t1

Comune di Collelongo

t2

Testi dell’avvocato Walter Cianciusi maggiori info autore
J’ARATRE (Aretre in D.A.M.)
Aratro E’ uno dei più antichi strumenti usati dall’uomo dopo che, nel Neolitico (10.000 anni fa, circa) inizio a lavorare la terra e ad allevare bestiame, stabilendosi in dimore permanenti. La civiltà neolitica (e le successive del bronzo, del bronzo-ferro e del ferro) si diffuse lentamente dalla Mesopotamia all’occidente europeo, dove e pervenuta intorno ai 7.000 anni fa. Dall’Enciclopedia del Fedele (U.T.E.T.) trascrivo: ” I tipi primitivi di aratro erano costituiti da una specie di uncino in legno del quale lato più corto, appuntito, serviva per tracciare solco, mentre al lato più lungo veniva applicata la forza esercitata dagli animali. Più tardi venne rivestita con una guaina metallica la punta lavorante”,

I VEMMARE
(Vemmere in D.A.M., Vomere, puntale dell’aratro) e tale forma e rimasta in uso fino all’adozione degli aratri totalmente in ferro, trainati dal trattore anziché dal ”pio bove”. Elementi ”organici” dell’aratro sono manico, la vura, la Bure (lat. Buris, Vure in D.A.M. come timone dell’aratro) cui e legato i ju (per crasi da juve, giogo) di legno, che si impone al collo dei buoi appaiati all’aratura, detto vomere ed altri elementi meno importanti. L’aratro in legno e stato sostituito da quello in ferro (che qui – solo lui – e detto pertecara (tale in D.A.M.) più complesso e spesso munito di ruote) dopo L’ultima guerra e vieppiù dopo L’adozione del trattore. Dopo L’aratura bisognava passare sul terreno j’erpece, (tale in D.A.M.) Erpice ”attrezzo agricolo munito di denti o dischi rotanti atti a frantumare le zolle dopo L’aratura” D.G.. Infatti L’aratura, specie se profonda, lascia terreno sconvolto ed e necessario pareggiarlo e spianarlo prima della seminagione, fatta a spaglio, nel ”largo gesto delle braccia” dei seminatori che ”hanno una maestà sacerdotale” (D’Annunzio, i Seminatori) – o meccanicamente con le macchine seminatrici ora in uso.

LA STERRA (Sterre in D.A.M.). Raschino: ”Raschino, paletta in ferro usata per pulire dal fango le scarpe, bidente e L’aratro” (D.A.M.).

LA CERRATA (Cerrate in D.A.M. come ”attrezzo a forma di vanghetta per pulire L’aratro”). E’ come la sterra, applicata, pero, alla punta di un bastone che dall’altro apice spesso recava un frustino, con quale contadino sollecitava i buoi durante L’aratura.

I BUCCHE (Bocche in D.A.M. come ”sacchetto in cui si pone la biada che si da in pasto ai cavalli, legandolo al collo”). Quando carretto doveva sostare per un certo tempo in un luogo, carrettiere appendeva i bucche al collo del cavallo o del mulo con dentro la biada, perché nell’attesa la bestia si mantenesse calma mangiando.

LA MUSARÓLA (Musarola in D.A.M.) Museruola: ”arnese costituito da fi di ferro o di cuoio che si pone al muso dei cani perché non possano mordere” (D.G.). Ma queste nella foto sono musaròle per gli equini, che si usavano per impedire agli stessi di mordersi tra loro o di mangiare grano durante la trita, o fieno durante trasporto dal campo al paese.

LE FRECCETTĖ (non in D.A.M.) dall’italiano ”frogia”, narice di equini e di bovini; per estensione scherzosa anche narice umana. Gli apici arrotondati venivano inseriti nelle froge dei buoi (non degli equini governati col morso), Agli anelli venivano legate due funi, tenute dal contadino come briglia. Tendendo ora L’una ora L’altra fune contadino governava la marcia della bestia, richiamata al comando dalla pressione della frecette. Singolari quelle munite di chiodi acuminati, che venivano poste ad un vitello da svezzare, sicché pungendo le poppe della madre, la vacca si allontanasse o allontanasse vitello.
I FIÓCCHE (Fiocco) Fiocco di spago con frange di lana, che si appendeva alle corna dei buoi per riscagnarli in occasione delle fiere e cosi segnalarlo richiamando su di esso L’attenzione dei possibili acquirenti. Questo della foto e nuovo, confezionato secondo la antica tradizione.

