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Comune di Gioia Dei Marsi

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Testi di Fulvio d’Amore maggiori info autore
UNA COMUNITA’ PASTORALE IN MOVIMENTO FRA PIANURA E MONTAGNA

Nelle “Schede di sito” proposte dalla studiosa Maria Carla Somma, raccolte nel lavoro di ricerca ” Siti fortificazioni e territorio “, recentemente comparso nelle librerie, rileviamo il toponimo di Gioia Vecchio, comune di Gioia dei Marsi, provincia dell’Aquila, ubicato dalle carte dell’IGM, con altitudine 1441 metri sul livello del mare, e nel rapporto con la morfologia del territorio figura: su di uno sperone roccioso dominante ad Est il passo del Diavolo. Nella tipologia per la definizione delle fonti storiche, leggiamo: castrum (1308), tipo di impianto caratterizzato da recinto con torri. Per la determinazione dei cosiddetti elementi strutturali, alla voce ” Stato di conservazione “, si legge: rudere. In tutta l’area sono visibili chiari segni di scavi clandestini. Al riguardo dei resti che componevano la vecchia costruzione, l’archeologa scrive: ” Si conserva parte di una struttura piuttosto imponente, forse relativa ad una torre e altri tratti di muri in diversi punti dello sperone roccioso, che non è però possibile raccordare planimetricamente.

Lungo il versante Ovest dello sperone roccioso sono visibili altri muri, probabilmente relativi ad abitazioni poste alla base della fortificazione “. Nella ” Relazione con il contesto insediativo “, la ricercatrice mette in evidenza, in rapporto alle altre strutture fortificate dell’area presa in considerazione, ” un probabile ocre Marso, di cui però attualmente non si vedono tracce archeologiche “. Tali processi erano perà strettamente congiunti con i rapporti dei sistemi infrastrutturali, alla rete viaria ed ai tratturi, collocati in prossimità del tracciato stradale che collegava con Sperone ed Aschi ” e quindi con il bacino fucense a Nord e l’alta val di Sangro a Sud “.

In epoca romana, a quota inferiore, si trovava ” un santuario a cui si affiancà forse un vicus ” ed a partire dalla fortificazione, lungo il versante Ovest della montagna, si ” sviluppà un borgo di cui oggi restano diversi ruderi “. A Nord-Ovest dell’ossatura muraria, in ” corrispondenza della quota 1318, presso la vecchia fonte di S. Antonio ” sono stati rinvenuti ex-voto fittili e moriete ” probabilmente relativi ad un piccolo santuario italico-romano ” ivi esistente. I feudatari padroni della fortificazione, nella seconda metà del XII secolo, risultavano, invece, i fratelli Simone di Capistrello che fornivano al castello due militi. Infatti nel Catalogus Baronum si legge: ” Symon Capistrelli dixit quod tenet in Marsi medietatem Castuli quod est pheudum ij militum, et Soe [Gioia] quod est pheudum ij militum…”.

Anche lo storico Muzio Febonio che, con la sua ricerca pionieristica ” getterà le basi per le future generazioni “, si occupà nella sua Historia Marsorum dell’allora piccolo paese di Gioia, descrivendo le principali caratteristiche della sua laboriosa popolazione ” fotografata ” durante la seconda metà del Seicento: “… a 2000 passi verso mezzogiorno, sullo stesso giogo si innalza Gioia, villaggio senz’altro bello e che avrebbe un territorio accogliente, se non fosse soggetto a venti aquilonari e a grandissimo freddo.

Non gli manca, peraltro, alcuna delle cose necessarie alla vita e non ha bisogno di aiuti esterni, abbonda di mandrie ovine e caprine, che, in inverno, fanno la transumanza nelle Puglie. Quelli che non posseggono mandrie non si danno all’ozio, ma, cacciati dal freddo, vanno ad esercitare l’agricoltura, chi qua chi là, e solo poche persone rimangono, in inverno, ad abitare sul posto. Sono, in genere, uomini robusti e di bell’aspetto, che tengono in gran conto l’onestà e la famiglia…”. Lo studioso marsicano, a quell’epoca, riscontrà più di 238 fuochi, ossia nuclei familiari, che si riunivano in una sola parrocchia ” onorata col titolo di Arcipretura “, realizzata con i contributi di don Domenico Cataldi, esemplare religioso gioiese.

