Chiesa della Madonna delle Grazie

Testi a cura di Fiorenzo Amiconi maggiori info autore
Spero che questo lavoro venga letto da molti, non per una mia ambizione letteraria ma affinché per mezzo di esso si possa ritrovare il libretto scritto dal Dottor Cavalier Benedetto D”Amore nel 1855 presso la Tipografia Grossi di Aquila dal seguente titolo: ” Raccolta de’ portenti e miracoli fatti dalla Madonna delle Grazie la cui Sacra Immagine si venera nella Terra di Cerchio “.

Ho scritto questa piccola storia anche per spiegare una volta per sempre che la Madonna delle Grazie e la Madonna del Corbarolo sono in realtà un’unica Madonna, infatti nell’antichità tale simulacro era noto con il nome di Santa Maria della Grazia di Corbarolo. Ringrazio Donna Concetta Sabatini, il maestro V. D’Arpizio di S. Benedetto e l’attuale parroco di Cerchio Don Pietro Raglione che mi hanno permesso di curiosare in documenti in loro possesso.

Fiorenzo Mario Amiconi

Prima di descrivere la storia della Madonna delle Grazie, Immagine tanta cara e sacra ai Cerchiesi, bisogna, sia pure succintamente, dire che, il paese di Cerchio, nell’antichità, non era formato da un unico agglomerato urbano ma bensì da molti casali e villaggi fra i quali, quello di Villa Mayna o Villa Magna.
Da qui inizia la nostra storia: in questo villaggio vi erano le chiese di S. Feliciano e Santa Margherita notate, dalla Bolla di Papa Pasquale Il del 25 febbraio 1115 e, si dice, sulle rovine di Villa Mayna e addirittura con le stesse pietre delle citate chiese, l’Universitas Circuli (cioè il paese di Cerchio), edificò nel 1530 (così ci dice don Andrea Di Pietro di Aielli nel suo libro ” Agglomerazioni delle popolazioni attuali della diocesi dei Marsi ” Avezzano 1869) la chiesa attuale della Madonna delle Grazie cui eresse anche la Confraternita di S. Maria Corbarolo. Il Di Pietro non ci dice dove ha attinto l’anno preciso circa la costruzione della chiesa della nostra Madonna.

L’unico documento, sin’a d’ora, che ci parla della vetustità dell’esistenza di tale chiesa è quello datato Adi 27 ottobre 1589 scoperto da me nella sacrestia della parrocchia di Cerchio. L’università di Cerchio, infatti, nel 1608 fece domanda, ai Superiori dell’Ordine per poter costruire il Convento, tale istanza fu accettata, sempre nello stesso anno, cori pubblico strumento del notaio Giovanferrante Ríco di Aielli, e tale obbligo, si rinnovò nel 1613.
Si iniziò a costruire un anno dopo nel 1614 e dopo tre anni, nel 1617, fu decretato dal Definitorio l’abbandono di tale luogo per mancanza di vitto, tale decreto fu approvato dalla Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari.

Due anni dopo, nel 1619, finalmente il convento si rimpopolò dopo che la comunità ebbe provveduto a munire di rendite sufficienti tale luogo.
Qui giova riportare una pagina inedita del libro dei conti della chiesa della Madonna delle Grazie (ritrovato da me) proprio di quegli anni:
A dì 8 di 8bre (1) venero li frati di S.to Ag… Per fare lume a detti frati dei candeli di sevo … Dato ad Ant.o di Jo: Rante et Scipione di Paterno mola dieci che portare’ detti frati da Roma per sua mercede ci spese fatto a detti docati quattro et uno car. pnte Dó berardi. eh’ cosi ne venea detto dal Dom.co pietroiusto per una tra che cosi havea fatto il partito — g 4.10 Dato a Notar Jo: fera.te Rico per la copia d l’esto de la Coventione tra la tra et detti Frati quali copia si valsero portare detti frati car tre pnte il dottor Gio: Ant.0 Massaro

Poi ancora si legge

Adi 14 d Aprile 1615
Noi Gio: mar. d’Amor et Gio: d Ciofano procuratori deIla fabrica deI coneto d S.ta Maria d Corbarolo havermo rit.to per la dta fabrica de Simone d Cip.no prori dIla md.a d piedi pote some sette d grano son. p la rata come nel ord.ne d Mons. R.mo d Marsi, et suo Vico.