LA CULLĖRA (tale in D.A.M.) e I CAMPANACCE (Cambanacce in D.A.M.) Sono collare e campanaccio che si pongono al collo di bovini ed equini nel lasciarli a sera sulle radure al pascolo brado. Il suono del campanaccio servirà al proprietario per ritrovare la bestia al mattino, e serve alle bestie per mantenersi in contatto acustico quando quello visivo manca, se si sono internate nel bosco o nella macchia. La cullerà della foto e particolare perché e in lamiera anziché in lista di legno, ed e munita di serratura a chiave. la cullerà e i campanacce.

LA SAPPA, I SAPPONE, JABBIENTE. (Zappe, zappone, Bbidende in D.A.M.) Zappa, Zappone. Bidente. Sono, con la vanga, gli strumenti di uso costante del contadino; bidente e per rompere in profondità i terreni più arsi e compatti; la zappa gia opera su terreno più soffice; lo zappone serve per tagliare radici e per rifinire lo scavo. Con picco e pala, bidente e zappa i nostri contadini hanno dissodato le terre di montagna (le cese) e tanti fondi della Campagna Romana, dove essi si recavano per impiantare i vigneti di quei proprietari.

LA VANGA (tale in D.A.M. e in lingua) pala a punta che va completata con la staffa agganciata al lungo manico e su cui si poneva piede per spingere con forza più in profondità nel terreno la punta dello strumento, sicché rivoltasse la terra. Il vangare era lavoro durissimo, che ha incurvato la schiena di tutte le generazioni dei nostri contadini.

I MÀNTACE PĖ DDÁ LE SOLFE ALLA VIGNA. (non in D.A.M.) Mantice per dare lo zolfo alla vigna. Strumento complesso, di buon artigianato, composto di un soffiatoio (mantice) e di un recipiente in lamiera con fori alla punta, in cui si poneva la polvere di zolfo. Azionando mantice con la manovella, lo zolfo veniva nebulizzato sulle viti, per la disinfestazione.

I SARRICCHIE (Sarrecchie in D.A.M.) Falce messoria, Il tempo della mietitura (qui la fine di luglio, data L’altitudine del territorio) era tempo di grandi fatiche, compensate dalla soddisfazione del raccolto, specialmente se L’annata era stata propizia: la ”costa di maggio” era passata. La mietitura nei vari comparti della campagna era regolata dal Sindaco anzi, dall’Assessore alla Campagna, che a mezzo del banditore avvertiva la popolazione che L’indomani si sarebbe mietuto in questa o quella località, e ciò perché L’attività di ciascuno non danneggiasse, specie col ricaccio del grano, prodotto dei fondi altrui. La stessa cosa avveniva al tempo della falciatura dei prati ed in quello del raccolto del granturco e del grano. Ad anni alterni e per zone distinte la nostra campagna era coltivata a grano o a granturco per la necessaria rotazione delle colture; erano sporadiche e intramezzate alle altre le colture di altri legumi (i cice, le cecerchie, i jerve, le lenticchie). Nelle zone indicate dal bando squadre di mietitori ”prendevano a petto” le spighe: disposti a schiera, L’uno accanto all’altro, essi procedevano sulla medesima linea (L’uno a sprone dell’altro) in modo da non lasciare grano non mietuto. La giornata lavorativa si estendeva dall’alba al tramonto del sole ed lavoro era interrotto solo quando, verso mezzogiorno, venivano dalle case le donne con i vase per pranzo, che era abbondante e sostanzioso, a base di maccarune e sugo di carne di pecora, sostenuto da tante copelle di vino. Venivano in tale periodo a Collelongo, dalla Valle Roveto, squadre di uomini per essere ingaggiati come mietitori. Essi, isolati o in gruppi alle dipendenze di un loro ”caporale”, si schieravano in luoghi stabiliti dalla tradizione e attendevano che i contadini li prenotassero per lavoro di uno o più giorni successivi. Trascorrevano di solito la notte nei fieni di coloro che li avevano ingaggiati per giorno seguente. Ognuno di loro portava, appeso ad un gancio infilato nella cintura, i sarricchie e in tasca

