Episodi tratti dal Libro “Oggi ho visto un asino volare”

Michelina

Il sapore della mia infanzia ha il profumo del cioccolato.
Oddio, di quello che noi pensavamo fosse cioccolato, in realtà era surrogato di cioccolato.
Una tavoletta piccolina e tanto buona che faceva la Ferrero, Tom si chiamava.
I furgoni dei commessi della Ferrero erano beige e marrone, come i dolciumi che trasportavano.Profumavano quei furgoni.
Li vedevo sostare e scaricare davanti alla bottega di Michelina, sullo Stradone.
Tom costava diecilire. Diecilire di surrogato compresa una figurina a colori.
Per la stessa cifra Michelina ti dava dieci pesciolini di liquirizia, altrettanto buoni.
Non lo so, però, se esistesse anche il surrogato di liquirizia.

La bottega di Michelina era di quelle che ti piacerebbe oggi proprio di tornare a vedere, magari in sogno.
Un angolo profumava di conserva di pomodoro, un altro di pesciolini veri sottaceto, un altro ancora di detersivo e là in fondo potevi trovare, belli ordinati, i pastelli, le penne e i quaderni.
Un gelato alla banana, con la forma e il sapore vero della banana, costava trentacinquelire. Non era surrogato di niente, era per noi il gelato delle grandi occasioni.
Il bancone era di legno massiccio tutto intagliato, con i vetri martellati e le rifiniture in ferro battuto. Mia zia Serafina mi diceva che quel bancone proveniva dall’antica mescita di vino che mia nonna aveva gestito là sullo Stradone.
La mescita, mia nonna, non l’aveva più. Gestiva invece un albergo con un bel salone da pranzo. Mio padre diceva locanda con trattoria, di quarta categoria, sennò quello che guadagni, tra Vanoni e Complementare, se lo ripiglia il Governo.

Andavamo, spesso e volentieri, io e mia zia, a comperare il vino alla mescita di Assunta.
Era la nipote di Silone, Assunta, mi diceva mia zia. E Silone era nato proprio in quella casa. A me non importava niente di Silone, nemmeno sapevo chi fosse. Sapevo invece che, ogni volta che accompagnavo mia zia da Assunta e l’aiutavo a trasportare le pesanti borse con i fiaschi di vino, avevo in premio un chinotto.

Il chinotto cominciavo ad assaporarlo subito dopo il ponte sul fiume, quando salivamo i gradoni che portavano alla mescita. Lo assaporavo frammisto all’odore che proveniva dagli antichi ovili situati sul vicolo. Associavo l’odore delle pecore al sapore del chinotto, così come associavo la tavoletta di Tom alla bottega di Michelina.

Quell’estate mi feci volontario per darle una mano in bottega.
Ma non devi fare i compiti per le vacanze?
Mi piaceva troppo rendermi utile tra quelle mille mercanzie.
Mi piaceva troppo vedere le donnine che venivano a comperare ventilire di conserva e Michelina che la dosava con quel cucchiaio spalmandola sulla cartaoliata. Non corrispondeva quasi mai quella conserva così spalmata alle aspettative delle acquirenti, lo capivi dalla loro espressione.
Mi piaceva troppo servire la zita sfusa avvolta nella cartapaglia.
Mi piaceva troppo tirar fuori dal pacchetto due esportazioni per servirle al fumatore di turno.

C’era chi pagava subito, pochi in realtà, e chi avrebbe pagato dopo il raccolto.
Michelina teneva scrupolosamente un quaderno, su cui annotava, pagina per pagina, nome per nome, la spesa fatta e ancora da pagare. Era come l’agenda di mia madre, Casa Serena portava scritto in copertina, con un gran salvadanaio di coccio disegnato. Mia madre faceva la sarta e la vedevo sempre scrivere qualcosa sotto i nomi delle clienti con un’espressione che pensavo serena come doveva esserlo la casa prefigurata dall’agenda con il salvadanaio di coccio disegnato. E sapevo che quei numeri sotto i nomi delle clienti non erano soltanto le misure canoniche.
Né mia madre, né Michelina, le ho mai sentite lamentarsi per il fatto di dover tenere quella contabilità così lunga. Se ce l’avessero data a noi, a scuola, un’addizione così complicata, sicuramente ci saremmo rifiutati.

