domenica, 7 , Marzo

Giornata dei Giusti, il ricordo del gesto eroico del Venerabile Don Gaetano Tantalo

Il gesto viene ricordato come atto compiuto da “Uomo Giusto”
Dispositivi di protezione individuale di una volta: la "mascherina" del medico della peste

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Dispositivi di protezione individuale di una volta: la “mascherina” del medico della peste

Lo leggiamo ogni giorno: mascherine regalate, mascherine che non si trovano, mascherine da realizzare in casa, mascherine obbligatorie. La pandemia dovuta alla diffusione del Coronavirus ha trasformato la mascherina in uno degli oggetti più importanti della nostra vita perché è uno dei dispositivi di protezione individuale necessari a tutelarci dal contagio. Proteggere le vie aeree, evitare di respirare particelle che potrebbero causare la malattia, filtrare l’aria che respiriamo è una forma di protezione che, seppur con altri criteri e seguendo altre logiche, adottavano anche i “medici della peste”. Stiamo parlando di rudimentali maschere protettive che cominciarono a essere utilizzate a partire dal Trecento. I medici dell’epoca, per proteggersi dalle epidemie, di peste e non solo, iniziarono a proteggersi indossando maschere molto particolari, maschere a forma di becco.

Dispositivi di protezione individuale di una volta: la "mascherina" del medico della peste

Al tempo erano questi i DPI disponibili. Nei secoli successivi, nel Seicento, questi becchi protettivi furono tramutati in oggetti molto resistenti che funzionavano come respiratori. Oltre a essere dotate di due aperture schermate da lenti di vetro per gli occhi, due fori per permettere al naso di respirare, le grandi maschere dei medici della peste, erano caratterizzate da un grande becco ricurvo. A cosa serviva? All’interno del grande becco dell’antica mascherina venivano collocate sostanze profumate di vario genere: timo, mirra, lavanda, fiori secchi, canfora, aglio, ambra, menta oltre a piccole spugne imbevute di aceto. In sostanza si veniva a creare un “filtro” protettivo che si pensava potesse bloccare l’ingresso dei miasmi pestilenziali nelle vie respiratorie. Diversi secoli fa, la scienza medica era arrivata a concepire che le epidemie si scatenassero dalle zaffate di aria infetta che si riteneva provenissero dalle fogne, dalle paludi, dai cumuli di spazzatura, dagli insani tuguri in cui i poveracci abitavano.

Ovviamente oggi sappiamo che quel becco protettivo nulla poteva contro la peste che, solitamente, viene trasmessa dalla puntura di una pulce. I nostri antenati medici, col tempo, misero a punto anche un abito protettivo, una sorta di lunga veste idrorepellente in tela cerata che li copriva dal collo ai piedi da indossare assieme a guanti, scarpe e un grande cappello a tesa larga. Una serie di sistemi di protezione che potremmo avvicinare alle tute anti-contagio che gli operatori sanitari contemporanei indossano quando lavorano nei reparti Covid. A noi adesso quella lunga tonaca scura e quella stravagante maschera col becco indossate anticamente dal medico della peste ricordano tutt’al più una delle figure caratteristiche del Carnevale di Venezia. Eppure, ieri come oggi, si tentava solo di proteggersi da un nemico invisibile e sconosciuto.

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