Comune di Collelongo

Walter Cianciusi, nell’elaborare il profilo della sua Collelongo, non parla di « paese natio » ma di « casa me ». la sua e una monografia intima del nido che ancora serba – nella minuta struttura di vie, piazzette, scale, chiese, abitazioni – il calore antico e discreto; e tra i tetti poveri sorge il suo, fuma il suo camino, uno dei tanti, e il fumo di tutti si mescola in alto, in una sola nube azzurrina. Togliarno queste immagini da un sonetto dialettale, uno dei meglio riusciti di Walter Cianciusi poeta, che riportiamo per intero, a ciò indotti dalla considerazione che la monografia su Collelongo e opera di poesia, prima che storia e rassegna di tradizioni:

Ne poche case ammalappena ritte –
mucchie de prete ’mmes’a du’ fossate –
quattre stalle addo’ rajia ’n asenitte
quand’esce pe’ v’triarse ’mmes’a i prate;

‘ne campanine che ’n ze vo’ sta’ zitte
pure s’e vecchie e tutte sfenestrate,
’ne furne nire e tante vajulitte
ch’aspettan’i cucule a ffa’ a t’rzate.

e, ’mmes’a quele case, casa me,
e, ’mmes’a quie camine, i ml’ che fuma.
Mojema abbada alle pignate se’,
i abbade a i core ml’, che ’ntante ruma.
Ruma e zze ’nfoca e appo tutte s’appiccia,
’nfore che casa, de preta reniccia.

E’ stato possibile tenere lo rievocazione (che meglio, secondo L’autore, andrebbe fatta in versi e in musica) sul filo del tono patetico perchè la storia gli viene da lontananze ancestrali e dalla viva voce paterna, e il folklore gli si anima dentro in forza propulsiva di sensazioni trasfigurate e trasfiguranti perchè gli deriva dal canto segreto della memoria, da quella « età preziosa » ch’ebbe la buona sorte d’essere testimone di usanze in svolgimento, di costumi tramandati dai millenni, di parole discorsi racconti vicende genuini e sanguigni, il tutto consegnato al nastro incancellabile del,sangue e profondamente assimilato. Ricontemplate così, corne su uno schermo tirato sullo sfondo delle vecchie stagioni, le cose riemergono soguse d’un nimbo amoroso, le tradizioni e le storie tramontate riprendono fiato e si fanno piccolo poerna. Il paese e oltre Trasacco, a 915 metri di altitudine, sulla provinciale per Villavallelonga, tra le montagne del Mal Passo e Punta Ara dei Merli (si noti la bellezza dei toponimi!), agli orli del Parco Nazionale e della Ciociaria.

Ma in questa carta di identità topografica ciò che conta e il rimpianto dei tempi andati, che vengono riapparendo corne dagli .strati d’uno scavo archeologo: avanzi di mura ciclopiche, conventi diruti, casolari perduti, piste di pellegrinaggi o di commercio, documenti inediti sul passaggio dei briganti, tesori sepolti, la morte nelle Paludi Pontine. Spesso h 6 il padre che consegna a voce i frutti delle sue ricerche sopra i Iuoghi stessi che furono oggetto del suo studio. E sono testimonianze e rivelazioni uniche e preziose. Chi ignora, infatti, in Abruzzo, l’opera di Luigi Cianciusi, avvocato di professione ma storico per vocazione? Il piglio s’e messo sulle sue orme, in umiltà, ereditandone sia la professione che la vocazione, come ci confermano soprattutto i capitoli 7, 10, 14, 17 e 20. Nel capitolo 7, intitolato Il campanile, simbolo e variazione del tema della « casa me », e di scena appunto il padre, lo studioso diligente e appassionato di storia patria, che, a mo’ di conversazione confidenziale, ma pur sempre scientificamente impeccabile, ci informa .sugli insediamenti fitticoli – poi rinvenuti dal Prof. Tempesti –, sulle città pelasgiche, come Archippe, sulla guerra sociale; ci spiega i significati di toponimi antichi e storici dei luoghi abitati dai Marsi e dai Romani; ci rifà la storia dei Longobardi e dei Normanni, delle origini di Collelongo, delle distruzioni telluriche nei secoli, cui si deve la lenta o rapida scomparsa di molti centri abitati facenti parte della Contea di Celano.