A fine stagione, quando le ombre del pomeriggio erano diventate più lunghe, il prato dello Stradone cominciò a riempirsi di fuochi improvvisati che servivano a far bollire per ore e ore dei neri pentoloni dentro i quali stavano, protette da sacchi di iuta, le bottiglie ben tappate con la salsa di pomodori. Servivano per fare il sugo nella stagione invernale, quando i pomodori te li potevi solo sognare, anche se qualche bottiglia ogni tanto scoppiava non resistendo a quel bollore così prolungato.
Io avrei resistito per mesi vicino a quei fuochi, ma ormai era quasi ora di tornare a scuola.

Michelina aveva due fedi.
Ferme e irrinunciabili.
La prima risiedeva nel partito comunista, la seconda nella pratica cattolica.
Entrambe le servivano per essere utile, nel suo piccolo, alla gente che la circondava.
E le fedi di Michelina non erano surrogate, erano integre e, a loro modo, originali.

Se ne è andata una mattina gelida di gennaio.
In punta di piedi, quasi senza far rumore.
Quasi per non voler dar fastidio, con un solo colpo di tosse.
Ha lasciato dietro di sé tutta la passione dispiegata per veder finalmente realizzata sul prato dello Stradone, là dove bollivano le antiche bottiglie di pomodori, una statua di Padre Pio che benedice la gente che Michelina serviva, in bottega e nella vita.

Io credo che, se proprio veramente esiste un paradiso per le persone giuste, Michelina deve stare per forza lì.

La Balena

Volavano i nostri pensieri dietro quel treno che sentivamo fischiare, che vedevamo passare da lontano sul Ponte della Valle, che sentivamo frenare stridendo sui binari fino all’arrivo.
Guardavamo incuriositi, da dietro i vetri della finestra, il baretto della stazione. Lo gestiva Lorenzo, di età indefinibile e con un paio di occhiali con lenti così spesse e pesanti che ne trascinavano la montatura fin sulla punta del naso. Panciotto e straccali, una goduria di cantiniere per gli assetati viaggiatori.
La mezzabirra non temeva rivali, non aveva baffi d’oro come concorrenti.
La sua bontà stava tutta nel fatto che la bevevi fresca di lavandino.
Nemmeno Ciro Brunetti o Gigino del Gran Caffè potevano competere con l’atmosfera di quel baretto sospeso alla fine del mondo conosciuto.
Per la sua stessa ubicazione, si prestava ad essere un trampolino per lanciarti verso un lungo viaggio.

Il viaggio, in verità, poteva anche essere fittizio, in quanto, per molti era sufficiente recarsi là per immaginare di partire mentre ci si confrontava a briscola con il gestore, sorseggiando la mezzabirra fresca di lavandino.
Ti recavi al baretto di Lorenzo con la corsa di Terra e Caputi, che aveva messo a disposizione, per quel tragitto, la più caratteristica e sfasciata delle vetture aziendali.
Nella nostra immaginazione infantile avevamo ribattezzato quella corriera come “La Balena”.

E la temevamo la Balena, la temevamo quando ci avventuravamo giù per la lunga discesa della via della stazione, rannicchiati sulle carrette che avevamo costruito. Avevamo studiato tutti gli orari in cui ti potevi imbattere con il mitico mammifero.
La dovevamo evitare la maledetta Balena per non esserne travolti quando volavamo come pazzi, assordati dal rumore dei cuscinetti che rullavano sull’asfalto.

