Chiesa di San Salvatore

La Marsica, anche al tempo degli Angioni, fu ripartìta nei tre grandi feudi d Tagliacozzo, Albe e Celano. Dei tre, il più importante rimase quello di Albe.
Non si sa di quante terre e castelli si componesse in questo periodo, ma è certo che doveva essere abbastanza vasto, perché fu sempre molto ambito.
La città principale era Avezzano; però seguitò a dirsi contado di Albe per mantenere l’antico nome. La città di Albe fu distrutta da Carlo d’Angiò, perché aveva parteggiato per Corradino e fu dalla decadenza di essa che iniziò l’ascesa di Avezzano, la quale, in pratica, prese il posto dell’antica e valorosa Albe. Dopo un periodo di appartenenza alla casa De Tuzziaco o Dussìaco, nel 1277 trovìamo a capo del contado Filippa, alla morte della quale, nel 1308, passò, per mancanza d’eredi, alla regia camera e poi divenne dominio della casa reale.

In questo periodo, cioè nella seconda metà del XIII secolo, la contea di Celano assurse ad un ruolo di primaria importanza nella Marsica. Grazie all’opera dei Conti dì Celano, la città si sviluppò notevolmente e, favorita anche dalla sua felice posizione, divenne il centro della Marsica, tanto da meritare l’appellativo di « Caput Marsorum ». Per questo divenne meta e rìchiamo di artisti che numerosi si ritrovarono in Celano, dando vita a quella Scuola Marsicana di architettura che lasciò tracce in numerose opere disseminate in tutta la Marsica, le quali ancora oggi si impongono all’ammirazione del popolo e dei turisti. Paterno, essendo un centro molto vicino a Celano, non poteva non risentirne l’influenza e sperimentare i benefici effetti della vicinanza di un cenacolo di artisti che andava abbellendo la Marsica con la realizzazione di opere di notevole livello artistico. Così, è opera della Scuola Marsicana lo sfarzoso portale romano-gotico della chiesa di S. Salvatore che apparteneva ad un monastero benedettino situato presso la via Valeria e del quale non rimangono memorie epigrafiche, né documenti. La Chiesa di S. Salvatore con l’annesso monastero era situata nella località chiamata ancora oggi S. Salvatore.

Le vecchie mura, visibili fin verso il 1887, furono completamente abbattute, perché proprio in quel punto doveva passare la ferrovia Roma-Sulmona, mentre le pietre che costituivano le pareti sono restate ammucchiate in quel luogo fino a qualche tempo fa.
Per interessamento di A. De Nino, solerte archeologo abruzzese, nel 1887 il portale della chiesa fu salvato: trasportato, per ordine del prefetto della provincia dell’Aquila, a Celano, fu collocato nella parete laterale esterna della chiesa della Madonna del Carmine, dove, chi prendeva la via che mena alla stazione, una volta raggiunta la piazza, aveva modo di ammirarlo in tutta la sua magnificenza e solennità. Ho detto « aveva modo », perché oggi il portale non si trova più incastonato nella facciata, ma rimosso per sottrarlo alle intemperie e al deterioramento, è stato collocato nella cappella sinistra della stessa chiesa. Forse sarebbe stato più opportuno riportarlo al luogo D’ORIGINE Durante il trasporto dalla Via Valeria a Celano, qualche parte dì esso andò distrutta o dispersa. Vi mancano le basi delle pilastrate, i due pílastrini sopra i capitelli e i due leoni sporgenti sotto l’archivolto; però, quello che rimane è sufficiente a farei comprendere il grande valore del portale, che a ragione fu dichiarato monumento nazionale (1), degno di una grandiosa costruzione, il cui schema architettonico è uguale a quello che caratterizza gli ingressi dì S. Giusta di Bazzano e di S. Maria di Luco. Il portale ha le seguenti dimensioni: vano m. 1,64 x 2,4 l; larghezza ,del fronte delle spalle m. 0,32; larghezza dell’architrave cm. 45; altezza dei capitelli cm. 42.

« Una larghezza ínusitata di intagli riveste le pietre disposte con vera larghezza di linea. L’arco di scarico è tagliato all’uso benedettino, cioè con due archi non concentrici per modo che ne risulta la forma falcata e il semicerchio formante lunetta rientrante in un diametro molto più grande della larghezza del vano sottoposto. I pilastri, secondo l’uso di questa scuola, girano nel fusto come semicolonne ed hanno le foglioline rampanti internate nelle scanalature, altre foglie ricurve presso gli spigoli del capitello, con ufficio di permettere il passaggio dal semicerchìo al rettangolo. Nei capitelli è sparita la stridente varietà che risultava dal riavvicinamento di due tipi troppo differenti come a Bazzano e a Luco e la foglia d’acanto viene finalmente accettata in ambedue le pilastrate. Vi sono applicati due ordini di foglie alternate, composte con esattezza e ben rícurve in alto tra le quali sorgono i caulicoli dal tronco solcato verticalmente o a spirale e con la chioma arricciata fortemente alle due estremità. L’abaco sottilissimo sparisce timidamente sopra tanto rigoglio.

