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Domani debutta Anna Pirozzi in Butterfly con il direttore abruzzese Jacopo Sipari di Pescasseroli Opera di stato Tirana

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Debutta domenica 26 maggio nel ruolo del titolo Anna Pirozzi che sceglie l’Opera di Tirana e un binomio d’eccezione, il direttore d’orchestra Jacopo Sipari e la regista Manu Lalli, la produzione del Festival Puccini nel suo centenario, per questa ulteriore sfida del soprano napoletano. Con lei Klodjan Kaçani, Pinkerton,Ivana Hoxha Suzuki e Armando Likaj, Sharpless. Altra Cio-cio-san sarà Eva Golemi

Un soggetto di fuga apre la Madama Butterfly, “Benvenuto in casa americana”, queste le due chiavi per poter godere a pieno della mise en scene di Madama Butterfly, il capolavoro pucciniano che “ri-comincerà” il suo romanzo, nella rilettura della regista Manu Lalli e del direttore Jacopo Sipari di Pescasseroli, sul palcoscenico dell’ Opera nazionale di Tirana, da domenica 26 sino al 1 giugno alle ore 20. Un debutto importante saluterà la prima di questa opera, che ritorna in cartellone dopo un decennio firmata da una inarrivabile Ermonela Jaho, quello del soprano verdiano Anna Pirozzi, il suo sogno che immaginiamo da quanti anni cullasse, un desiderio che la ha portata solo ora a vestire il kimono della geisha, sotto la direzione di una bacchetta pucciniana per eccellenza, che ha le radici proprio in questa opera: “ Puccini in poche parole parla di sé – rivela il M° Jacopo Sipari – ci grida le sue inquietudini, il suo dramma e quello, in generale, del melodramma ormai in crisi. Forse, è per questo che ho sempre sostenuto che quest’opera fosse quella che mi rappresenta di più, quella che amo di più, quella a cui devo di più. Ognuno di noi è Cio-Cio-San: sogniamo l’amore che in realtà è distacco da quanto avevamo ma che, forse, non ci appartiene più o, peggio, non c’è mai appartenuto e, dunque, ci illudiamo di poterne scappare lontano, in “America”, per poi ritrovarci soli a gridare a tutti quelli che verranno dopo di noi, i nostri “figli”, l’intera umanità, che l’unico sacrificio possibile e giusto è quello per amore, l’amore per l’altro”.  

La formulazione di un’identità opposta al moderno (e quindi all’Occidente) che ai tempi reali di Butterfly (1904) indusse il Giappone a definire la propria identità in termini estetici. Costituendo, infatti, l’antitesi della ragione, emblema della modernità occidentale, permetteva di creare uno spazio e un tempo oltre il moderno, che in quegli anni i giapponesi sentivano minacciare la propria cultura. Poi, dopo la fine della guerra devastante per il Giappone, in un momento in cui tutto ciò che prima contava aveva perso ogni valore, la democrazia divenne la speranza per il popolo nipponico di riprendersi, ma anche di redimersi agli occhi del mondo. Infatti, l’arrivo degli americani sul suolo nipponico, fu ben accolto dalla popolazione giapponese, contrariamente a quanto da loro previsto. Il Paese, però, aveva comunque la necessità di affermare un’identità propria in cui potersi riconoscere, trattandosi di un periodo in cui lo stato giapponese virtualmente non esisteva. Questa necessità venne resa ancora più forte dall’ “inversione di rotta”. “La natura lussureggiante e innocente – spiega la regista e scenografa Manu Lalli –  come Butterfly, muore per la mancanza di cura, di attenzione, di amore. E mai come in questo momento storico, crediamo, che questo messaggio sia più importante. Ma forse proprio come nell’Opera del grande Puccini, il tempo della consapevolezza sta giungendo. Pinkerton nella parte finale dell’opera diventa finalmente consapevole della sua crudeltà e leggerezza”. Le scene e i costumi sono quelle del festival Puccini, che viene a celebrare, nel teatro diretto da Abigeila Voshtina e sotto l’egida dell’Istituto Italiano di Cultura, un doppio appuntamento, il centenario della morte del compositore, nonché i centoventi anni dal famoso e inatteso fiasco della prima rappresentazione, che suggerì  a Giovanni Pascoli i famosi versi “consolatori” e premonitori “Caro nostro e grande Maestro, la farfallina volerà:ha l’ali sparse di polvere, con qualche goccia qua e là, gocce di sangue, gocce di pianto…Vola, vola farfallina, a cui piangeva tanto il cuore; e hai fatto piangere il tuo cantore…Canta, canta farfallina, con la tua voce piccolina, col tuo stridire di sogno, soave come l’ombra, all’ombra dei bambù a Nagasaki ed a Cefù”. Ed è giusto sull’onda di questi versi che ha da essere interpretata questa partitura. Jacopo Sipari, 

 sarà alla testa della “sua” orchestra albanese e del coro preparato da Dritan Lumshi, con un cast che saluta protagonista il soprano verdiano Anna Pirozzi, e in secondo cast Eva Golemi, con a fianco il Pinkerton di Klodjan Kaçani Gun Zia-Zhao, e la Suzuki di  Ivana Hoxha e Valentina Pernozzoli; mentre Sharpless avrà la voce di Armando Likaj in alternanza con Solen AllaGorosarà Roel Liupa e per il secondo cast Andi Istrefi, mentre due i nomi anche per lo zio BonzoGenc Vozga e Bledar Domi, nel ruolo del principe Yamadori ci sarà Erlind Zeraliu, mentre Kate Pinkerton sarà Simona Kerafili. A completare il cast, Erion Sheri, quale commissario imperialeOgert Islami l’ufficiale di registro e i due DoloreDrin Pulashi, Etual Uruçi,  quindi, la cugina, Elda Koçibelli, la Madre, Majlinda Laska, la Zia, Sofika Kola e Yakusidé, Metin Jupe. Il Maestro Sipari ha confessato che Madama Butterfly è l’opera che ha studiato maggiormente, la sua partitura ispiratrice. Tanti i suoi e i nostri riferimenti alle altre arti, come sul trillo prima della lettura della lettera, quel “date” fatto d’impeto, attesa e sospiro,  o quel “un po’ per celia, un po’ per non morire” che  deve “morir” di dolcezza. La chiave è, però, in quella fuga iniziale che fa rima con “serrature”. Raccomandava l’indimenticato Paolo Isotta di andare all’opera avendo mandato il libretto a memoria e questo sorprendente incipit fa il doppio con “Perché con tante cure/la casa rifornì di serrature, /s’ei non volesse ritornar mai più”. La Madama Butterfly è tutta in quella fuga, massima espressione del mondo occidentale, come la casa, la pietra, lo spazio delimitato lo è per la nostra filosofia, e ancora “fuga”  come sguardo del nostro inizio Novecento verso l’esotismo orientale, con le sue lacche nere e rosse, fuga impossibile dal tempo fermo di quella casa e di quel giardino, che si conclude con il suicidio, espressione massima di  sacrificio e libertà. Il fiuto pucciniano trova qui ancora e sempre d’istinto, la chiave giusta col rifiutare la maniera tardo-ottocentesca dell’opera francese e anche il lascito verdiano, ma non tralasciando di segnalare, semmai soltanto nel carattere raffinato dell’armonia e nell’aspra condotta vocale, la presenza dell’Europa e di un’Europa opportunamente debussiana, unitamente a certa premonizione della vocalità espressionista, che apre altre strade, nuovi incroci sonori.

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