Lo storico settecentesco Pietro Antonio Corsignani, tra le innumerevoli imprecisioni, rese comunque noto che il vecchio paese, posto sul monte Turchio, fino al 1330 appartenne ai monaci cistercensi di Santa Maria della Vittoria di Scurcola, per poi passare nelle mani dei conti di Celano. In questo filone di ricerca, si inseriscono al riguardo le più esatte considerazioni dello storico Anton Ludovico Antinori, che offre agli studiosi una chiave di lettura certamente più attendibile, definendo Gioia: ” Terra d’Abruzzo Ultra, e del Contado di Celano, nei tempi di Carlo V di 238 fuochi di quanti erano pure nel 1595. Nel 1669 di numero 153 per cui a 74: 20 pagava alla Corte – 642:60.
Nel 1669 è descritta feudo di Giulio savelli della riccia, e dal 1656 si aggiunge Adoa per la giurisdizione delle terze cause. Nel 1173 Joe (Joe è scritto; o pittosto Joe nel 1334 si diceva Joye, ma nel 1429 Johe) in marsi ora feudo di Simone di Capistrello, e feudo di due soldati a cavallo, il che mostra della popolazione di 48 famiglie….”. di Amalfi, e Contessa di Celano.

Costui era in procinto di partire per Terra di Lavoro, onde a 7 di Luglio scrisse da Celano a Bartolo Dicedomini Capitano delle Montagne di Lecce e di Gioia, che avendo la Duchessa ordinato di soprassedere in quella differenza fino al ritorno di Lui nell’Ottobre, comandasse a Bisegna di non pernottare fra tanto, né giacere in quel territorio se prima non se ne decidessero i veri limiti. Ed il Capitano esegui imponendo pena di cinquanta oncie ” a chiunque avesse trasgredito all’ordine.

Le Rationes Decimarum del 1327, fanno riferimento ad almeno quattro chiese situate nel territorio di Gioia, delle quali non resta oggi purtroppo traccia, ad eccezione della chiesa tardo cinquecentesca posta sul passo della Statale numero 83. In proposito, il canonico Andrea Di Pietro, citando la bolla di Clemente III rilevà le parole ” Sancti Nicolai in Temple “, oppure dal noto elenco delle decime papali mise in evidenza: ” Ab Ecclesia Sanctae Mariae de Temple, auri florenos tres. – In temple ad Ecclesia Sancti Nicolai grani quartarium unum. Ab Ecclesia Sancti Nicolai de Temple, tortulorum patria duo “. Infine, a conferma delle origini di Gioia, specificando le sue chiese, scrisse: ” Che poi questi Castelli di Temple, e di Monte Agnano, dei quali il primo ebbe le chiese di S. Maria, e di S. Nicola, ed il secondo quella di S. Antonio Abate, fossero distrutti dalla guerra Marsa e gli abitanti si riunissero per edificare, come fecero, un novello paese che dalla parola lo indicante trionfo, chiamarono Gioia…”.

Peraltro, bisognerà puntualizzare che, per tutto il secolo XV e buna parte dei secoli successivi, fino al Settecento, l’abbate di S. Cesidio di Trasacco, disporrà del beneficio di S. Marcello e di S. Leonardo, esistenti nella chiesa di S. Maria delle Grazie di Gioia, inizialmente goduto addirittura da un chierico della diocesi di Torino, poi passato per collazione all’influente Trifone Bonamico, con i godimenti dello Jus patronatus e lo Jus presentandi, segno evidente di notevole potenza della collegiata in questo periodo. La diocesi dei Marsi, ovvero il ” Vescovado “, aveva sotto la sua giurisdizione, tra il 1595 ed il 1596′ ” In Gioya. San Marcello Rurale – Santa Maria Nova e San Benedetto (L’Abate di Terra di Trasacco fa la bolla)San Nicola di Templi Rurale – Santa Lucia Rurale (Bolla il vescovo di Marsi) “.

