Don Tito Berardini

Don Tito, così amava essere chiamato, nacque da una famiglia numerosa e benestante di San Sebastiano: tredici figli di cui quattro laureati. Come la maggior parte delle “famiglie bene” meridionali dell’epoca ( stiamo parlando dell’inizio del secolo ), frequentavano gli ambienti culturali di Napoli e li gestivano anche parte dei loro affari. Proprio a Napoli il più famoso dei fratelli, Michele, aveva aperto una banca dopo aver fatto parecchia fortuna negli Stati Uniti. Michele Berardini aveva cominciato a lavorare con i soldi degli immigrati italiani per poi ingrandirsi al punto da riuscire ad aprire sportelli bancari a Boston e New York. 

Le sue buone capacità manageriali gli avevano fatto intuire il business dei depositi dei lavoratori all’estero: i risparmi venivano depositati nelle banche americane, poi inviati alla succursale di Napoli che provvedeva a rimetterli ai parenti destinatari. Come è noto il più delle volte i nostri emigranti arrivavano in America senza un soldo e senza lavoro. In queste disperate condizioni era facile cadere alla mercé di abili sfruttatori che per mestiere accalappiavano i malcapitati. Avere quindi per riferimento un paesano con le spalle solide era motivo di sicurezza e di garanzia per il proprio futuro. Sotto questo aspetto per molti emigranti di San Sebastiano, Michele Berardini fu un vero benefattore. Anche il nostro Don Tito cercò di approfittare della posizione del fratello per trovare qualche vantaggio personale e da giovane andò a lavorare alla banca a Napoli. Qui conobbe la sua futura moglie, donna Esterina, che svolgeva le mansioni di ragioniera. 

Certo Don Tito non era il tipo da fare l’impiegato per tutta la vita: di carattere forte ed estroso, ma anche irrequieto e caparbio, abituato alla vita libera del paese, mal sopportava la città e meno ancora lo star chiuso tra le quattro mura della banca. Cosi un bel giorno prese la decisione di tornare a San Sebastiano con in testa un’idea che maturava da tempo: impiantare una centralina elettrica alla Ferriera sfruttando le acque della sorgente. Prese in “prestito” 30.000 lire dalla banca del fratello, secondo i dati Istat l’equivalente di circa 162.000.000 di oggi, e mise in atto la sua geniale idea. Bisogna riconoscere che dimostrò un bel coraggio per avventurarsi nel 1913 in un’iniziativa del genere quando in paese, ma anche in quelli vicini, di corrente elettrica non si era mai neppure sentito parlare. Per prima cosa Don Tito fece fare la vasca di carico dell’acqua, poi la condotta ed infine la centralina con l’alternatore. Tutte opere i cui resti sono ancora visibili, anche se in parte distrutti o ricoperti dalla vegetazione. L’anno successivo San Sebastiano e Bisegna potevano accendere le prime lampadine nelle loro case.

Don Tito stesso forniva due o tre lampadine da 10 watt a famiglia. Per risparmiare si facevano delle finestrelle ai tramezzi divisori, in alto verso il soffitto, in modo che con la stessa lampadina si potessero illuminare due ambienti. Naturalmente dovette “farsi” un elettricista e il malcapitato fu il buon Ferdinando Mercuri che Don Tito faceva trottare tra San Sebastiano e la Ferriera per l’accensione e per le continue rotture dell’impianto. Ma quando il danno era più grave bisognava chiamare l’elettricista di Pescina. Quando questi venne la prima volta, si presentò a Don Tito chiedendogli di poter parlare con il “collega” per farsi spiegare il danno; Don Tito, con la solita arguzia, gli rispose: “Deve sapere che di elettricità non ne capisco nulla; Ferdinando sa quel poco che gli ho insegnato io. Si regoli di conseguenza”. Il successore di Ferdinando fu Ermenegildo Berardini il quale, purtroppo, subì un incidente mortale proprio alla Ferriera. Si racconta che mentre faceva un giro di ispezione camminando sulla condotta resa viscida dalla recente nevicata, scivolò e cadde sui massi sottostanti. Venne ritrovato morto il giorno successivo dai parenti preoccupati dal suo mancato ritorno a casa. 

Intanto era morto il fratello Michele con il quale, dopo i precedenti della banca di Napoli, Don Tito non era più in buoni rapporti. La stessa banca era fallita e aveva dovuto chiudere gli sportelli. Michele non ne risentì più di tanto perchè aveva già accumulato una notevole fortuna, tanto che alla sua morte, in paese si diceva: “…è morto Michele Berardini, quattro volte milionario!”. Si disse anche che aveva lasciato in eredità 100.000 lire ad ogni fratello, meno che a Don Tito, naturalmente. Ma a parte queste vicende più personali a noi piace ricordare Don Tito per la genialità delle sue idee e per il suo spirito di iniziativa che non si fermò alla centrale elettrica. Alla sorgente della “Fonte”, ai piedi del paese, c’era tanta acqua disponibile. Perchè non sfruttarla? Detto fatto, Don Tito costrui una nuova centralina e questa volta l’energia elettrica prodotta la utilizzò per pompare l’acqua fino ad un serbatoio sopra al paese per poi distribuirla in tutte le case.

Fino ad allora San Sebastiano, nonostante fosse famoso per l’abbondanza delle acque, non aveva potuto facilmente utilizzare questo bene perchè le sorgenti erano tutte in basso. Con l’acqua portata dalla nuova centralina di Don Tito, prese a gorgogliare anche il primo fontanile che venne costruito vicino alla casa di Leonardo Grassi dove ora c’è l’ufficio postale. Poi si passò alla realizzazione della rete idrica per tutto il paese. Successivamente Don Tito decise di acquistare una trebbiatrice usata che riuscì a far funzionare con la “sua” corrente elettrica e risolse cosi un altro problema che costringeva i contadini a trescare il grano ancora con il metodo arcaico del calpestio dei muli e dei cavalli. 

Fu un altro avvenimento epocale per il paese che vedeva quel mostro inghiottire i covoni di grano ( le “manuoppie” ), abilmente inseriti dall’alto dall’addetto all’imbocco. Ne seguiva il crepitio dei chicchi di grano che attraverso i vari condotti e setacci che eliminavano le parti superflue, arrivavano copiosi dentro i sacchi predisposti alle bocche d’uscita. Appena riempito il sacco da mezza “soma”, 60 chili circa, una mano robusta ed esperta lo chiudeva con un laccio e, afferrandolo per la “gola”, se lo poneva in spalla alzandolo come un fuscello. 

Al termine delle operazioni si facevano i conti: “Quanto hai fatto ?” chiedevano i vicini. “Ho preso la sei”, rispondeva orgoglioso il proprietario. Voleva dire che la resa era stata di uno a sei: ovvero, una salma di grano seminato aveva prodotto sei salme di grano. Nei ricchi terreni del Fucino, un quintale di grano ne rendeva 30. Intanto all’aia in quei giorni c’era gran festa. I covoni di grano venivano accatastati l’uno sull’altro in modo di fare una vera casetta ( la “casarcia” ) dove ora ci sono i giardinettî, con grande gioia dei bambini che potevano giocare a nascondino tutta la sera. Grande fermento e grande eccitazione; era l’avvenimento più importante dell’anno e tutti dovevano partecipare, ognuno con il proprio compito. Un buon raccolto di grano significava pane sicuro per tutto l’inverno. 

Testi tratti dal libro Il Paese della memoria
( Testi del prof. Ermanno Grassi e del prof. Pino Coscetta )