Dissidenti marsicani al confino e clamorose espulsioni dal partito fascista (1927)



Tra i provvedimenti amministrativi proposti da Luigi Federzoni al «Consiglio dei Ministri», poi ripresi da Alfredo Rocco (Guardiasigilli) e Augusto Turati, era stato approvato anche quello riguardante gli anarchici e i comunisti. 

Al numero cinque delle disposizioni appena emanate, si leggeva:«Istituzione del confino di polizia per coloro che abbiano commesso o manifestato il deliberato proposito di commettere atti diretti a sovvertire violentemente gli ordinamenti sociali, economici e nazionali costituiti dallo Stato, e, particolarmente, la divisa e i distintivi dell’organizzazione del regime» (1). In base a queste leggi, le autorità prefettizie, dopo aver arrestato diversi marsicani, inviarono gli stessi nelle mani della «Pubblica Sicurezza» che, senza indugi, li trasferì al confino. Tra loro: Renato Vidimari, Agostino e Filippo Carusi, Francesco De Rubeis, Pietrantonio Palladini, Francesco Ippoliti, Giuseppe Cerasani e altri, che dovevano scontare pene severe, passando da un’isola all’altra. Molti di loro, in diversi periodi tra il 1927 e il 1928, si incontreranno forzatamente su di Lipari, Pantelleria, Ustica e Ponza (2). 

Del resto, i diari del medico Francesco Ippoliti, pubblicati dal nipote Luigi Gagliardi, rimangono una testimonianza cruda e reale di quei drammatici momenti. Erano intitolati: «La deportazione. Sei mesi e mezzo di sofferenze fisiche e morali – 19 novembre 19266 giugno 1927 –  Pantelleria e La deportazione. Sette mesi e mezzo di dimora a Lipari – 30 settembre 1927 – 12 maggio 1928»Sono testi scritti a penna racchiusi in due fascicoli di carta comune, nei quali l’anarchico di San Benedetto descrisse le tribolazioni subite con animo distaccato e con frasi proprie di un dottore. Sicuramente, i manoscritti assumono un interesse ed un significato profondo per comprendere meglio il ventennio di repressione fascista. Nel corso del 1927 l’isola di Lipari, quindi, diventò la principale colonia di confino per gli oppositori del governo. Presto, gli avversari del regime divennero cinquecento, provenienti da ogni parte d’Italia: appartenevano a diversi partiti e a tutte le classi sociali.

Dopo persistenti indagini, l’anarchico Ippoliti era stato riconosciuto come l’autore di numerosi manifesti, ballate e proclami coi quali incitava i contadini del Fucino a riscattare i diritti perduti, talvolta assumendo il ruolo del «Tribuno», in focosi discorsi rivolti soprattutto agli agricoltori più poveri. La sua perenne critica alle istituzioni emerse spesso con poemetti di aspro e pungente contenuto; basti ricordare il titolo di qualcuno di essi, come: «I faccendieri o I farabutti», rivolto ai ricchi e potenti della zona sfruttatori dei braccianti (vedi soprattutto i principi Torlonia)Più volte consigliere comunale, incoraggiò sempre l’azione per l’autonomia di San Benedetto dal comune di Pescina, secondo la tipica visione degli anarchici che: «ritenevano di trovare nelle autonomie locali la via della libertà» (3).

Francesco Ippoliti di S.Benedetto dei Marsi

Nel 1927 assistiamo sul piano politico anche a una lunga serie di clamorose espulsioni dal partito nazionale fascista, come pure a sospensioni e allontanamenti temporanei o definitivi di insigni parlamentari marsicani. 

Nuove strepitose defezioni furono attivate nei confronti dei vertici del fascismo aquilano, dopo lo scioglimento del direttorio provinciale. Primo a cadere dalla carica fu Alessandro Sardi (differito per sei mesi, riammesso poi nel 1938 come consigliere dell’Ente nazionale della moda); quasi contemporaneamente dette le sue dimissioni l’onorevole Luigi De Simone di Avezzano (poiché era considerato un elemento fazioso). Peggior sorte toccò all’onorevole Camillo Corradini, destituito con decreto legge 9 gennaio 1927 (n.16). Le motivazioni per la sua decadenza da «Consigliere di Stato» vennero così formulate: «Il consigliere di Stato dottor Camillo Corradini, fin dall’avvento al potere del Governo nazionale, ha fatto parte degli esponenti più attivi di opposizione al Governo stesso. Ha avuto sempre contatti con elementi di opposizione ed ha, di frequente, diretto manovre ed atteggiamenti in contrasto con l’alto ufficio che ricopre. Il dottor Corradini è tuttora legato con elementi di tendenza sovversiva e con elementi massonici; non v’ha dubbio che la sua azione subdola e insidiosa sia riuscita dannosa all’opera di ricostruzione del Governo nazionale. In complesso, il dottor Corradini si è reso incompatibile con le generali direttive del Governo nazionale, per cui, anche nel Consiglio di Stato, l’opera sua non può offrire garanzia di un fedele adempimento dei suoi doveri».