Nell’Archivio Diocesano dei Marsi, ritroviamo un importante documento intitolato; ” per il pagamento delle Decime Papali elenco di chiese su ordine di Mutio Colonna Vescovo dei Marsi “, che ci permette di rilevare, ulteriormente, alla data del 1632, la consistenza delle chiese di Gioia. In quel periodo, il vescovo ordinà categoricamente: ” Qualunque chierico, o laico, che nostra parte sarà richiesto al ricevere di questo se debba conferir nelle terre, e luoghi infrascritti, Adi 25 di Luglio 1632, Domenico Cataldi Arciprete di Gioia “.

Il presule marsicano, chiuso fra la prepotenza del conte di Celano, che non esitava, come vedremo più avanti, con veri e propri colpi di mano ad impadronirsi di terre ecclesiastiche, e la resistenza di un clero pronto a sottrarsi alla sua autorità, ribadi in successive disposizioni il comando categorico rivolto: ” ..Alla presenza de’ Parrocchiani et altri beneficiati, Rettori di Chiese, procuratori di Monti di Pietà, Hospedali, Compagnie, Monasterij, Pensionarij, Affittuarij, Censuarij, e possessori di beni ecclesiastici, e luoghi Pij delle sottoscritte Terre… “, di presentarsi immediatamente davanti a don Francesco Antonio Varanelli di Cerchio ” e pagar effettivamente l’infrutta di denari, come per Bulla Apostolica e Lettera dell’Eminentissimo Sig.r Cardinale Altobrandino Camerlengo “. In quell’occasione, la parrocchia di Gioia rese conto all’ordinario per la chiesa di S. Maria, la Compagnia del Sacramento, S. Marcello e S. Leonardo, S. Nicola, S. Antonio Montagnano e per il Monte della Pietà. La ricchezza delle riflessioni critiche, nella complessità del quadro storico appena espresso in queste poche righe, si caratterizza, come stiamo vedendo da una certa ampiezza di respiro che ci porta a fare altre considerazioni.

In questo non certo trascurabile territorio montano, i ricchi proprietari armentizi di Gioia, spesso si trovarono in contrasto con quelli di Pescasseroli, sempre per questioni di confinazioni. La documentazione di cui ci si è serviti, tratta per buona parte dall’Archivio di Stato di L’Aquila e dall’Archivio Diocesano dei Marsi, mette ben in evidenza simili antagonismi. Nella ” Scrittura riguardante la vertenza ed il compromesso per i confini tra l’Università di Gioia e quella di Pescasseroli “, Loreto Antonio Bono di Barrea, ” Ordinario Compassatore della Regia Dogana di Foggia “, eletto a dirimere la controversia dal ” Sig.r D. Pietro de Valgade “, come governatore della Terra di Pescasseroli per la determinazione di alcune differenze di confine, pose i nuovi termini lapidei, riconfermando, perà, quelli posti già nell’anno 1565 dall’Uditore Mastrillo. Alla presenza del Camerlengo Pietro Paolo Rosati, del sindaco di Gioia, Nicola Bassi e del sindaco di Pescasseroli, Mattia Vitale, furono infine faticosamente stabiliti i limiti. Disordini, anomalie, ingiustizie e liti, caratterizzarono la storia della Marsica del Settecento, sottoposta a ventisei anni al vicereame austriaco, per poi passare dal 1734, in mano ai Borboni. Uditori, Presidi, in qualità di capi del tribunale provinciale e funzionari preposti al controllo dell’ordine pubblico, divennero ben presto veri e propri delegati dell’autorità centrale, preposti al controllo sulle dignità ecclesiastiche (vescovi, preti), baroni, università e privati cittadini, lesi nei loro interessi, diritti o privilegi.

