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Comune di Gioia Dei Marsi

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Testi a cura di Florinda Alfonsi e Danila Angelone
Il prosciugamento del lago sconvolse la geografia e il clima della nostra Marsica. I quattordicimila ettari di terreni emersi vennero ‘ divisi e affidati dal Principe Torlonia ai contadini del Fucino, alcuni dei quali divennero affittuari, altri braccianti, altri ancora mezzadri ed infine fittavoli. Ma… “questa è terra di principi saccheggiatori e di api in cerca di luce e di profumi” . (2) I contadini infatti, pur nutrendo corpose speranze per una vita di benessere e di ricchezza, si imbattevano solo in delusioni e miseria dovuta all’esercizio del potere del Principe: una signoria fondiaria di stampo feudale…

” In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa.
” Poi viene il Principe Torlonia, padrone della terra.
” Poi vengono le Guardie del Principe.
” Poi vengono i cani delle Guardie del Principe.
” Poi nulla.
” Poi, ancora nulla.
” Poi, ancora nulla.
” Poi vengono i Cafoni.
” E si può dire che è finito ” (3).

La vita dunque non era affatto facile, essi si trova vano a convivere ogni giorno con violenze, soprusi, minacce, truffe e rapine da parte delle Guardie del Principe addette al controllo dello sfruttamento dei terreni ed al comportamento dei contadini più o me no disponibili verso Torlonia. A tutto ciò va aggiunto che le terre emerse spesso erano soggette a continui allagamenti provocati dalla non perfetta rete idraulica e dai capricci della natura, che comportavano uno scarso rendimento produttivo. Fattori climatici e servile sottomissione al Principe rendevano la vita economica dei contadini estrema mente precaria. Il basso livello produttivo della terra, l’alto prezzo di affitto dei terreni e l’esiguità della domanda e del l’offerta dei prodotti sul mercato non davano tregua ai contadini, i quali erano sempre più impossibilitati a parare il conto con la potente triade del “Padrone” : Terra, Banca, Zuccherificio. Braccianti, mezzadri e fittavoli pagavano il principe in base al sistema del baratto e qualora ciò non ‘ fosse sufficiente inevitabilmente avrebbero dovuto fatto ricorso a prestiti presso la banca del Fucino, anch’essa di proprietà del Principe.

Ovviamente i prestiti venivano concessi a tassi molto alti e tanto più grandi erano gli sforzi dei contadini, tanto più alti erano i debiti da saldare con gli amministratori delegati da Torlonia, il quale solo saltuariamente aveva dimora nella “eccellentissima casa” in Avezzano. Gli amministratori di quest’ultimo, come si dimostrarono estremamente attenti al controllo dello sfruttamento delle terre, altrettanto si dimostrarono non curanti della manutenzione dei canali fucensi, legati al giusto deflusso delle acque, nonché alla totale assenza di manutenzione della viabilità, sollevando a lungo andare delusioni e malcontenti negli animi dei contadini forzalavoro.

Tirannico ancora era il potere che il Principe esercitava sui contadini attraverso il corpo di guardie al Suo servizio, una sorta di milizia privata disposta lungo la Piana del Fucino in strategici luoghi deno minati “casotti”, caserme preposte alla difesa del potere di Torlonia contro le ragioni dei contadini. Si distinguevano dagli altri Corpi Militari, in parti colare dalle “Guardianelle” Giurate e dai Carabinieri a cavallo del Regime Fascista che erano ubicati allora nella Caserma presso la località di Ottomila, per la divisa di tipo militare e per il berretto che recava impressa una grossa e superba “T” di colore giallo, simbolo del casato Torlonia.

