giorno, gente che viene e gente che va.
Gran Caffè dice l’insegna. Buono il caffè, il grande lo devi trovare.
Lo devi cercare con un po’ di fantasia, lo devi scovare nelle vecchie cartoline di Pescina dei tempi andati, quando sul balcone, in alto sopra la vetrina, troneggiava “vota democrazia cristiana” su un improbabile blu di uno striscione steso apposta per un’assolata giornata di festa.
La festa quella vera.
La festa quella ufficiale.
La festa con il Santo Patrono in processione.
La festa che ti ci voleva il vestito buono per scendere in piazza.

E si era andati già avanti coi tempi, non era più d’obbligo andare al Dopolavoro per sentirsi integrati negli schemi alla moda, si poteva votare finalmente democratico cristiano.
C’era sì la guerra fredda, ma sulla piazza le uniche schermaglie che si avvertivano riguardavano i rapporti con il bar Brunetti, d’Alessio prima, di Ciro poi, confinanti scomodi che si contendevano lo spazio del marciapiede destinato all’allestimento dei tavolinetti. Poteva anche capitare che, siccome ci si conosceva un po’ tutti, la birra ordinata al Gran Caffè la si consumasse con l’amico seduto vicino da Brunetti.
E allora erano storie.
E partivano le rappresaglie e le ordinazioni prese oltre lo spazio territoriale.
E si giustificavano persino le controrappresaglie sottili, quelle portate avanti dalla visione del televisore del Gran Caffè, unico sulla piazza e concesso solo alla clientela affezionata, quella che, se gli toccavi Nilla Pizzi avvinta come l’edera, si scatenava un vespaio che minimo ti cacciavano dal bar.
E non finiva lì, perché se da una parte si privilegiava lo spettacolo e l’intrattenimento (erano arrivati persino i primi gelati al cono) dall’altra si privilegiava l’informazione. Da Brunetti potevi comprare il Messaggero (L’Unità sarebbe stata un fiasco) e, se non ti bastava viaggiare con la mente, Ciro aveva messo su un buon servizio taxi.
Era proprio arrivato il progresso, sui giornali si leggeva di Coppi e Bartali, ma per Alessio la superiorità del secondo non era in discussione. La potevi discutere al Gran Caffè, senza però toccare Nilla Pizzi avvinta come l’edera a Sor Domenico e agli altri clienti di Gigino.
E sì, Gigino, il proprietario del Gran Caffè, quello che ancora tutti ricordano per i suoi benevoli sbalzi d’umore e per essere stato il fondatore dell’istituzione.
Perché il Gran Caffè a Pescina fa parte ormai del paesaggio consolidato, nessuno immaginerebbe la piazza senza quel bar, nessuno penserebbe un’improbabile alternativa a quell’angolo, nessuno potrebbe fare a meno, in una parola, dell’istituzione Gran Caffè.

Un’istituzione la pensi sempre simile a se stessa, non vorresti quasi mai che cambiasse.
E in quegli anni il Gran Caffè non cambiava, nemmeno quando da Brunetti erano arrivati i flippers e i giubbocs.
Mode passeggere.
Da Gigino potevi: giocare a tressette e guardare la televisione quando Gigino lo consentiva. Quando cioè non c’erano nel bar fuggiaschi dai giubbocs ad occupare solo per quell’occasione uno spazio che non era loro.
A chi piaceva la musica, stava bene da Brunetti, e le regole della televisione le faceva Gigino.
Non veniva scalfito Gigino, nemmeno dalla moda del biliardo. Nel suo bar si doveva giocare a tressette e guardare la televisione. Chi voleva giocare di stecca poteva andare da Cairoli, ma dall’altra parte della piazza, per non parlare poi delle trasferte da Fracassi che tutti chiamavano ancora Dopolavoro.
Per Gigino, il biliardo era roba da retrobottega e il Gran Caffè non aveva clienti da retrobottega, la sua vetrina buona era tutta quella che vedevi dalla piazza.
Non veniva scalfito Gigino, nemmeno dalla moda delle pizzerie. L’aveva aperto Antonio il bar con la pizzeria. Ma dove lo aveva aperto? In un angolo della piazza dove un bar non c’era mai stato. Un bar in più insomma, per una clientela da inventarsi e che non era quella di Gigino.
Un bar in più sulla piazza non vendeva solo pizza, vendeva pure gelati, ma il Gran Caffè vendeva gli Algida, non i Sanson.
Un’esperienza temeraria quella di Antonio, con una clientela di ragazzotti, che quando a qualcuno mancavano i soldi glieli dava lui (glieli dava, non glieli prestava) e si era messo in testa Antonio di gestire non solo un bar e un macello, ma un centro polivalente che facesse pure pallavolo e ciclismo. Troppo avanti coi tempi, al Gran Caffè giocavi a tressette e guardavi la televisione.
Ma lo sapeva Gigino che era arrivata la televisione a colori? Lo sapeva Antonio, che non ce l’aveva il televisore al bar, ma contava buone amicizie a Telespazio e così, quando c’erano i match mondiali tra Clay e Frazier, chiudeva il bar e portava la clientela buona a guardare lo schermo gigante, a colori, giù al fantascientifico Centro Spaziale.
La televisione a colori era arrivata pure al Bar Centrale, al posto del biliardo di cui nessuno voleva più sentir parlare (a proposito di mode passeggere) che Rossano aveva ereditato da Cairoli, il vecchio gestore.
Brutta concorrenza per Gigino: televisione a colori e gioco di tressette.
E poi, se compravi una cartolina della piazza, la vedevi proprio a colori veri, non si vendevano più quelle a colori improbabili, gli striscioni elettorali erano stati aboliti e, soprattutto, la piazza la vedevi piena di macchine. Così piena che potevi andare al Bar Centrale da Rossano e dalla signora Piera – bella come solo una madonna del Rinascimento italiano poteva esserlo stata e consumare quasi senza spostarti dal sedile.
Fino a quando gli Amministratori non si erano messi in testa di togliere il parcheggio dalla piazza.
Ma l’istituzione Gran Caffè non cambiava, non cambiava nemmeno quando la piazza era già cambiata: dove c’era il parcheggio c’erano a giocare i bambini che volevano il gelato e l’aranciata.