Come curiosità interessante va letta, in nota, la deliberazione dell’8 marzo 1883, del Consiglio Comunale di Collelongo, relativa ai « giusti lamenti di questa popolazione per i gravi danni cagionati dal prosciugamento del Lago Fucino alle loro campagne e alla salute pubblica, atteso il repentino abbassamento della temperatura ». Il Presidente osserva che « la fitta nebbia che si eleva mattinalmente dal gia lago ci viene a sorprendere fin dentro l’abitato e col suo freddo umido ci devasta le nostre campagne rendendo infruttifera ogni specie di piante e segnatamente la vite, che in gran parte e gia perita. Propone, quindi, di associarsi al voto espresso al R. Governo dal Consiglio Provinciale di Aquila nella seduta dell’8 settembre 1882 per il ripristinamento di una parte del lago ». Nel capitolo 10 sono i Prati di S. Elia a dare lo spunto di una storia del convento benedettino, di cui ora restano soltanto rovine.

Di la si spalanca la Valle Roveto, dove ancora vive il ricordo, specie nei vecchi, del brigante Chiavone, al secolo Luigi Alonzi, di Sora. Il capitolo 17 si apre con la figura del cerchiaro, ma poi subito si dilunga su un documento inaudito intorno all’ animo.sita di preti locali (siamo nel 1879), tra i quali si cita un mandante di assassinio: se ne ricava la figura d’un prete brigante e intrigante, coadiutore insospettato delle bande del medesimo Chiavone e di Vincenza Matteo; riscattato, per fortuna, dalla presenza di un poeta estemporaneo e giocoso, Don Pa1merio, i cui componimenti non dovrebbero andare perduti insieme ai mestieri artigianali e alle tradizioni popolari, ma reperiti, raccolti e pubblicati. In Cronaca di ieri (cap. 20) vengono riferiti gli appunti stilati dal padre sul « tempo della peste » (1656): « dalle tappe del calvario si precisa l’itinerario che i collelonghesi, dai dieci anni fino alla vecchiaia, percorrevano per guadagnare uno scarso pane, spesso conquistato a prezzo della vita e sempre esponendosi alla perniciosa: Balsorano, Sora, Alatri, Ferentino, Segni, Valmontone, per disperdersi nella Campagna Romana e nelle paludi. E se i genitori non si peritavano di esporre a certa morte i loro figlioli, di 10-12 anni, vuol dire che la vita non aveva luce di avvenire in paese e che il problema assillante era quello del pane ».

Lo è ancora oggi nei paesi di montagna; questo spiega in parte la ribellione che spinge i contadini e i pastori ad abbandonare terre e pascoli in cerca d’un guadagno sicuro; L’emorragia di queste forze vergini fa il deserto, in mezzo al quale si vanno lentamente dissolvendo « i paesi fantasma ». ne e sirnbolo pauroso Rocca Calascio, solitaria nelle sue case vuote e crollanti, nelle sue,strette vie invase dalle ortiche e dalle 8 vipere, nella rocca stessa, che più non minaccia se non la propria completa rovina. Cittadine e paesi medioevali, i cimiteri dei padri, sono stati lasciati a consumarsi senza scampo, senza più respiro di genti e di animali; e scompaiono i documenti viventi d’una civiltà antica, chiese romaniche, bifore ed archi, epigrafi e tombe, architetture rurali meravigliose, sotto g il vento della noncuranza e del dispetto. Scompaiono testimonianze che hanno resistito per secoli, un modo di vita inimitabile, un modo di esprimersi caratteristico e umano, un patrimonio di cultura irripetibile.

E’ tutto ciò che Walter Cianciusi cerca di farci considerare, con un tono suadente e spigliato, arricchito da una vena di genuino umorismo, sotto il quale pero e assai facile avvertire il timbro della tristezza e il velo della malinconia. E’ allora che i documenti letterari cessano di essere bella pagina e cominciano a farsi dramma, con il mostrare un loro volto nudo e doloroso, senza la maschera del sentimentalismo e della convenzione, che troppo spesso adulterano la verità di certi fatti e di certa arte. Sono dunque questi i lavoratori assunti a protagonisti da Aleardo Aleardi e queste le note di un preciso commento alle cupe pagine di Monte Circello, laddove le mefitiche lande paludose esalano febbre e morte.