La chiesa di S. Maria della Grazia di Corbarolo con annesso il convento dei frati Agostiniani scalzi era costruito un poco sotto il paese (infatti le abitazioni di Cerchio erano edificate una parte nel luogo detto ” ncastej ” e una parte verso la chiesa S. Lucia e il ” Pozzacchio “) ecco come Donato Gallarano, regio impiegato, descrive la chiesa e il monastero. (Estratto dall’appresso della contea di Celano e Baronia di Pescina incominciato da Donato Gallarano nel 1718 e compiuto nel 1723 per decreto del Sacro Regio Consiglio). . .
Poco sotto la terra di Cierchio nel luogo detto Corbarolo vi è una chiesa e Monastero de’ P.P. Scalzi di S. Agostino, sotto il titolo di S. Maria delle grazie; tiene porta di pietra forte all’antica con finestrone quadro sopra con affacciata di fabrica liscia.

La detta chiesa è ad una nave coverta la mia a botte con lunetta, e mattonata nel suolo, ascendendo due grade si trova balaustrata di legno con presbiterio. In testa vi è altare Maggiore con due porte a destra, ed a sinistra, quale sentra dentro la sacrestia dove ci sono cassa banchi et apparati di tutti li colori ci sono li calici è vaschetta e incensiero d’Argento, e sopra della sacrestia vi è il coro ad uso monastico con occhi tondi, con gelosie, che sono all’affacciata dell’altare maggiore. Tornando alla chiesa in testa vi è il ritrovato altare maggiore con quadro a faccia di muro, di S. Maria delle Grazie con pannetto avanti, e baldacchino sopra, vi è custodia di legno indorata dove vi si conserva il Venerabile, con frasche candelieri ed altro.
Tornando alla nave in cornu evangeli vi è una cappella di stucco bianco, e suoi cornicioni con finimento tutto di intaglio di mezzo rilievo con il padre eterno nel mezzo del finimento con angioloni a fianco, et al fianco delle colonne vi sono due statue di stucco al naturale con altare colorito con frasche, candelieri, e altro, e vi sono due confessionari dentro mura di noce.