Pochi lo ricordano, ma mentre la piazza si sforzava di cambiare aspetto, su uno dei suoi lati, poco prima dell’ormai mitico Cinema Moderno sopravviveva ancora la stalla di Ferlone.
E quando la sera eri seduto sui tubi del marciapiede, in attesa dell’inizio degli spettacoli, ti poteva capitare d’intravvedere da lontano, giù verso Fontamara, Ferlone al ritorno dai campi, sul suo traìno ad incitare una coppia di buoi stanchi che, appena arrivati all’altezza del cinema e privati del giogo, si liberavano di tutta la fatica orinando sull’asfalto una tale quantità di liquido organico i cui effluvi si spandevano nell’aria tarda come a prezioso completamento della serata estiva. E lui, Ferlone, con un abile gioco di prestigio, spostava il pesante traìno, ne invertiva la direzione di marcia e, come fosse una bicicletta, lo accostava delicatamente al muro mentre i buoi, liberati di tutto il loro peso, sembravano restare in religiosa attesa del ricovero nella stalla per il meritato pasto serale.
Potevi fare a meno di entrare al cinema, il film lo avevi già visto.

Il Cinema Moderno

Se invece varcavi l’ingresso del Cinema Moderno, t’imbattevi nell’unico universo virtuale che era concesso dalla società e dalla tecnologia dell’epoca ad un paese come Pescina.
Entravi, per dirla semplice, in un magico osservatorio privilegiato degli sviluppi romanzati di quello che, allora, si credeva essere il mondo esterno.
Una volta c’era stata la guerra tra sudisti e nordisti, con tutto il suo carico di eroismo e amori contrastati, un’altra volta la guerra si era spostata in bianco e nero sulle spiagge della Normandia difese dai tedeschi, un giorno un apostolo si era cimentato con quella strana domanda, quo vadis?
E la piazza rimaneva come sospesa, nei lunghi pomeriggi di cinema, nell’attesa degli sviluppi bellici o delle risposte a quel quesito.
Memorabili erano state le proiezioni che non sembravano mai finire, ancora si racconta di come Ben Hur avrebbe dovuto continuare a girare all’infinito su quella biga da combattimento, per soddisfare le richieste del pubblico di paese.
C’ erano poi degli spettacoli che non tutti potevano vedere, perché vietati ai minori, non si capiva bene perché.
Ma quando si proiettò Rocco e i suoi fratelli, vietato ai minori di quattordici anni e il giorno seguente tutti i ragazzotti andavano in giro con i primi giubbotti di vilpelle, allora si pensò che quei divieti, in fondo, potessero essere giusti, perché certi spettacoli potevano anche turbare l’ordine costituito.
Della Ciociara si narravano cose irripetibili. Ma come, gli Americani non erano stati nostri liberatori? Lo si era visto pure in altre pellicole.
I carabinieri, sempre presenti agli spettacoli, garantivano la salvaguardia dell’ordine costituito e l’osservanza dell’ordine pubblico.
E intanto, andavano al cinema.
Andava al cinema pure Pescina.
Divisa in due, Pescina vecchia in platea sulla fila destra e Pescina nuova sulla fila sinistra. Le differenze di classe erano marcate nel prezzo del biglietto: centoventilire la galleria e centolire la platea. Inevitabile distinzione.
C’ era chi conservava, non solo al cinema, il suo posto fisso e nessuno si azzardava a metterlo in discussione.
C’ era chi vi si recava per dormire al caldo.
C’ era chi riconosceva, tra i centurioni o i pellirosse, persino le comparse che già si erano viste in ruolo di pirati in precedenti spettacoli.
Il pubblico presente proveniva in massima parte dal marciapiede che costeggiava il muro della caserma, dalla parte dove il pallido sole invernale tramontava sulla piazza.