Nel contesto generale dell’indagine sul paese posto in questione, emerge sempre un filo conduttore che poi è quello della caratteristica principale degli abitanti di Gioia: la transumanza. I dati statistici riguardanti i locati marsicani in generale, dimostrano chiaramente la prevalente vocazione armentaria dei gioiesi. Infatti nel 1601 la consistenza delle greggi risultava essere di ben 31.820 capi; nel 1619 il numero scese a 22.610; nel 1655, la diminuzione delle pecore raggiunse la quota di 4.400; nel 1657 si risali a 8.920; nel 1715 si riscontrò altro decremento segnando 4.240 armenti; nel 1777, infine, le mandrie dei ricchi gioiesi raggiunsero l’esorbitante cifra di 30.300 armenti. Tra il 1834 ed il 1836 (periodo borbonico) ammontavano ancora a 17:600; tra il 1861 ed il 1863 scesero notevolmente alla cifra di 778 pecore; risalirono poi a 4.800 e raggiunsero, in seguito, il numero di 5.578.

Durante la crisi agraria postunitaria, tra il 1866 ed il 1870, gli animali toccarono la cifra di 9.500 capi. Le inchieste parlamentari Jacini e Jarach, promosse verso la fine dell’Ottocento, che misero ben in luce su tutto il territorio preso in considerazione evidente regressione, videro abbassarsi il numero delle greggi dei gioiesi, per arrivare nel 1875 a 8.023; nel 1881 i capi furono 1.016, e durante l’anno 1883, le unità furono 1.300. Partendo da dati stagionali riguardanti le persone addette alla pastorizia, compresi i locati, che tra il 1795 ed il 1825, raggiungevano la notevole cifra di 600 individui, si arrivà inesorabilmente al collasso totale dal 1871 al 1901, con solo 222 persone. Inoltre, la legislazione della Dogana fornirà ai proprietari di Gioia enormi vantaggi, e soprattutto li favorirà sempre nelle numerose contese di confinazioni, promiscuità, liti e controversie, permettendo loro di sottrarsi facilmente alla giustizia locale baronale, per far confluire e spesso insabbiare le cause civili e penali al tribunale privilegiato del re.

Ed in realtà, come abbiamo potuto constatare dai documenti d’epoca, i benestanti di Gioia riusciranno sempre a spuntarla in ogni diatriba zonale, estraniandosi spesso dal contesto marsicano come locati pugliesi, ottenendo che all’Aquila risiedesse un funzionario incaricato dal doganiere preposto a difenderli e proteggerli, ed in loco un governatore della regia Doganella. Per più di tre secoli porteranno le loro pecore, attraverso il regio tratturo che dalla Torre Vecchia di Gioia confluiva nel luogo denominato Fossa, oltrepassando Pescasseroli ” nei luoghi chiamati Terragna Navicella e Valle della Corte con uscire in Pietronara Monteamaro pertinenza di Opi “, proseguendo attraverso le montagne di Scanno per uscire al Ponte della Rocca, immettendosi verso il ” Regio Tratturo di Zittola ” che conduceva al Tavoliere di Puglia per arrivare infine a destinazione presso la locazione di Ordona.

Campeggia su tutte queste interessanti argomentazioni la questione dello spostamento da Gioia Vecchio a Manaforno di tutta la popolazione, attraverso i secoli. Il trasferirsi nel fertile territorio denominato Vico, posto a valle, mise inevitabilmente il nuovo insediamento in contrasto le ” università ” di Casali d’Aschi, Ortona, Ortucchio, Bisegna e Lecce dei Marsi, in un vortice di situazioni davvero inquietanti. D’altronde, si trattava, come espressamente menzionano i documenti dell’Archivio Barberini, di una zona contesa che aveva permesso, prima del prosciugamento del lago Fucino, particolari condizioni climatiche atte a favorire, lo sviluppo e la crescita di numerose querce e ginepri, alberi di mandorle, mele ed ulivi, dove si potevano cacciare lepri ed altri animali. Vi erano segnalati, oltremodo, terreni rurali appartenenti alla curia vescovile, rivendicati più volte dall’allora presule Matteo Colli ed il laghetto di S. Veneziano.