LE CANNĖLE (non in D.A.M.)
che sono tratti di canna (o anche di cuoio) nei quali i mietitori infilavano le dita della mano sinistra, che abbrancava le spighe, in modo che falcetto, manovrato con la mano destra, non le ferisse. Finito pasto si riprendeva a mietere. Ora si davano a mietere anche le donne, che in fondo al ”vaso” avevano posto la loro SARRECCHIA (sarricchie quello degli uomini, sarrecchia quella delle donne) più piccola dell’altra. Giuseppe Mariani (Sci-bu) mi riferisce la lepida battuta che sa di ”incanata”: J’ommene i portane appise, le femmene la teve annascosa (Gli uomini lo portano appeso, le femmine la tengono nascosta) riferendo L’abitudine degli uomini di portare i sarricchie appeso alla cintura e quella delle donne di portare la sarrecchia in fondo a i vase. Le biche restavano sul campo per alcuni giorni ad asciugare al sole; quindi, con bestie da soma munite di grossi cesti posti lateralmente al basto (LE CAJJĖ, Caje in D.A.M. Gerle ”due caje si adoperavano per trasportare covoni a schiena di bestia”, D.A.M.)

I MANOPPIE (Mannucchie e Manuppiere in D.AM.; Covoni) venivano portati in paese ed ammucchiati nelle aie in forma di CASARCIA (tale in D.A.M.) che era accuratamente composta a forma di casa con tetto a piovente per lo scolo dell’acqua, se piovesse.

L’ARA (Aia) sulla quale si faceva LA TRITA (Tale in D.A.M. che trascrive verso di una mia poesia; anche Tresca, tale in D.A.M.; Trebbiatura) era per piccole quote di proprietà di molti contadini, i quali L’avevano acquistata pagando in proporzione delle previste necessita di ciascuno, e ciascuno aveva – non distinguibe sul fondo – una sua porzione sulla quale impiantare la CASÁRCIA. A trasporto concluso, L’Ara era un paesino in miniatura, con case (casarce) grandi e piccine, tutte d’oro, con strade e stradine tra esse. In mezzo all’ara stava

LA FAUCIATA, che era una zona di terreno tonda e del diametro di 10-15 metri, pavimentata a ciottoli grandi. Sulla fauciata si spandevano i manoppi del proprietario al quale per turno toccava trescare e sui manoppi distesi pestavano i muli e gli asini, condotti con unica briglia (capezza, Cavezza) dal padrone del grano che, stando al centro della fauciata, guidava la schiera degli equini a girare e girare finche le spighe non fossero battute a dovere. Alla fine dell’operazione, col forcone di legno (LA PALOMMELLA; Palummella in D.A.M. ma con altro significato) si sollevava la paglia che veniva raccolta in larghi e lunghi teli di stoffa di sacco (I PANNONE, tale in D.A.M.). Questi pannoni, stracolmi di paglia, legate le cocche al centro, venivano dalle donne portati sul capo (e parevano mongolfiere tenute a terra da lieve zavorra) fino al fiene. II grano uscito dalle spighe, pestato, veniva raccolto al centro della fauciata e questa le donne spazzavano con

LA SCOPĖTTA DE CELLUCCE, confezionata con cardi spinosi che penetravano negli interstizi tra le pietre della fauciata. Poi si aspettava un alito di vento. Ottenutolo, si ventava grano (si ”scamava”) con grandi pale di legno, si lanciava cioè la cama (Came in D.A.M.) e grano verso L’alto e vento portava la leggera pula a cadere lontano dai chicchi di grano, più pesanti. Ripetendo L’operazione più volte, si otteneva grano quasi pulito. Bisognava ora passarlo nella pelliccia (v. alla voce), cioè mondarlo ancora, prima di riporlo a j’arcone .

L’ASCIA (Asce in D.A.M.), Ascia, Era strumento del Garradore, del Carpentiere e dell’artigiano che fabbricava aratri, basti, ecc. detto ”Mastro d’ascia” II carradore e detto nel nostro dialetto:

I FACÓCCHIE (Facocchie in D.A.M.) Carradore Era L’artigiano fabbricante dei carri agricoli e da trasporto e all’occorrenza di altri attrezzi quali carriole, carrelli e piccoli utensi per la lavorazione dei campi. Nella sua bottega (di primaria importanza per mondo rurale) vi erano grande banco di legno con mozzo per realizzare i bare (centro delle ruote dei carretti), lo sgabello treppiede per lavorare le ruote, e poi compassi, regoli, squadri, calibro per posizionamento della mortasa al centro della ruota ed un altro per tracciare cerchio del bare: sgorbi e scalpelli, seghe di vario tipo. Fondamentale per mestiere era L’uso dell’ascia, (asce in D.A.M), attrezzo per ogni tipo di lavorazione del legno