Gli altri sedici capitoli prendono avvio dalla notte di Natale, ch’e una notte di fuoco, in cui le pecore rimangono sole sulla montagna; e vanno via via tratteggiando, alla luce dei ricordi, gli usi e i costumi della gente marsicana: si passa dalla « mattinata di Capodanno » alla tipica figura del luparo; il capitolo del luparo, il terzo, va segnalato come un pezzo di squisita fattura, non indegno di stare accanto alla prosa di alcuni nostri delicati scrittori. L’offerta dei « cicerocchi » e dei salumi stagionati, nella festa di S. Antonio, e il giro delle « cottore » da parte di giovani comitive, la « panarda » di fave bollite, diversa da quella di Luco, e il corteo delle « conche» offrono spazio a quello « humour » ch’e il motivo ricorrente della narrazione e che e divenuto cosi raro nella letteratura contemporanea.

Le feste pasquali inducono a un esame comparativo tra i doni di ieri e quelli di oggi; ieri c’era un mondo di miseria cui bastava una frittata per accettare la Pasqua come una giornata di gioia e una salacca per ricavarne un’illusione di companatico; eppure, malgrado il sottosviluppo economico, quanta nobiltà resiste nelle costumanze della « Notte di S. Giovanni », con le rose dell’innarnorato al balcone deLla promessa sposa; « gentile manifestazione d’affetto e di riguardo », che poteva tuttavia scatenare una carica di gelosia capace di trasformare la notte di rose in notte di sangue! Segue il bel capitolo sulla « trita ».’ esso riecheggia le feroci incarnate, che tanto piacquero al D’Annunzio, e ricompone la delicatezza dei piccoli paesi di fate, dove il lavoro e santo e l’ ara (aia) acqui.sta valore di « altare ».

Altrove il pastore e il cane pastore abruzzese sciolgono un dialogo con la natura in una prosa ritmica che, a mano a mano aumentando di volume, celebra la poesia delle solitudini e poi cede alla dissolvenza di un sogno, che sa di essere tale. I canti della nonna, le superstizioni, la leggenda della « femmena morta », le storie d’amore, la commistione di sacro e di pagano, i giuochi, le filastrocche, 10 la « scartocciatura », le stregonerie, ogrono L’occasione di alzare nuovi sipari sulla civiltà contadina, sempre contemplata con l’occhio dell’innamorato che cerca di nascondere, con una battuta di « humour », come s’e detto, la lagrima che brucia. Siamo alla fine: l’opera si chiude con la cerimonia rituale del fuoco che si ravvela: « Ormai da tempo mammetta ha messo la brace nei recipienti, coprendola con un velo di cenere calda perché non si spenga subito in carbone ed ha inserito i recipienti nei «preti».’ i letti, perciò, sono caldi. Ora con cura la nonna « abbela » il fuoco per ritrovare la brace domattina e non ci resta che andarcene a letto ». Per concludere, possiamo dire che davvero l’opera di Walter Cianciusi riesce a dare un umano ritratto del suo paese, perché rivissuto, pii che fatto rivivere, attraverso tutte le generazioni, dalla mitica età delle origini alla lieta stagione dell’infanzia, quando il cuore mette le radici della fantasia per le future memorie.

C’e storia e leggenda, stenti e fierezza, preghiera e pane. E ci sono tutti gli aspetti del « minusvalore », secondo la teoria di Gaspare Barbiellini Amidei, che rappresentavano l’essenza della vita e la salvezza del mondo e che oggi la civiltà tecnologica continua a distruggere e a negare. Per incontrare opere di questo genere, che si pongono indirettamente a modelli, non c’e bisogno di andare lontani dall’Abruzzo: si tratta d’una letteratura memorialistica, folklorica e di paesaggio, peculiare appunto deLla nostra terra, dove i motivi suddetti sono interdipendenti per la loro stessa feconda natura. Ci limitiamo a citarne tre, giusto per esemplificare: Colledara, di Fedele Romani; certe pagine del Reisebilder di Cesare De Lollis; il piccolo capolavoro dell’Avellano di Giovanni Titta Rosa. Collelongo, per il gusto della notazione umoristica, mai banale e mai forzata, può essere accostato alle prime due piùttosto che alla terza; ma della terza coglie la struggente visione del passato. L’Aquila, 21 novembre 1971.

GIUSEPPE PORTO

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Collelongo ( ritratto spirituale di un paese della marsica )

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