Storia della Marsica

Cola 1

 

Si tratta di una grotta di origine carsica, alla base di una parete rocciosa del monte Arunzo, in località Petrella Liri (Cappadocia). Di difficile accesso, si apre a circa 60-70 m dal piano sottostante costituito da un terrazzo fluviale. Si presenta come una cavità a sviluppo complesso a cui si accede tramite due aperture di piccole dimensioni (la maggiore di circa 5 m x 2 m) vicine tra loro, che immettono nell’ambiente principale (lungo circa 70 m per una larghezza massima di 30 m i quasi completamente occupato da blocchi di crollo della volta, di grandi dimensioni, inframezzati da sedimento terroso e sigillati da una crosta stalagmitica.

La frana formata dalle rocce staccatesi dalla volta, ingombra l’ambiente lasciando un piccolo spazio in piano e arrivando, con forte pendenza, quasi a toccare la volta verso il fondo della sala (fig. 3 e 4). Dall’ambiente principale, verso il fondo della grotta, si accede tramite due passaggi contrapposti ad altrettanti ambienti a sviluppo assiale costituiti da camere e cunicoli concatenati dove, in alcuni punti, si registra la presenza di acqua, e ad un terzo vano (circa 20 m x 10) di forma pressochè rettangolare. Le prime esplorazioni risalgono alla fine del 1800 ad opera del Nicolucci che vi apri dei saggi portandn alla luce ceramica che definì neolitica: ”l’uomo abito dappresso all’apertura della spelonca, e più sovente soggiornava sul vestibolo della stessa dove si raccolse il maggior numero degli oggetti ad esso appartenenti …” (Nicolucci 1877). Altri reperti il Nicolucci li raccolse verso il centro dell’ambiente principale, tra i blocchi di crollo; sulla base della descrizione che egli fa dei materiali ceramici di impasto rinvenuti nei vari punti della grotta viene da dubitare che si tratti esclusivamente di reperti neolitici.

Inoltre, e abbastanza chiaro che egli si sia trovato di fronte a contenitori di grandi dimensioni (spessore parete da 1,6 a 2 cm, diametro massima espansione 50 cm) concentrati a quanto pare lungo quella che definisce la ”gran galleria”. I cocci dislocati tra i blocchi di crollo dovevano, invece, essere in ceramica di impasto più fine con anse a maniglia o prese a lingua. Nicolucci porto alla luce anche industria litica e su osso, tra cui un frammento di cranio umano levigato. Infine, va ricordato che lo studioso menziona altre due cavità nei pressi della grotta Cola che restituirono materiale archeologico: dell’una, di cui non fa nome, si raccolse materiale all’esterno (la Cola II?), dell’altra chiamata Peschio Orlando, a circa mezzo chilometro dalla Cola, ricorda un orcioletto intero con ”un foro nel suo manico”. Molti decenni dopo, all’incirca negli anni ’50, Radmilli rivisito la Cola I e raccolse nel talus frammenti di impasto; ma noto soprattutto la presenza di numerosi frammenti ceramici attribuibili all’età del Bronzo sulle pendici del monte.

Tali materiali, secondo il Radmilli, provenivano dall’interno della cavità sconvolta dai lavori per l’estrazione del salnitro e da scavi clandestini. Tra una parte dei reperti raccolti allora si segnala la presenza di un’ascia in pietra verde e di frammenti attribuibili alla media età del bronzo (Radmilli 1977 p. 319). Di recente (febbraio 1999) nel corso di una esercitazione speleologica condotta dal CAI dell’Aquila sono stati individuati materiali archeologici successivamente recuperati alla presenza di personale della Soprintendenza. Tra i blocchi di crollo della volta, verso il centro della sala principale, sono state rinvenute due armille a spirale, in filo a sezione circolare di bronzo con estremita ripiegate ”a riccio”. Non distante da questo rinvenimento e stato recuperato in una spaccatura della roccia un boccale in ceramica di impasto con ansa a gomito impostata sulla spalla.

Frequentazione e destinazione d’uso nella protostoria:

I pochi materiali attualmente disponibili (quelli presentati in questa sede) non ci permettono di verificare una frequentazione della cavità a partire dal Neolitico, cosa che comunque e estremamente probabile sulla base di quanto scrive Radmilli. L’ambiente, che fa parte di un complesso carsico costituito da più cavità di diversa grandezza, ugualmente frequentate in antico, e stato sicuramente utilizzato a partire dal Bronzo antico (boccale con ansa a gomito) e ancora nel Bronzo medio (ciotole in ceramica di impasto fine). più incerta rimane l’attribuzione delle armille di cui si conosce un esemplare identico da Cerchio, datato all’epoca del lavoro sui bronzi del Fucino dal Peroni al Bronzo finale. La loro presenza, a prescindere dall’ambito cronologico, suggerisce comunque l’esistenza nella cavità di sepolture. Ancora una volta solo uno scavo sistematico che si ponga problemi e obiettivi suggeriti dalle moderne tecniche di scavo in grotta, potrebbe permettere di chiarire l’utilizzo della caverna o almeno permettere di recuperare ciò che rimane di un complesso estremamente visitato da clandestini e appassionati della domenica.

Testi di Serena Cosentino, Vincenzo d’Ercole, Gianfranco Mieli

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Cola 1
Cola 1

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