I BBELLANGINE (tale in D.A.M.) Bancino in D.G. come ”traversa di legno cui si attacca cavallo al di fuori delle stanghe”. Il cavallo ausiliario serviva talora per aiutare quello che invece era aggiogato alle stanghe, lungo le salite o su terreno fortemente sconnesso, ma cavallo a bbelangine faticava meno dell’altro per cui di persona che si impegnava poco nelle attività lavorative si diceva: ”sta a bbelangine”

LA FERRIZZA (altrove ferlizza) tale in D.A.M. Come: Sgabello di ferula formato con assicelle, usato dai pastori per la mungitura. Usato da noi soprattutto dai pastori di Villavallelonga (oltre che per la mungitura, per sedere chi all’aperto) nel periodo della transumanza in Puglia per la sua leggerezza; veniva costruì

LA SĖCCHIA (Secchie in D.A.M.) Secchia, ”Secchio di stagno con bordo rialzato da un lato, per mungere” (D.A.M.). Quella ”classica” era a doghe di legno. La si sottoponeva a pecore e capre per raccogliere latte della mungitura. La parte rialzata veniva tenuta più vicino a chi mungeva e cio sia per evitare che latte andasse fuori dal recipiente sia che flusso investisse L’operatore. In Collelongo le secchie di legno erano costruite da Giuseppe Di Pietro detto i fusare. la secchia

LE FASCĖLLE (Frescelle in D.A.M.) Fiscelle. In legno, in lamina di metallo o in vimini. Forme per confezionare ricotte e giuncate, bucate perché ne esca il siero. Le fiscelle classiche sono in vimini, anzi in fusti di ginestre opportunamente intrecciati. A Collelongo le fascel/e erano fatte con i junche (lat. luncus = giunco) che si raccoglieva ad Amplero. le fascelle

I CÁSSIE (Cassiu in D.A.M., di chiara appartenenza al dialetto sabino-aquilano). Cascina in it. ”strumento in (lista di legno) di faggio (sfischia in dialetto) nel quale si pigia il latte cagliato per farne formaggio” D.A.M.). Si noti che la lista di legno (sfischia) conformata a cerchio, può essere, con la corda, tirata a stringere la pizzotta, cioè la forma di cacio. Con inversione di genere, dal lat. Capsa, onde ”cassa”, (dial. Cascia) quindi cascina = recipiente.

I STAMPINE (in D.A.M. con altro significato): Stampino, marchio. Strumento di artigianato locale costituito da un lungo manico di ferro su un apice del quale era saldata una placca, di ferro anch’essa e su tale placca erano saldate delle lettere alfabetiche in rilievo (di solito le iniziali del nome del proprietario). Lo strumento veniva posto sul fuoco tenendone il manico fuori e, quando la placca era arroventata, con lo stampino si focava la bestia, cioè si imprimeva il marchio all’animale disteso a terra, bruciandogli il vello e la pelle sulla quale non ricrescevano i peli. Talora il marchio veniva apposto sulle orecchie della bestia e, per i bovini, sulle corna.

LA CULLĖRA DELLA CRAPA (Collare della capra) E’ una striscia sottile di legno piegata e fermata ad incastro quando ancora il legno e fresco e pieghevole. Al collare può essere legata una funicella per condurre la capra in casa per la mungitura o alla stalla. Fino agli anni ’50 tutte le famiglie possedevano almeno una capra, per il latte giornaliero della colazione dei bambini e dei vecchi. La padrona al mattino, dopo la mungitura portava la capra alla morra (mandria). II pastore convenzionato prelevava le bestie e le portava al pascolo in montagna. Alla sera, rientrando in paese, il branco si dissolveva; ogni capra raggiungeva, da sola la casa della padrona. Questa mungeva di nuovo la bestia e la chiudeva nella stalla. Dal latte di capra si ricavava un formaggio magro e di poco conto. L’allevamento di capre e stato osteggiato dalle autorità forestali e comunali per il grave danno che tali bestie arrecano al patrimonio boschivo, giacche esse amano mangiare i nuovi virgulti e i teneri rami nuovi delle piante.

J’ANCINE PE I MATTE (Angine e Matte in D.A.M.) Uncino per i fasci di foglie E’ un ramo d’albero con due biforcazioni: il ramo centrale veniva piegato e torto in modo da poterlo appendere ad una trave della volta della stalla. Ai rametti laterali, scorciati al punto giusto, venivano appesi dei fasci fronzuti (i matte) dai quali le capre, tenendosi solo sulle sole zampe posteriori, brucavano le foglie, ormai secche, durante L’invernata.