Gli onorevoli Luigi De Simone e Camillo Corradini

A nulla valsero le difese del parlamentare marsicano, che nel 1927 fu estromesso dalla nomina a senatore dallo stesso Mussolini: «ai sensi dell’articolo 33, dodicesima categoria dello Statuto»(4). Oltre a Corradini, in queste liste di proscrizione, figuravano anche Ruini, Lusignoli e Giuffrida, tutti legati a vario titolo alla vecchia politica giolittiana di età liberale. Dei quattro deputati, però, solo Corradini e Ruini furono effettivamente estromessi. In tale ottica appare molto significativa e malinconica la lettera scritta dall’avezzanese al suo «vecchio amico» Giolitti: «Carissimo Presidente, finalmente la commedia del Consiglio di Stato è finita. Il 23, giorno del mio compleanno, ricevetti dalla Ragioneria del Ministero dell’Interno un avviso litografato col quale mi si comunicava che quell’ufficio aveva provveduto ad emettere un ruolo di spesa fissa in mio favore, con l’assegno provvisorio di pensione. Ho visto poi Lusignoli, il quale per l’interessamento di Tittoni fu salvato, altrettanto pare sia avvenuto di Giuffrida per l’intervento di Pirelli. Non so di Meuccio Ruini, forse questo sarà il solo compagno (seppure è vero) che mi fu dato. Io preferisco questa soluzione a qualunque altra che sapesse di equivoco. So che la cosa ti fa dispiacere, per le conseguenze che può avere per la mia vita materiale, ma non ti dar pensiero, siamo ancora nell’anno francescano e noi siamo di quella scuola, e per quanto gli italiani siano restii a dar lavoro, quando non si è in piena armonia col governo, pure ho fiducia di andare avanti. Non ne parliamo più, se no, questa diventa quasi una lettera sovversiva e perciò incriminabile. Goditi la primavera e arrivederci a Roma. Con i saluti più affettuosi, aff.mo Corradini» (5).

A gennaio del 1927, fu invece reintegrato nel suo incarico Rocco D’Alessandro, a cui era stato severamente vietato dal commissario straordinario sindacale Romano Cocchi, di non fare politica durante i suoi numerosi convegni sull’agricoltura in Abruzzo. 

Nonostante ciò, chi invece rimase a galla consolidando la sua posizione, fu Giacomo Acerbo. Abbandonato l’incarico di sottosegretario alla Presidenza ed eletto alla vicepresidenza della «Camera dei Deputati», si dedicò poi alla carriera accademica, ottenendo l’incarico di economia industriale nel corso di perfezionamento della scuola superiore ingegneri di Roma. Nello stesso anno, conseguì la libera docenza in storia dell’agricoltura presso la facoltà di lettere e filosofia della capitale. 

L’estrema gravità dei provvedimenti appena decisi dai vertici fascisti in questo periodo, non è  sfuggita ad un’attenta analisi degli studiosi del settore. Come ben afferma un’autorevole storico, che dedicò migliaia di pagine alla storia del fascismo: «con essi veniva praticamente sancita la definitiva distruzione di quel poco dell’ordinamento liberal-democratico e del vecchio Stato di diritto che erano, bene o male, sin lì sopravvissuti a quattro anni di governo fascista e si può considerare conclusa la fase, iniziata il 3 gennaio 1925, del trapasso dal vecchio Stato prefascista al nuovo regime fascista». In questo periodo di epurazioni, nuove norme di polizia sancirono anche la decadenza dei deputati e dei senatori «aventiniani» e comunisti (6).

NOTE

  1. R.De Felice, Mussolini il fascista, II. L’organizzazione dello Stato fascista 1925-1929, Giulio Einaudi editore, Torino 2019, p.211.
  2. R.Colapietra, Fucino Ieri 1878-1951, Ente Fucino, Stabilimento roto-litografico «Abruzzo-Press», L’Aquila, ottobre 1998, pp.156-159. Per un’ampia trattazione del problema si veda: O.La Stella, Francesco Ippoliti, Un anarchico abruzzese agli inizi del Novecento, Ianieri Editore, cap. III, Francesco Ippoliti e gli anarchici marsicani.
  3. L.Gagliardi, Francesco Ippoliti. Diari di un confinato politico degli anni ’30, Solfanelli editore, Chieti, 2014. Nel libro di Palladini, viene tracciato un profilo di Ippoliti durante la sua permanenza a Lipari: P.Palladini, Cento metri di catene, Cartografital, Penne 1977, pp.76-78.
  4. G.Jetti, Camillo Corradini nella storia politica dei suoi tempi, Arti Grafiche Pellecchia, Atripalda (AV), settembre 2004, pp.210-211.
  5. F.Leoni, Storia dei partiti politici italiani, A.Guida editore, Napoli 2001, pp.417-423. Cfr. G.De Rosa, Giolitti e il fascismo in alcune sue lettere inedite. Vent’anni di politica nelle carte di Camillo Corradini, in «Politica e Storia», 1957, pp.91-96; Il Consiglio di Stato nella storia d’Italia. Biografie dal 1861 al 1948, a.c. di G.Melis,Giuffrè, Milano, 2006.
  6. R.De Felice, op.cit., p.214.