Spesso, la necessità di regolare l’uso delle risorse locali, ed a volte la prepotenza di un clero che tendeva ad esternare privilegi ed arbitri, si delinea in tutta la sua gravità negli atti di uno dei tanti processi intitolato: ” Criminalis. Pro Rev. Pro.re Fiscali contra Rev. Marcum Eugenium Miloni “. Questo prete arrogante, appunto don Marco Eugenio Milone di Ortona dei Marsi, denunciato più volte davanti al tribunale ecclesiastico di Pescina, spesso si sostituiva arbitrariamente al massaro dell’università, facendo pagare con ” animo diabolico ” ingiuste gabelle (due carlini per morra di pecore) davanti alla porta del paese, sia ai pastori di Scanno in transito, sia a quelli di Gioia. In occasione di alcune festività, ebbe l’ardire anche di sequestrare con la forza Don Ludovico Lattanzi di Gioia, perché si era mostrato riluttante al pagamento, suscitando perà le sue ire e quelle dei suoi parenti, pronti a scatenare una vera guerra.

Infine, solo l’intervento del gentiluomo Gaetano Petroni evità il peggio. Negli atti processuali si rileva tra l’altro che il prepotente sacerdote, rispondendo alle pesanti accuse contestategli, affermà con una certa naturalezza, la ritrosità dei Lattanzi di Gioia a voler pagare un tarino in meno degli scannesi: secondo lui, una cosa davvero inconcepibile. Non sorprende nemmeno che le ricchezze dei gioiesi, attirarono da sempre, ladroni di ogni genere, attraverso i secoli e durante le molteplici vicissitudini politiche attraversate dal regno di Napoli. Il 25 aprile 1592 la banda del famigerato Marco Sciarra, condotta da don Baldassarre Quadrano, prete di S. Maria delle Cese, anche lui un fuoruscito della Marsica, saccheggià l’antico villaggio: ” nella qual Terra di Gioia fecero grandemente danno d’arrobbo a mazzar gente, e abbruciar case “. Il Di Pietro riporta da fonti tratte dall’Archivio vescovile dei Marsi l’efferato episodio con toni drammatici: ” Exules, et latrones obsiderunt, et devastaverunt inaudito crudelitatis genere Terram Jojae “. I danni causati dai banditi si aggirarono intorno alla notevole cifra di 100.000 corone.

L’11 luglio 1788, alcuni banditi, individuati in seguito come ” gli Scorridori di Campagna di Introdacqua “, dopo aver commesso una lunga serie di furti e rapine sulle montagne del Sud-Est della Marsica a danno dei proprietari armentizi, rapirono un certo Vincenzo Novelli di Gioia, sorpreso sulle alture di Collelongo, mentre stava ispezionando il suo bestiame. Qualche giorno dopo, gli stessi malviventi la costrinsero a scrivere un biglietto di ricatto indirizzato ai suoi parenti, con la richiesta perentoria di 60 ducati. L’autore della minacciosa missiva fu il pastore Felice Di Cesare. Costui, intercettato dal giudice Domenico Contaldi, fu trattenuto per essere sottoposto ad interrogatorio.

Ma, poi, la sera dello stesso giorno, all’improvviso, Costantino Novelli, fratello del sequestrato e suo cognato, Stanislao d’Orazio, irruppero nella casa del magistrato, trascinando via il pecoraio con la forza. Quel gesto estremo della famiglia Novelli fu finalizzato alla trattazione diretta con i briganti, per non mettere a repentaglio la vita del proprio congiunto. In seguito, per quell’ardito colpo di mano, vennero denunciati dal magistrato ma, come al solito, la fecero franca ricorrendo al tribunale della Regia Dogana di Foggia che li scagionà. La presenza nella zona di bande rivoluzionarie durante il periodo dell’invasione napoleonica della Marsica, causà il 20 settembre 1806 l’uccisione del notaio regio Don Stanislao Orazi che, come capitano della Guardia Civica gioiese si oppose all’entrata nel villaggio delle masse realiste di Ermenegildo Piccioli di Navelli. Gli sbandati filoborbonici, imbestialiti, saccheggiarono anche la sua abitazione rubandogli c.irr.a 2S00 ducati.