Come se fossero incisi su una lista di proscrizione, essi conoscevano i nomi di tutti i fittavoli in debito con il Principe, trattenevano e sequestravano i carretti che trasportavano una piccola parte dei prodotti, impedivano agli affittuari di servirsi dell’acqua dei canali per irrigare e per praticare una modica pesca di sussistenza, punivano duramente chiunque osasse raccogliere tronchi o piccoli scampoli di legna, alcuni di essi volutamente sparsi qua e là dalle guardie stesse. Il potere di Torlonia divenne ancor più forte in seguito alla sua adesione agli ideali fascisti al cui capo Benito Mussolini concesse, per una sola lira all’anno, l’affitto della sua villa di Roma. Forte del potere fascista e convinto che nessuno mai avrebbe ostacolato i Suoi provvedimenti, non so lo decise di aumentare il canone di affitto delle terre ma fu anche nominato Presidente dell’Associazione Nazionale Fascista degli Agricoltori, la quale fini per esprimere parere favorevole all’aumento.

Nella questione intervenne il Ministero dell’Agri coltura che, dopo aver esaminato i fatti del Fucino, decise di intervenire giungendo al lodo Bottai (dallo stesso ministro). E proprio in questo documento che trovò sostegno la triade di potere del Principe: aumento dell’affitto del 20%, impegno di pagamento: estaglio in bietole; chi per accertate ragioni non poteva pagare in bietole avrebbe dovuto pagare in denaro. Con queste ultime vicende “il tallone di ferro”del Principato sui contadini è totale. Stanchi ormai di essere indifferenti ai soprusi di Torlonia, rivendicano la loro libertà e reclamano il di ritto di proprietà su quelle terre, da troppi anni bagnate dal loro sudore e dalla loro fatica. Tra il 1944 e la fine del 1949 cortei, comizi, manifestazioni di piazza si susseguivano a ritmo serrato.

I contadini si organizzarono in associazioni sindacali e politiche a livello regionale accettando successiva mente l’aiuto e la forza di associazioni di partiti del nord, questi a livello nazionale, che mettevano a disposizione della lotta del Fucino le proprie esperienze ed i propri “attivisti”. “Terra e non guerra”, “Terra e pace sia la bandiera di lotta delle masse del Fucino”, “Via Torlonia dal Fucino : lavoro per tutti i braccianti”, divennero gli slogans ufficiali delle masse contadine, i quali lasciavano trasparire la volontà di lottare ancora una volta con la forza delle braccia e la veemenza delle parole, senza per questo dover ricorrere al sangue ed alla violenza.

Il 6 febbraio 1950 per la prima volta braccianti e fittavoli scesero in lotta aperta contro la “Casa d’eccellenza”. Ebbe cosi inizio il celeberrimo “sciopero a rovescio”. Ciò lo si potrebbe interpretare come un rifiuto da parte dei contadini di recarsi sul luogo di lavoro: avvenne l’esatto contrario. Infatti braccianti, fittavoli, affittuari e mezzadri realizzarono una stretta alleanza popolare, che fu per il Principe dapprima isolamento e, successivamente, ‘ sconfitta. Quando si recarono nella Piana, dettero inizio ai lavori di risistemazione della rete idrica, della pulizia dei canali, dell’assestamento delle strade, riuniti in gruppi di dieci persone sotto la responsabilità di un capo squadra che ogni sera consegnava il “rapporti no” sul lavoro svolto durante il giorno. Essi lottavano non solo per garantirsi il lavoro, ma anche per rendere beneficio ai fittavoli, i quali spesso erano soggetti a gravissimi disagi e perdite economiche. Fu cosi straordinaria ed energica la forza sprigionata in quella prima giornata di sciopero, da lasciare un segno indelebile nella storia delle lotte contadine nella nostra regione.

Un ruolo importante nelle rivolte ebbero anche le donne, le quali riuscirono a costituirsi in associazioni dette “Donne della Marsica”che avevano un centro coordinatore in Avezzano. In seguito alla fitta rete di organizzazione che si era costituita, la sicurezza di Torlonia iniziò a venir meno. Infatti, nella notte tra il 13 e il 14 febbraio 1950, rappresentanti della Prefettura e della Questura di L’Aquila, dei lavoratori e del Principe Torlonia firmarono una tregua che per i contadini si riassumeva in tre obiettivi fondamentali:
A) pagamento di tutti i lavori eseguiti dai braccianti con lo sciopero a rovescio;
B) impegno di Torlonia ad assumere, per la prosecuzione dei lavori, 1500 braccianti per i 6 giorni concordati di tregua;
C) ritiro da tutte le zone del Fucino dei reparti della Celere e dei Carabinieri.