Nel 1776 il convento degli Agostiniani Scalzi fu soppresso e undici anni dopo il 9 aprile 1785 si donarono a Cerchio i beni dei soppresso convento, infatti così si legge nelle Vertenze Cerchio-Collarmele parere Gennaro Manna Aquila
Dispaccio dei 9 Aprile 1785 col quale si donavano a Cerchio i beni del soppresso Conventino degli Agostiniani.
Preside e Udienza dell’Aquila
Proposta al Re la Rappresentanza di cotesta Udienza, in cui ha dato conto del denaro esistente presso dei precettore Provinciale pervenuto dalla vendita degli effetti, e dalle annuali rendite del suppresso Conventino degli Agostiniani di Cerchio, e di quanto quell’Università ha supplicato la Maestà Sua, per l’impiego in vantaggio di quella Popolazione, che al Seminario della Diocesi de’ Marsi si aggreghi l’abolito Convento col giardino adiacante, col peso però di dovere mantenere quivi gratis un alunno povero della terra di Cerchio a nomina e scelta della Maestà Sua. Che dal Tesoriere Provinciale si liberino all’Università di Cerchio le rendite tutte sistenti presso il medesimo ritratte da fondi del soppresso Convento da impiegarsi per l’ultimazione della Chiesa Parrocchiale col mezzo di due Deputati laici i più probi, e benestanti da eleggersi in pubblico parlamento, e di un Deputato Ecclesiastico con obblico a costoro di dover dar conto della loro amministrazione, e con legge che la fabbrica proseguir si debba coll’intelligenza dell’ordinario, il quale col solito suo zelo debba vigilare, che il tutto si esegua con puntualità, ed esattezza.
Che dalle rendite annuali del Convento debbansi dare al Parroco ducati Cento annui per congrua, con togliersi, ed abolirsi tutte le decime e tutti i dritti funerarj: e che seguendo la vacanza di tale Parrocchia, l’utile possessore di quella Terra Conte Cesarini si’ astenga dal nominarvi il successore, ma credendo egli appartenergli dritto di padronato, ricorra dalla Maestà Sua per risolversi se a lui, che nulla contribuisce per lo mantenimento di quella Parrocchia, ne spetti la nomina, o alla Maestà Sua che ora la dota.
E che infine si corrispondano dalle stesse rendite annui ducati venti ad un Econorno Curato da scegliersì dal Vescovo, ed annui ducati trentasei ad un Maestro di Scuola per solo leggere, scrivere, abaco e Catechismo, e che il resto delle rendite si dia all’Università attenta la povertà difei per potere supplire a’ pesi fiscali, ed a debiti, dei quali è gravata e ciò in compenso delle fabbriche anticamente dalla medesima donate ai dismessi P.P. Agostiniani Scalzi, e delle largizioni di tempo in tempo fatte da quei naturali a pro dei Frati medesimi. Partecipo a Vostra Signora Illustrissima e all’Udienza di Real Ordine questa Sovrana benefica determinazione, affinchè dia ordini per l’eseguimento, ne prenda conto, e lo dia alla Maestà Sua.
Napoli, 9 Aprile 1785

L’allora Vescovo dei Marsi voleva fare del soppresso convento una residenza estiva per i seminaristi, ma vedendo le condizioni di tale edificio, abbandonò tale idea e lasciò in completo abbandono, il Convento. A tutto il 1798, invece, si celebrarono le messe nella chiesa della nostra Madonna dai R.P. Carmelitani di Celano, infatti da un documento del 19 Novembre 1798 (da me ritrovato) risulta che questi non volevano più celebrarvi le messe perché era troppo poco il compenso (un carlino la messa) e volevano che tale compenso fosse aumentato, ma ciò era troppo oneroso per il nostro comune, il quale dovette rivolgersi ad altri sacerdoti che evidentemente non dovette trovare.

Infatti nel giorno della riapparizione della Sacra Immagine avvenuta il 2 Febbraio 1803 da come risulta dal libro di Padre Domenico di Sant’Eusanio:
Le città rifugio dell’Abruzzo Aquilano ‘ edito ad Aquila nel 1861, si legge che sia il prete che la gente sapeva che tale chiesa era chiusa da cinque anni. All’inizio dell’Ottocento si fa risalire, secondo la leggenda la storia dell’Immagine sacra più cara a Cerchio: la Madonna delle Grazie. Ma da come abbiamo visto tale Immagine è dì grati lunga anteriore a tale data e ce lo conferma anche una lettera, mancante della prima parte, e quindi, mancante anche della data, trovata nella sacrestia parrocchiale da me, che così si legge ‘. . _ e vi sono due statue una di bassi tempi che sebbene posta in oblio, e dispersa dopo l’espulsione di frati avvenuta fin dal 1778, e dietro le ruine della casa medesima religiosa, e della formazione della nuova statua fatta fare da padri del convento da più di un secolo prima del 1803, quando nel giorno due febbraio di detto anno la statua medesima si vide comparire sopra dell’altare come attualmente esiste collocata d’entro dell’urna.