L’anno dopo, sempre in questo clima di ribellismo popolare rivolto contro la dominazione francese ed i repubblicani zonali, le masnade di Giuseppe Del Monaco, Giovanni Ventresca (erano tutti e due di Introdacqua) affiancate dai fratelli Benedetto e Giacinto Panetta provenienti dalla Valle Roveto, la mattina del 10 settembre 1807, irruppero prepotentemente nel paese, imponendo requisizione forzose ai 39 proprietari armentari. Il regio luogotenente del circondario, Don Emidio Mascitelli, anche lui volle opporsi al taglieggiamento, facendo scatenare una terribile carneficina, con susseguenti saccheggi ed incendi. Ben quindici persone furono uccise ed appese ai balconi dei propri palazzi, come monito per tutta la popolazione, e le loro orecchie e nasi furono usati dai banditi come trofei, come ben rivelà Benedetto Croce: ” infilati a mà di collane, e indicandoli [i briganti], dicevano i nomi di coloro che avevano ammazzati e mutilati “.

Alla luce di questi avvenimenti, significativo risulta, quindi, come abbiamo già sottolineato, il lento ma necessario trasferimento del paese in un luogo più riparato e sicuro, anche se la difficile situazione con i comuni limitrofi rallentava la costruzione del nuovo insediamento. Gli effetti complessivi del lungo processo involutivo del borgo di Manaforno, seppur provocavano continue invidie e lagnanze dei vicini, permisero al comune di progredire proprio durante il Decennio di dominazione francese.

Dopo la restaurazione borbonica, anche se la pastorizia continuava a decadere, i profitti rimanevano ancora ampi per i gioiesi, i quali pensarono bene di proporre alcuni loro illustri compaesani nelle liste dei consigli provinciali. Infatti, nel 1817, Don Vincenzo Nicolai fu eletto come consigliere, mentre nel 1821, entrarono a far parte dello stesso organico: Don Francesco Saverio Incarnati, Don Giammaria Nicolai, Don Stanislao Mascitelli. Nel consiglio distrettuale, invece, si distinsero i benestanti Don Giuseppe Incarnati, Don Giuseppe D’Ovidio e Don Luca Berardi. Tra il 21 agosto ed il 3 giugno 1820, duri contrasti con l’intendente borbonico Federico Guarini, misero in evidenza la combattività della autorità di Gioia, protesa a difendere i propri interessi, per l’ingarbugliata questione riguardante la costruzione della rotabile Raiano-Forca Caruso e la realizzazione delle strade da comune a comune.

Altamente significativo risultò lo scontro avvenuto in data 6 gennaio 1822 tra un folto gruppo di ortucchiesi ed alcuni cittadini di Gioia intenti a far legna nella contesa località chiamata Defensa. Nella colluttazione rimasero a terra, ferite gravemente, diverse persone.

Le necessità impellenti del nuovo paese Manaforno, furono messe ben in evidenza dall’allora sindaco Emanuele Mascitelli che, con ordinanza decurionale del 27 luglio 1831, propose al vescovo ed al Ministero degli Affari Ecclesiastici la costruzione della ” Chiesa nuova di Gioja “, per accogliere ormai i ben duemila abitanti del novello borgo. Dall’anno 1846 fino a tutto il 1885, tra i comuni di Gioia e quello di Bisegna, a seguito delle attività agro-pastorali connesse al territorio promiscuo, si riaccesero vecchi e nuovi conflitti, con risvolti sanguinosi. Ed appunto, alla vigilia di una ” costruzione di una fornaca di calce ” (4 marzo 1846), fortemente richiesta dal sindaco Aurelio Alesi al sottointendente di Avezzano, i conduttori dell’impresa, si scontrarono con le resistenze dei cittadini di Bisegna. Le località interessate ai tafferugli, alle zuffe, ed agli agguati, furono: Appesa di Bisegna o Valle Cupa, Montagna Le Bianche, Fontedura, Macrano e Ferritto. Dopo ben trentacinque anni di screzi e liti, l’ufficio di Pubblica Sicurezza (Prefettura dell’Aquila), nell’ottobre 1880, fu costretto a chiudere quelle zone al pascolo, vietando tassativamente ai cittadini di ambo i paesi di frequentare per qualsiasi motivo quei ” contesi ” territori.

