Dispersa la Biblioteca mazzariniana

Testi di Don Vincenzo Amendola maggiori info autore
Mazzarino era riuscito ad ottenere ciò che voleva. Il 31 ottobre 1651 ricevette l’invito ufficiale del re e della regina di tornare in Francia e di raggiungere subito i reali ‘ che si trovavano a Poitiers. Egli sapeva, però, quali erano le condizioni in cui si trovava Luigi XIV e, prima di tornare, si preoccupò di reclutare un esercito ben equipaggiato, da offrire a sua maestà Maestà in piena lotta contro il Condé. Il 24 dicembre egli rimise piede in territorio francese e mandò un e messaggio al re, in cui diceva: « Il solo mio desiderio ‘ di andare a esporre la mia vita per il bene e il ripristino della pace in Francia ». Ad Anna d’Austria, invece, scriveva: « Tutto finirà quando fra cinque giorni arriverò da voi. Nel dire questo sono fuori di me ».

Giunta a Parigi la notizia che Mazzarino era rientrato su suolo francese, fu subito convocato il parlamento, che manifestò una reazione violenta e incontrollata. Il 29 dicembre i giudici parlamentari emisero un nuovo mandato di proscrizione contro il Primo Ministro, con la taglia sulla sua testa di 50 mila scudi e con l’ordine di opporsi al suo passaggio. Per mettere insieme il denaro della taglia fu ordinata la vendita della Biblioteca di Mazzarino. Decisione tipica di una rabbia impotente. Naudè, il bibliotecario, cercò di salvare quanto poteva e di non perdere le tracce delle opere che con la vendita venivano disperse, ma il danno per l’insensata decisione fu comunque notevole.
Furono fatte pressioni sul re perché ratificasse le deliberazioni del parlamento, ma Luigi XIV l’11 gennaio 1652 dava ordini perché Mazzarino avesse libero passaggio dovunque e ricevesse ospitalità per sé e per le truppe che lo seguivano. Ora era l’esiliato che si trovava nella legalità e nella legittimità, mentre i suoi nemici si mettevano contro la legge.

Il 28 gennaio, il re si portò, con tutta la corte, fuori della città, per accompagnare a Poitíers il suo ministro, arrivato con 1500 cavalieri armati e duemila fanti. Mazzarino rimase con la corte, a Poitiers, fino al 3 febbraio. Egli riprese in mano la direzione degli affari di Stato e della condotta della guerra contro i prìncipi ribelli. Il Condé minacciava la rivolta armata con l’appoggio spagnolo nella Guyenne, mentre il conte di Rohan tentava di sollevare l’Anjou.
Mazzarino decise immediatamente un piano di contrattacco e inviò contro il Condé, a Bordeaux, il conte d’Harcourt; egli stesso con l’esercito reale si portò verso la valle della Loira, per impedire che le forze dei ribelli si ricongiungessero. Fu domata senza sforzi la rivolta di Angers il 28 febbraio, e l’esercito del re puntò subito su Orléans, davanti alla quale i duchi di Beaufort e di Nemours avevano stabilito il loro accampamento, mentre Anna Maria di Montpensier (la Grande Mademoiselle) faceva il diavolo a quattro per far entrare nella città i rivoltosi. Ma la città non apri le porte ai frondisti.
Il Condé, nel frattempo, con una mossa audace, lasciò delle guarnigioni nel Sud-Ovest e con una marcia forzata si diresse verso Parigi, dove entrò l’Il aprile.

L’arrivo del Condé nella capitale fu accolto con entusiasmo dai frondisti, ma spaventò i nobili, che parteggiavano per il re, e la borghesia, che temeva gli atti di teppismo che ne sarebbero immediatamente seguiti. La situazione si faceva sempre più intricata e pericolosa. Mazzarino non si scoraggiò. Egli apparteneva a quei caratteri che si rafforzano e riescono ad esprimersi in tutta la loro capacità proprio nei momenti più difficili. Si rendeva conto che la presenza del grande rivale non era da tutti accettata volentieri nella città, e tramite i suoi emissari mandava istruzioni agli amici sul comportamento da tenere e le iniziative da prendere. Egli organizzò anche un’efficace cam
pagna di stampa con giornali, volantini, manifesti, per creare un movimento di opinione pubblica favorevole alla pacificazione e contro i frondisti.

Scrisse all’abate Fouquet di anticipare seimila scudi per stampare materiale occorrente alla propaganda. Dalla stessa lettera apprendiamo che il Coadiutore, ora cardinale di Retz dal febbraio del 1652 appoggiava i lealisti.
Un’altra minaccia veniva dalla frontiera Est della Francia. Il duca di Lorena aveva invaso il suolo francese, con il pretesto di portare l’aiuto della Spagna al Condé. Mazzarino agì sulla venalità di Carlo iv di Lorena per sventare la minaccia. Ma le truppe dell’invasore seminarono la desolazione nelle zone da loro attraversate. Intanto i mesi passavano e il tempo lavorava sempre a favore di Mazzarino. Il popolo era stanco dello stato di guerra civile, della penuria, dell’abbandono e dei soprusi che doveva sopportare.
Da un giornale dell’epoca si apprende che gli abitanti rídotti alla miseria a Parigi erano più di sessantamila, dei quali più di quindicimila nella sola parrocchia di S. Nicola.

Sulla fine di giugno apparve un manifesto, attribuito ad uno dei fedelissimi di Mazzarino, in cui si diceva: « lo non sono né principe né mazzarino, non appartengo né a un partito né a un complotto … io voglio la pace e detesto la guerra. Sono un buon francese e non parteggio se non per gli interessi della mia patria … Popoli, non prendete parte alle liti di cui voi non potete essere che vittime … I prìncipi non possono fare senza di voi? … ». Il parlamento incitò i parigini ad una rivolta popolare contro Mazzarino, ma questa volta furono pochissimi a rispondere all’appello. Parigi era veramente stanca.
Il 29 giugno Mazzarino, che si era attestato col suo esercito nei pressi della capitale, avvertito da Fouquet che il Condé stava manovrando per guadagnare posizioni strategiche più sicure, diede ordine di provocare il principe allo scontro diretto. Condé fu costretto a difendersi nei pressi della Porta Sant’Antonio e a stento poté riparare nella città, mentre la Grande Mademoiselle dalla Bastiglia faceva cannoneggiare l’esercito reale. Nonostante tutto, i principi frondisti non cedevano.

Il 4 luglio il Condé convocò il parlamento all’Hotel de Ville per decidere sulla condotta politica da tenere nei confronti della corte. I nobili erano decisi ad andare fino in fondo nella loro rivolta, e si distribuirono gli incarichi fra loro. I borghesi, però, erano stanchi della situazione, che non sembrava avere via d’uscita, e cominciarono a rifiutarsi di collaborare. Il Condé ci rimase male e, uscito Dall’Hotel de Ville, pensò di smuovere la piazza contro i borghesi, che erano rimasti nell’edificio a discutere. Alcuni facinorosi accolsero l’appello del generale e, gridando, trascinarono una piccola folla fino al palazzo, che fu assalito, e venne fatta una strage degli occupanti. A stento si salvarono il preposto dei mercanti e il governatore. Il popolo di Parigi rimase colpito con orrore dal fatto. La Grande Mademoiselle commentò: « Questo fu il colpo di grazia per il partito ».