t1

Comune di Celano

t2

L’organismo architettonico della Chiesa, di stile gotico-aquilano, risale alla seconda metà del secolo XIII e trasmette, nel suo insieme, un senso di armonica robustezza, tipica anche delle costruzioni romaniche. Nel XIII sec. Iniziano a diffondersi anche in Abruzzo motivi propri dello stile gotico, ma la tradizione romanica è ancora forte e perdurerà a lungo: basti pensare al gran numero dí portali romanici, a tutto sesto, che continueranno a adornare gli edifici del XIV e XV secolo.

All’occhio del visitatore appare subito l’equilibrio delle proporzioni e l’essenzialità dei materiali usati: pietra locale da taglio lasciata a vista all’esterno e conci ben squadrati all’intemo e, dal 1998, la chiesa custodisce una ” Via Crucis” in pietra della cava romana Auresína di Trieste, in perfetta armonia con la struttura della costruzione.
Se si passa ad osservare i singoli elementi e i motivi decorativi che ne costituiscono l’insíeme, si nota che questì sono stati inseriti con gusto e sensibilità dalle maestranze locali.

La facciata presenta una copertura a capanna con due falde, come nelle chiese marsicane del periodo. Essa fu completata due secoli dopo e si differenzia dalle chiese aquilane del XIV e XV secolo, che hanno un coronamento orizzontale. Una cornice divisoria separa il portale romanico dal rosone goticheggiante ed entrambi presentano motivi ornamentali di tipo rinascimentale.
Lo spazio viene delimitato da due lesene verticali.
Gli spioventi delle falde sono delicatamente ornati da una serie di archetti a tutto sesto intrecciati che si prolungano anche sulle lesene angolari; una minuscola croce si trova all’incontro delle arcatelle nel punto centrale del timpano e poggia su una piccola torre merlata.
Nella lunetta è dipinta una madonna con Bambino tra san Giovanni Evangelista e il pontefice Bonifacio IV, originario della Marsica e vissuto nel sec. VII.
La linearità della facciata fa risaltare i preziosi battenti lignei, opera di raffinati artigiani.

E’ raro, se non unico l’impiego del legno utilizzato, il sambuco, che ci porta a pensare con nostalgia alla ricchezza dei nostri boschi nel tempo passato.
Una cornice formata da un motivo a treccia doppia, interrotta ad intervalli regolari da una rosellina, racchiude tre quadranti.
In quelli in alto, entro una sontuosa ghirlanda, sono rappresentati i Santi Giovanni Battista ed Evangelista; nel quadranti centrali sono intagliati gli stemmi dei re aragonesi, dei duchi di Amalfi e dei piccolomíni; due rosoni dai mille petali chiudono infine i quadranti in basso.

L’interno richiama immediatamente l’impianto tipico di altre chiese abruzzesi, S. Giusta, S. Silvestro e s. Maria di Collemaggio a L’Aquila, S. Cesidio a
Trasacco e S. Lucia a Magliano dei Marsi: tre navate, divise da colonne o pilastri, con presbiterio e zona absidale.
I massicci pilastri, le alte volte a crociera, gli affreschi quattrocenteschi, le statue dei Santi Patroni sullo sfondo dell’organo e la via crucis in pietra danno luce e suggestione all’interno, invitando il visitatore anche al raccoglimento e alla preghiera.
I pilastri dai conci ben lavorati poggiano su basi ottagonali lineari, così come sono appena abbozzati i capitelli; sorreggono gli archi ogivali trecenteschi, mentre le volte della navata centrale sono state ricostruite dopo il terremoto del 1915.
E’ andata perduta la parte absidale originale.
Nelle prime quattro campate della navata di destra, nei sottarchi e alcuni pilastri sono ancora visibili parte di affreschi che, probabilmente, abbellivano tutta la chiesa.
Nel 1703, in seguito ad un terremoto, l’edificio fu ristrutturato e modificato nel 1706 con inserimenti barocchi, abbassamento delle volte e copertura in stucco degli affreschi.
La presenza dello stemma dei conti bertardi, discendenti del provenzale Berardo Francisco, arrivato nel paese dei Marsi nel X secolo – una fascia bianca trasversale su fondo azzurro – e di un altro stemma attribuito ai Colonna fa risalire gli affreschi al 1439, anno del matrimonio di Jacovella, figlia di Ruggiero IV Berardi con Jacopo Caldora.
Gli affreschi per molti anni considerati di scuola senese, sono opera di vari autori, collegati con il maestro di Beffi, che lavorò a Subiaco, a Santa Maria di Collemaggio, a San Giuliano di L’aquila e a Santa Maria del Ponte di Tione, presso Beffi, con il maestro della cappella di Caldora dell’abbazia morronese di Sulmona e con il giovane pittore morsicano Andrea De Litio o Andreas de Leccio, originario di Lecce nei Marsi.
I dipinti sono stati trattati nel 1940 dal Longi in “Fatti di Masolino e di Masaccio” e dal prof. Bologna nel 1987.
I recenti restauri degli affreschi (che sono stati eseguiti negli anni 1948 e 1970), hanno ridato luce e risalto alle pitture e riportano alla memoria le pareti istoriate di altre chiese romaniche, in cui i fedeli potevano leggere l’Antico e Nuovo Testamento, la storia dei loro Santi protettori, il calendario ed il miracolo, cosi come, riposandosi dopo un lungo cammino, potevano apprendere o ricordare analoghe storie delle Sacre Scritture, volgendo lo sguardo ai capitelli delle colonne di un chiostro.

Sull’altare laterale settecentesco in marmi intarsiati, un’altra tela raffigura l’incoronazione della Vergine con il Bambino benedicente.
Il dipinto è attribuito a maestranze locali del secolo XVI.
A dare completamento e colore all’altare maggiore del sec. XVIII, che presenta stemmi gentilizi nelle fasce laterali e che custodisce le urne dei Martiri, visibili attraverso una finestra circolare, c’è il coro in legno intagliato del sec. XVIII.

Si compone di due ordini di stalli, con sedili e trono centrale.
Braccioli con volute vegetali e teste di personaggi separano i sedili, mentre gli stalli sono abbelliti da festoni, mascheroni, stemmi e motivi vegetali in bassorilievo.
Il trono è imponente, sorretto da due leoni accovacciati che reggono volute vegetali e teste di cherubini ed è coronato da un ricco fastigio.
La seconda fila di sedili , destinata al clero minore, è molto lineare.

Sulla parete absidale le statue dei Santi Patroni, del sec. XIX, in polvere di marmo e ricoperte da sottili lamine d’oro, spiccano contro le canne dell’organo, al di sotto di una vetrata dai colori brillanti, raffigurante S. Giovanni che battezza Cristo, opera del pittore Marcello Ercole.
La navata di destra è arricchita da tre confessionali e, in vicinanza della porta centrale da un ciborío del secolo XVI in legno intagliato e dorato, a pianta poligonale, in forma di tempietto a due ordini» sovrapposti, con nicchie e colonnine; a coronamento, una cupoletta a base poligonale.
Nel passato era usato anche come fonte battesimale.

I confessionali in noce intagliata risalgono al secolo XVIII, con volute e festoni che sorreggono un timpano, su cui poggia uno stemma nobiliare, il simbolo dello Spirito Santo o la Croce.
Sul pannelli centrali delle porte intarsi con figure, di cui più leggibile è quella di San Rocco.

avezzano t2

t4

Descrizione della Chiesa

t3

avezzano t4

t5