L’attenta analisi delle fonti, mette ben in evidenza la partecipazione di molti cittadini di Gioia al ” Risorgimento marsicano “, schierati, sia dalla parte dei Borboni, sia dalla parte dei Piemontesi. Tra i perseguitati dalla polizia borbonica, perché ritenuto di idee sovversive, ricordiamo l’avvocato Don Giustiniano Orazi, assoggettato dalla Gran Corte Criminale al domicilio forzoso di Campobasso. Durante il 1860, invece, un coraggioso milite della Guardia Nazionale di Manaforno, un certo Felice De Cesare, componente il drappello capitanato da Serafino De Giorgio, fu barbaramente massacrato presso la località di Quadranella (osteria sotto Celano), dopo un cruento scontro a fuoco con i filoborbonici comandati da Giacomo Giorgi.

Qualche anno dopo, la camicia rossa Antonio Lattanzi, fervente garibaldino, partecipà da eroe all’attacco di Monterotondo ed alla battaglia di Mentana (1867), distinguendosi ” nell’incendio della Porta della Città e nella presa dei prigionieri nel palazzo Piombino “. La lenta e laboriosa bonifica del Fucino, coinvolse in qualche modo anche la municipalità gioiese che, con deliberazione consigliare dell’8 maggio 1865, ribadi il suo fermo convincimento di svuotare al più presto tutto l’alveo ” essendosi da triste esperienza verificato, che le acque del Fucino coll’elevarsi rendono paludosi alcuni bassi fondi, dai quali nonché dalle rive limacciose del lago, i venti di ponente, qui dominanti nell’estate, ci creano mortali miasmi, donde ne deriva, che la salute pubblica di questo Comune, nonché i materiali interessi migliorano in ragion diretta dell’abbassamento delle acque del Fucino “.

Nel contesto generale di questa breve indagine, non sorprende l’annotazione di Genrraro Incarnati, þ che l’11 gennaio 1886 aveva fatto pubblicare una ” memoria ” contenente diversi allegati e piante topografiche della contrada di Gioia dei Marsi, con lo scopo di sostenere la minacciata autonomia di quel paese come centro giudiziario e sede di Pretura. Una grossa nota di protesta, redatta dal sindaco di Gioia, Sinibaldi, fu accolta e pubblicata nel 1922 dal giornale Il Risorgimento d’Abruzzo. In essa, si riportavano le lagnanze del consiglio comunale di Gioia dei Marsi, escluso dall’amministrazione Torlonia, dalle.nuove affittanze del Fucino, perché considerato paese non rivierasco. Manifestazioni di malcontento serpeggiarono tra gli agricoltori del paese, messi da parte per favorire, invece, quei borghi che in passato avevano avuto il più elevato numero di pescatori.

Nota dell’autore Queste brevi indicazioni sono state estrapolate da una monografia di prossima pubblicazione del sottoscritto, le cui coordinate storiografiche provengono da un ampio studio delle fonti tratte dall’Archivio Diocesano dei Marsi, dall’Archivio di Stato di L’Aquila, dall’Archivio di Stato di Foggia, dall’Archivio’ Centrale dello Stato di Roma, dalla Biblioteca Provinciale di L’Aquila. Ai fini del presente lavoro preme invece riflettere e avanzare proposte per spunti sulle infinite ed interessanti problematiche del territorio marsicano ancora da scoprire, dal Cinquecento in poi, trascurate da molti e snobbate da altri, perché ritenute appartenenti erroneamente ad una ” storia minore “.

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Da Gioia Vecchio a Manaforno

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