Erano questi, non i pensionati, allora non esisteva questa categoria privilegiata, erano i vecchietti, i sopravvissuti di Vittorio Veneto, tardivi Cavalieri, tutti uguali, avvolti nei medesimi cappotti a ruota e con lo stesso Toscanello pendente dalle labbra, che, dopo una vita di stenti, si concedevano l’effimero lusso del cinema.
Magiche ombre scure, belle, eleganti nella loro scarna miseria malcelata da un misurato senso di ritrovato benessere.
Erano i nostri nonni.
E noi, i nipoti, figli di quella società che si avviava a scoprire nuovi orizzonti, sciamavamo al cinema tra odore di consunto prima, di patatine fritte e popcorn in seguito.
Ti accoglieva Giovanni, la maschera, che si occupava di strappare il biglietto, di vendere le caramelle, le gomme americane e quant’altro potesse stimolare il tuo appetito alla vista degli involucri che potevi scorgere tra le poltrone, residuati della precedente proiezione.
E Giovanni evitava pure che il fumo dei Toscani impedisse la visione dello schermo, perlomeno in estate, quando il soffitto del locale si apriva in due per lasciare uscire tutta quella nuvola carica dei colori delle scene che si stavano proiettando, e che sembravano perdersi nell’aria della tarda serata estiva.
Una magia.
Non dovevi avere troppe pretese, però, se il secondo tempo del western non era proprio il seguito della storia che avevi visto nel primo tempo; potevano essere, sì gli stessi attori, ma impiegati in un altro film che era pur sempre un western e, comunque, un altro.
Non era colpa di Fernando, l’operatore.
Erano i misteri della distribuzione.
Renato, il proprietario, si era provato più volte a spiegarlo a quei pochi spettatori attenti che, timidamente, avevano provato a chiedere come andasse veramente a finire la storia.
Bello, magnifico, indimenticabile Cinema Moderno che, ancora oggi, talvolta, ti può capitare di sognare in quello sciamare di pantaloni corti e in quel fluttuare di consunti cappotti a ruota.

La befana di Secondo

Quella mattina di gennaio, Renato si era recato di buon’ora ad affiggere le locandine della proiezione serale. Non era una mattina qualunque, era il giorno dell’Epifania ed aveva aspettato, in cuor suo, mesi e mesi che arrivasse quel momento per chiedere a Secondo che cosa mai gli avesse portato la Befana.
Secondo abitava proprio lì, di fronte al cinema e, prima o poi, sarebbe uscito.
L’attesa nel freddo pungente trovava spiegazione proprio nella necessità di porre quella domanda, proprio quella mattina, a Secondo, per udirne la più ovvia delle risposte.
Secondo era il proprietario del negozio di calzature su Piazza Mazzarino.
Il più famoso di Pescina.
Tipo altero e fiero, Secondo aveva prestato servizio militare, da giovane, nel Piemonte Reale e questo gli era rimasto nel sangue, nel comportamento e nei ragionamenti. Lui, che tornava a Pescina in grande uniforme e con la sciabola al fianco, per recarsi alla messa di mezzanotte dove tutti l’avrebbero potuto ammirare nella sua maestosità, era andato avanti negli anni dismettendo la divisa, ma senza privarsi dell’orgoglio che scaturiva dall’averla un giorno indossata.
Era un gradino più su degli altri.
E così, quando ti vendeva un paio di scarpe, potevi essere ben sicuro che quelle scarpe erano le migliori del circondario e comunque avevi fatto un affare, se non altro per il prezzo che le avevi pagate. Quasi un regalo.
Quando ti salutava, Secondo non ti guardava dall’alto in basso, come la sua condizione sociale avrebbe presupposto, ma, al contrario, ti guardava dal basso in alto.
E sì, perché lo sguardo si soffermava dapprima a controllare le calzature che avevi ai piedi, per poi graduare l’intensità del saluto.
Moderato nei consumi, non comperava mai un pacchetto intero di sigarette, ma attraversava la piazza per prenderne una, una sola, da Brunetti. L’accendeva, tornava al negozio con la sigaretta ormai quasi finita e, dopo un po’, faceva il viaggio a ritroso per tornare ad approvvigionarsi.
Questo andirivieni innervosiva Gigino nel bar vicino, che immaginava chissà quali consumi fossero legati a quelle continue trasferte.
E così, quando Secondo entrava per sbaglio da Gigino, magari perché c’era il televisore acceso, quest’ultimo applicava alla lettera il regolamento che aveva imposto per l’uso del televisore, spegnendolo improvvisamente e senza motivo apparente per la sbigottita clientela presente.
Non si aspettava più di tanto dalla vita Secondo, quando, sull’uscio di casa, Renato gli rivolse quella fatidica domanda. Non tardò nemmeno un attimo per dare all’interlocutore la più scontata delle risposte, per sentirsi ribattere da Renato se che cosa mai avesse messo sotto il camino.
E intanto, al Gran Caffè, strapopolava Nilla Pizzi, ovviamente avvinta come l’edera.