I cuscinetti ce li forniva Otello il meccanico, che scartava puntualmente quelli ormai inutilizzabili dentro uno scatolone dietro l’officina che gestiva all’interno del cortile del Palazzo D’Amore. Se fossero veramente inutilizzabili non l’abbiamo mai saputo per certo, perché, quando noi li prendevamo, lui non ci vedeva. Non volevamo dargli fastidio, né fargli perdere troppo tempo.
A fianco di Otello, si apriva sullo Stradone la falegnameria di Rocco. Ancora non riesco a capire bene come mai, quando ci vedeva arrivare, con la speranza negli occhi di rimediare una tavola piallata per farne una carretta, gridasse con quanto fiato aveva in corpo:
Noooo!

Io non ero mai salito sulla Balena, né avevo mai visto come fosse fatto dentro un treno. L’occasione me la fornì mio padre quando inaspettatamente esaudì la mia ormai annosa richiesta di fare un viaggio in treno.
Ti porto a Carrito mi disse con l’aria di chi stesse accingendosi a fare qualcosa d’importante. E io, che nemmeno sapevo dove stesse Carrito:
Ma torniamo pure col treno?
Torniamo con la Vespa, l’ho lasciata alla stazione di Carrito.
Allora compresi che Carrito non doveva stare poi così lontano se papà c’era andato in Vespa. Ma ero ancora più felice in quanto la motoretta lasciata a Carrito stava a significare che il tragitto fino alla stazione l’avremmo fatto a bordo della mitica Balena.

Sedili consumati, odore di galline e retine portapacchi traballanti ad ogni minimo sussulto delle sospensioni, arriviamo in stazione a compimento di un viaggio secondo me troppo breve.
Avverto uno strano calore dietro i pantaloncini corti, mi tocco e…sì, questi sono proprio escrementi, escrementi di gallina. Mio padre non ci crede poi troppo, attribuisce tutto all’emozione per il lungo viaggio. Lo convinco a malapena che non è così ed entriamo per fare il biglietto.
Se ti chiedono l’età, devi dire che hai cinque anni. mi intima con l’aria complice dei grandi che non ti stanno a spiegare tante cose.
Allora sì, credo di aver corso il rischio di farmela addosso. Era un bel pezzo che avevo compiuto cinque anni, che sapevo leggere e scrivere.
Comunque, nessuno mi avrebbe chiesto l’età.
Immancabile partita a scopa con Lorenzo in attesa dell’arrivo del treno, campanella tintinnante, sferragliare sempre più vicino e finalmente si parte.
Pochi minuti per sentire il rumore, l’odore del treno e per guardare fuori i finestrini mentre passiamo sul Ponte della Valle.
Gli Americani non sono riusciti a bombardarlo questo ponte mi racconta mio padre mentre lo attraversiamo veloci come il vento sono stati i Tedeschi che lo hanno fatto saltare in aria prima di ritirarsi, poi è stato ricostruito. Bada di non sporgerti dal finestrino, perché adesso arriva una galleria!
Usciti dalla galleria, leggo CarritoOrtona sul muro della stazione.
Siamo già arrivati e penso, sul sellino posteriore della Vespa durante il viaggio di ritorno: Ma, se ci ferma la Stradale, mica dovrò dire che ho cinque anni?

La Vespa

Tutti avevano sognato, almeno una volta, di far salire sul sellino posteriore della Vespa Audrey Hepburn, così come faceva Gregory Peck, ma la Hepburn era, ovviamente, irraggiungibile.
Aveva, però, creato un mito.
Il mito della Vespa.
La Vespa del mio papà, la 125 Piaggio del 1948, era proprio quella di Vacanze romane.
Non credo che l’avesse comperata per andare in vacanza, penso piuttosto che gli dovesse servire per lavoro e che abbia riflettuto un bel po’ prima di acquistarla, magari a rate.
Comunque, era proprio quella di Gregory Peck.

Con quel mito tra le gambe, c’eravamo avventurati tante volte su strade sconnesse e percorsi panoramici con quel rumore assordante e quell’odore di miscela fedeli compagni di viaggio.
Passa il Giro d’Italia.
Ci andiamo con la Vespa.

