Conclusioni

Citazioni illuminanti, queste ultime, come le altre con cui abbiamo voluto di proposito arricchire il nostro lavoro affinché il senso del pensiero e delle parole del Nostro non risultasse minimamente travisato o contraffatto. Vogliamo sperare tuttavia, avviandoci alla conclusione, che non manchino precisione e chiarezza interpretativa neppure la dove abbiamo creduto opportuno sunteggiare, commentare o ampliare con nostre notazioni personali.

Dall’insieme si desume agevolmente il ” credo ” umano e artistico di Mario Pomilio, i cui punti essenziali si potrebbero cosi sintetizzare: – rifiuto dell’uomo ridotto a puro oggetto della società, a ” una cosa tra le cose “, rifiuto della vita limitata alla sola dimensione fisico-sensoriale, e della storia intesa come mera utopia o fatalità; – rivalutazione della persona individuale in un sistema di valori universali, che non escluda aprioristicamente finalità etico-religiose, anzi si fondi su una problematica sinceramente cristiana; superamento dell’impegno ideologico-politico dei primi neo realisti e, nello stesso tempo, condanna inappellabile del disimpegno scettico e agnostico dei ” voyeurs ” e delle ultime neoavanguardie; – l’arte non e documento gelidamente obiettivo, ma testimonianza coscienziale, per cui si avvera nel trapasso da un’assoluta storicità alla suprema bellezza; – l’artista non solo conosce la storia, ma anche e soprattutto rappresenta dei valori perenni che, se pur determinati hic et nunc, condizionano a loro volta il cammino morale e sociale dell’uomo; – il critico, nel suo giudizio, deve mirare storicisticamente, cioè nel modo più obiettivo e autonomo possibile, a individuare i caratteri e i valori della conoscenza e della rappresentazione artistica; – e inammissibile una stilizzazione della scrittura che comporti una deformazione o falsificazione del reale e, per tal via, conduca alla disumanizzazione dell’arte; – contro gli sperimentalismi formali di tipo mistilingue o del gergo tecnologico, appena validi sul piano delle esercitazioni individuali, occorre riprendere e approfondire la tradizione dantesca e ottocentesca di una lingua nazional-popolare, che annulli progressivamente il divario ancora esistente tra la lingua letteraria e la lingua parlata; – tutti coloro che operano nel mondo dell’arte (come pure quelli della scienza) devono concorrere a fare dell’uomo il centro e la misura delle cose che lo circondano.

A questo punto deve essere, dunque, estremamente chiaro che Mario Pomilio, pur non confondendo l’arte con l’ideologia e la sociologia, ne rifiuta decisamente le ” vecchie e nuove presunzioni autonomistiche “, d’ispirazione crociana e postcrociana, per non spezzarne i nessi problematici con la storia e con la società. Egli spoglia la letteratura del ben noto pregiudizio di un suo primato assoluto sulle altre attività dello spirito e tuttavia le affida, ancora oggi, ” il vecchio ruolo di maestra di umanità “, per non ricadere nel grossolano errore di una sua presunta ” innocenza ” di fronte alla vita. Sta tutto qui, crediamo, il contributo maggiore che Mario Pomilio, sia nella veste di critico che in quella di narratore, e riuscito a dare come testimone e interprete della crisi umana e letteraria dei nostri tempi.

Vittoriano Esposito