Ma Torlonia, il giorno seguente venne meno all’accordo e la lotta riprese. La risposta alla “pacifica”lotta dei contadini arrivà quando a Celano, durante una delle manifestazioni ormai divenute quotidiane, due “Cafoni”, Agostino Paris ed Antonio Berardicurti, fu rono uccisi sulla piazza centrale per mano dei Fascisti e Carabinieri (30 aprile 1950). Nonostante il gravissimo episodio, lo scontro non cessò come era nei desideri di Torlonia. Da quel momento, in tutte le manifestazioni che si susseguivano si rendeva onore ai caduti di Celano e si ribadiva l’impegno: “nel vostro nome giuriamo di continuare la lotta per la pace, per il lavoro e per la terra”. Il movimento riprese con maggior impeto, dando inizio a manifestazioni per la liquidazione e l’esproprio dei possedimenti dei Torlonia con la parola d’ordine “Per la rinascita ed il progresso della Marsica, via Torlonia dal Fucino”, affissa ed incisa in ogni luogo, dai muri delle case ai vagoni dei treni.

Comparve per la prima volta, in ogni comune del la Marsica, la “pupazza”delle feste patronali, vestita ed incoronata come una Principessa, cinta di una fa scia sulla quale si leggeva: “Proprietà fondiaria di Torlonia”. Dapprima la si portava in corteo e, una volta giunta sulla piazza, veniva condannata al rogo: simbolo della fine del potere dei Torlonia. Il 10 ottobre del 1950, con decreto del Consiglio dei Ministri, veniva approvato l’atto giuridico che sanciva la più grande vittoria delle popolazioni mar se, dopo decenni di dure lotte, sofferenze e sacrifici: la vittoria sul Principe Torlonia, espressione della grande proprietà feudale, apriva alla Marsica la prospettiva radiosa della rinascita. Unità e solidarietà, punti forza della lotta dei contadini, fecero si che la norma giuridica si proiettasse nella realtà economica, civile e sociale del Fucino per la rinascita della Marsica e per la pace del paese.

“Quella che viene chiamata Riforma Fondiaria era già nelle idee, nei sentimenti, nel cuore degli uomini, generazione dopo generazione, forse agli inizi a livello non ancora consapevole e poi via via sempre più maturandosi negli animi non solo la possibilità ma la probabilità ed il convincimento della giustezza di una distribuzione”. Finalmente il l’ Marzo 1951, sulla “Gazzetta Ufficiale”, veniva pubblicato il decreto per l’applicazione della “Legge Stralcio di Riforma Agraria”, la quale chiudeva un lungo periodo di lotte, di ingiuste condanne e di inutili persecuzioni: la terra diveniva proprietà dei contadini.

E cosi, come quando ai tempi in cui il lago rispecchiava la luce del sole, l’acqua era un diritto di tutti, ora le “terre emerse”diventano il tra guardo di una conquista che indossa le vesti del di ritto e della libertà. …..Il sole è tornato a splendere e le stagioni, ripreso il loro corso, si sono rivestite di mille colori di frutti, di fiori e d’amore per la terra sottratta al Principe Usurpatore.

NOTE

1) Allo scopo di favorire il regolare deflusso delle acque del Fucino, venne costruito un canale di scolo detto “Gran Canale”o canale collettore. Esso aveva il compito di riceve re le acque da due altri canali detti “Allacciante destro “e “Allacciante sinistro”, i quali a loro volta erano collegati con sistemi per fossa o “cinta”(piccoli canali di scolo) che raccoglievano le acque e le convogliavano in direzione di un emissario di scarico.
2) I paesi ripuari erano : Luco dei Marsi, Tra sacco, Ortucchio, Venere, S. Benedetto dei Marsi, Paterno, S.Pelino.
3) Ignazio Silone, Fontamara Mondadori, 1988

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E i pescatori divennero contadini

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