Il passaggio della carovana multicolore era sempre uno spettacolo da non perdere.
Gino Bramieri, Bartali e un sacco di bandierine e cappellini da portare a casa, al ritorno, a testimonianza che c’eri stato davvero al Giro.
Su per i tornanti del Passo del Diavolo o per la salita sterrata di Collarmele, la Vespa non ci aveva mai traditi.
La vedi quella motoretta ferma, quella è una Lambretta!

Alla casa cantoniera sul valico di Forca Caruso, Gran Premio della Montagna.
Tra la folla in attesa c’è Middiuccio. Appassionato da sempre di ciclismo e, nel suo piccolo, ex corridore, è arrivato con l’inseparabile, blasonata, dueruote da lavoro della Bianchi. Un po’ più in là Antonio, pure lui ex ciclista di ben navigate esperienze ma soprattutto speranze; lui però è arrivato con la Giulietta.
Sono tutti ansiosi di veder vincere il Gran Premio della Montagna a Vito Taccone.
Lo ha preannunciato ieri, al Processo alla Tappa, glielo ha detto a Zavoli che vuol fare bella figura, oggi che il Giro passa a casa sua…
Ha sempre fatto così Taccone, anche al giro del 1963 ha vinto quattro tappe consecutive e per tre volte l’ha detto il giorno prima, per televisione, che avrebbe vinto…
Te lo ricordi al Tour, quando ha fatto a cazzotti con Manzaneque?
Sì, ma la ragione era la sua, come alla tappa di Oropa, quando ha steso Pellicciari, che non voleva collaborare e, per di più, gli stava allungando una pompata in testa…
E mentre si va avanti con le rievocazioni, un uomo solo al comando, eccolo là il Camoscio d’Abruzzo, spunta dietro la curva, è in fuga, passa per primo sulla striscia bianca disegnata sull’asfalto di Forca Caruso. E dietro di lui, non troppo preoccupati per la pérformance di campanile, tutti gli altri… Dancelli, Adorni, Zilioli, Balmanion, Gimondi, Anquetil e l’eterno secondo Poulidor.
E’ stato solo un attimo, ma che attimo.
Valeva ben la pena di respirare tutta quella polvere su per la salita sterrata di Collarmele!
Era proprio bella quella Vespa, con quel lume sul parafango e color penicillina.
La sentivi proprio vicino a te, l’aveva progettata l’ingegner D’Ascanio, abruzzese di Popoli. La sentivi ancora più vicina quando ti consentiva, come quel giorno alla casa cantoniera, di essere presente a un’altra vittoria abruzzese.
Ti faceva proprio volare la Vespa, in tutti i sensi.

Ma quella mattina che il mio papà aveva concluso il leggendario acquisto e, tutto orgoglioso si era pavoneggiato in piazza con il mito tra le gambe, Renato, che aveva fatto sognare mezza Pescina quando al Cinema Moderno aveva proiettato Vacanze Romane, gli si era avvicinato con aria interessata chiedendogli:
Bella, Peppi’! Da chi l’hai comperata?
Da Alvaro, lo sai…
Con aria sempre più interessata e con lo sguardo di chi se ne intende:
Ma sei sicuro che ti ha dato tutto?
Certo, ci sono pure le chiavi inglesi…
E il crick dove sta? Te l’ha dato il crick? Se buchi una gomma, come caspita fai a cambiarla se non ti sei fatto dare il crick?
Le successive rimostranze del mio papà per la mancanza di quell’accessorio presso Alvaro, il rivenditore ufficiale per Pescina dei prodotti Piaggio, ottennero come risultato l’affermazione solenne che la Vespa era stata inventata e brevettata per andare in giro, non per essere presi in giro.

E per Pescina, il mito di Renato aveva superato di gran lunga, quel giorno, il mito della Hepburn e della Vespa.