I VERCÁLE (vruccale in D.A.M.)Roccale, dal lat. Broccus, sporgente, D.G., Brochia = aculeus, acies, in GMIL. Collare in ferro snodabile, con placche munite di grosse punte a chiodo, da porre al collo del cane da pastore abruzzese per difesa dai lupi, i quali proprio alla gola cercano di morderli.

LE BOTTEGHE DE “I SCARPARE”.

Erano per lo più bugigattoli maleodoranti pieni di scarpe rotte ed attrezzi di ogni specie. Soprattutto d’inverno esse erano il delizoso ritrovo dei cacciatori che, nell’ambiente fumoso, riscaldato, pero, dal braciere che i scarpare teneva sotto ai piedi, raccontavano le loro improbabili gesta. Ed erano pure, tali bottegucce, luoghi frequentati da gente pettegola, sicché spesso le novita vere o presunte della vita del paese si concentravano in quei luoghi e da essi si diffondevano in tutto il paese. Celebri, in paese, le botteghe di Antonio ”Santina”, di suo fratello Vinci (Venceslao) e di Ciavitto (omofono di ”ciavatta’), quest’ultimo estroso cantatore in rime e assonanze dei fatti e delle usanze del paese. Beninteso, tali scarpare sapevano confezionare anche perfettissimi scarponi invernali chiodati con bollette e zeppe, a prova di acqua e di neve, ma gli ordini erano scarsi e per lo più concentrati al tempo successivo al raccolto, se la terra aveva dato buoni frutti ed il mercato aveva sostenuto i prezzi.

LA SÛBBIA (tale in D.A.M.) Lesina. Arnese essenziale per il calzolaio (i scarpare, tale in D.A.M.) che con la subbia perforava il cuoio e nei fori introduceva lo spago impeciato per mettere i punti. ”Fare lo spago” non era facile ne era facile inserire ai due apici le setole spaccate che fungevano da ago. Sul deschetto, i banchitte, (Banghette in D.A.M.) del calzolaio erano allineate subbie di vario spessore, puntine, chiodi, martelli particolari e particolari coltelli di quel mestiere. A lato erano le ”forme” di ferro di varia grandezza che i scarpare sorreggeva sulle ginocchia e sulle quali egli inseriva le scarpe da confezionare o riparare.

LA FORMA (Forme in D.A.M.) Attrezzo in ferro nel quale il calzolaio infilava la scarpa rovesciata per poter lavorare sulla suola. Seduto sulla sua seggioletta, li calzolaio teneva la forma poggiata su una gamba (la base della forma era incavata per poter meglio aderire alla gamba) e cosi stando, ”ferrava” la scarpa con bollette (le vellette) e grappe. II ferro della forma piegava all’interno le punte dei chiodi. I

LE CHIÓCHIE (Chjochjere in D.A.M.) Cioce (D.G.):”Calzatura rustica dei contadini della Ciociaria, formata da un quadrato di cuoio allacciato al piede e alla gamba per mezzo dei legacci”. Ripete, grossomodo, la ”caliga” dei soldati romani. E’ una calzatura ridotta all’essenziale: una stuoia di cuoio legata al piede con strisce, anch’esse di cuoio, le strenguie (Strenghe in D.A.M.) per gli uomini; i curio (Curiozze in D.A.M.,come correggia per scarpe) lacci di cuoio, per donne e bambini. A chiochia indossata, la parte anteriore di essa veniva conformata a becco. Prima di mettere le chiochie si indossavano pesanti calze di lana o, d’estate, dei quadrati di panno leggero a mo delle ”pezze di piedi” usate dai soldati fino all’ultima guerra. L’uso delle chiochie era sintomo ed espressione di estrema povertà ed esse erano, purtroppo di uso molto frequente nel nostro paese, che, del resto, confina con la Ciociaria. Le chiochie da uomo erano di pelle di vacca, tra le più dure; quelle da donna e quelle da bambino (le chiochiarelle) erano in pelle di capra con integro il vello peloso, quasi un vezzo o una civetteria. La pelle di capra e di infimo valore commerciale. Per altro, durante L’estate molti cercavano di risparmiare anche le chiochie, e andavano a piedi nudi sia in paese che per i campi. Le chiochie sono state smesse nel secondo dopoguerra, per altro sostituite, nei primi tempi, con scarpe di legno con tomaia di stoffa pesante, confezionate dagli stessi scarpare.

avezzano t2

t4

avezzano t4

t3

avezzano t4

t5