Le parti piane del portale sono rivestite di fregi animati da un grande spirito di novità e da un vivo senso decorativo. Le spalle conservano l’uso tradizionale di decorare la formella di sinistra con un sol ramo sviluppato a grandi spire, mentre la formella di destra ha due tralci che si svolgono accostandosi e allontanandosi con perfetta simmetria. Ed è per obbedire a questa regola che l’autore modellò a sinistra un ramo d’acanto sorgente dalla bocca di un leone ed involse ad ogni spirale una fiera o una figura umana, mentre a destra la compostezza del duplice svilupparsi dell’acanto non gli permise di usare altro elemento all’infuori del vegetale. L’architrave ripete le volute d’acanto della spalla di sinistra e l’introduzione di fiere minaccianti figurine spaurite che si straziano in contorcímento. Vi è in queste sculture lo stesso concetto ornamentale con cui Roberto e Nicodemo avevano animato un secolo prima gli amboni e i ,cìbori, espresso con maggior forza e ricchezza di fantasia.
E la somiglianza d’ispirazione è tale che fa perfino dimenticare la tecnica del tutto differente, la maggior compostezza degli ornati, e il più largo effetto decoratívo della plastica.

L’arco di scarico, per la eccentricità dei listelli che lo limitano, obbliga i bassorilievi a seguire la forma falcata, cioè a svilupparsi maggiormente a misura che dall’imposta s’avanzano verso la chiave e qui appunto il maestro sfoggia nella felice soluzione di riempire lo spazio disuguale con uno stesso motivo originalissimo. L’ornato risulta dall’intreccio di draghi simmetricamente disposti due a due in uno strano contorcimento che meglio non potrebbe esprimere lo spasimo di quelle bestie deformate nello sforzo di librarsi da un legaccio che le stringe a cappio nel collo. Il corpo, ora pennuto ora squamoso, s’inarca sulle zampe fortemente puntate, la coda forzuta si attorciglia con la coda del vicino, la bocca morde rabbiosamente. E’ un concetto decoratìvo genialmente ideato e con fortuna applicato qui per la prima volta. Il ciglio di quest’arco formante lunetta è scantonato con un piccolo guscio su cui si ripetono le foglioline rampanti dei pilastri e l’introdosso si divide in formelle quadrate contenente foglie e fiori in rilievo.

Il portale termina con l’archivolto sporgente che un giorno poggiava forse sui leoni simbolici; ed anche qui la sagoma a quarto di pesce si copre di un nobilissimo motivo ornamentale con tecnica vigorosa, particolare di questa scuola. Ma il disegno non è nuovo, rappresentante un giro di palme ad acroterio, non soltanto accostate come a Casauria e a S. Pelíno, ma tenute tra loro con forti legacci. La foglia della palma cara alla scuola Casauriense perde qui la sua natura e s’avvicina sempre più all’acanto. Il maestro della mirabile opera sentì che, anche laddove sarebbe apparso un imitatore, doveva mettere la sua nota personale. E l’acanto trionfa in tutto il portale piegandosi maestrevolmente a ogni esigenza decorativa. Sembra che questo artista, entrato a far parte della scuola Marsicana quando già certe forme erano divenute tradizionalì, sì pieghi a stento all’uso di certi sistemi; egli è un imitatore che si ispira nelle sculture di S. Clemente a Casauria, di S. Giusta di Bazzano e forse anche nelle opere di Roberto e Nicodemo vedute a Rosciolo, ma sente la decorazione in modo più largo e grandioso e perciò adopera quell’acanto robusto, pieno, ricciuto, che insieme alle figurine, ai draghi e alle fiere minaccianti, può solo rispondere al suo senso squisito di grande ornatista.

Il suo nome ci è sconosciuto. Le altre sue opere mettono sempre meglio in rilievo le sue facoltà artistiche, ma nulla ci dicono in qual grado egli fosse tenuto fra le maestranze che componevano la scuola Marsicana » (2).
Da tutto ciò risalta chiaro che siamo di fronte ad un’importantissima opera di quella scuola marsicana che fiorì a Celano nel XIII secolo e della quale, nonostante i diversi terremoti, possiamo ammirare ancora oggi i portali di S. Nicola di Avezzano, di S. Maria di Luco, di S. Cesidio di Trasacco, di S. Giovanni Battista di Celano, di S. Maria in Porclaneta, dì S. Lucia di Magliano, di S. Pietro in Albe.

NOTE
1. M- Ragusa: « Brevi cenni storici della Marsica », 1924, pag. 29.
2. I.C. Gavini: « Storia dell’architettura in Abruzzo », Bestetti e Tumminelli, Milano-Roma, vol. 1, pagg. 341, 342, 344.

Mario Di Berardino