Si narra che l’allora Vescovo dei Marsi, Monsignor Bolognesi, avesse ordinato ad uno scrittore dell’Urbe una statua per la cattedrale di Santa Maria delle Grazie in Pescina (sede vescovile dal 1480 al 1915); essendo, però, questa statua non di suo gradimento ordinò che fosse gettata nel vicino fiume Giovenco (fiume che si immette dopo 5 chilometri nel Fucino). Dopo un certo lasso di tempo i pescatori del luogo videro galleggiare una statua sulle acque del lago, questi, vedendo una così bella immagine, se la contesero così vivacemente, per cui, stabilirono che la statua fosse presa di diritto dagli uomini del paese più vicino ove trovavasi tale immagine e, siccome il paese più vicino a questa era Cerchio, fu assegnata a Cerchio.

Così la leggenda.
Ecco, come, invece, descrive Padre Domenico di Sant’Eusanio nel suo citato libro, il ritrovamento di tale Immagine da pag. 84 a pag. 103. In Cerchio, terra della diocesi de’ Marsi, a 23 miglia e mezzo dall’Aquila, esiste da rinotissimo tempo una chiesa, sotto il titolo di Madonna delle Grazie, stata per qualche tempo degli Agostiniani Scalzi, e concessa legalmente a noi Francescani Osservanti, che ne prendemmo regolarmente possesso nel 1858 ai 2 di Luglio, giorno sacro alla Visitazione della Beata Vergine, la di cui festa si chiama comunemente la festa della Madonna delle Grazie, e che stiamo riedificando esso convento colle generose largizioni e copiose limosine dei divoti Cerchiesi, che ci àn chiamati con impegno alla custodia e restaurazione di questo loro Santuario. In questa chiesa, che ne’ tempi antichi à sempre portato il nome di S. Maria Corbarolo, come situata sul colle chiamato Corbarolo, i Cerchiesi anno sempre venerata con gran divozione una statua della beata Vergine pel di cui maggior culto costruirono nel 1614 il suddetto convento per l’Istituto Agostiniano, provedendolo di sufficienti rendite.

Ora volgendo al suo termine il passato secolo decimottavo, credendo il P. Priore locale cosa buona surrogare all’antica statua altra più elegante, invitò da Roma all’opera esperto scultore e quantunque i cittadini si opponessero a tale sostituzione, pure la novità ebbe luogo, mal col seguente ammirabile avvenimento. Quando la nuova statua si costruiva, e ciò facevasi a porte chiuse dalla chiesa e monistero, per evitare qualche sedizione del popolo, benché la stagione fosse di primavera cioè intorno al principio di Aprile, pure cadde tanta neve per circa venti giorni, che non si potè dagli abitanti uscir di casa. Terminato pertanto la nuova statua, e postasi in venerazione ov’era l’antica nell’Altare maggiore, questa fu messa in dimenticanza in un sito della sacrestia li popolo se ne acquietò, supponendo che il temporale straordinario si fosse disposto dal Cielo per secondare la novità in parola. In tanto soppresso il convento nel 1774, e rimasta dopo qualche tempo la chiesa abbandonata e interdetta, per essere caduti dai travi dal tetto ed avvenuti altri guasti, la divozione verso il detto nuovo Simulacro venne spenta nel cuore de’ Fedeli.

Ma la Madre di Dio non voleva che la sua antica Immagine rimanesse così derelitta. Quindi ai 2 di Febbraio dei 1803, fra i medesimi fenomeni di stagione che accompagnarono la suddetta sostituzione la fece ricomparire nel prímiero Sito sito in modo miracoloso. Imperocchè stando alcuni Civici del Comune a custodire il cadavere di un’incognito creduto mendico e sempre rimasto incognito nonostante le più diligenti ufficiali ricerche, rinvenuto nella porteria di esso convento al I. Febbraio 1803, nel mattino dei 2, giorno sacro alla Purificazione di Maria sempre Vergine, essendo succeduta bonaccia di tempo a più giorni nevosi freddi e impraticabili, si schierarono essi per meglio godere del sole lungo la porta della chiesa suddetta, dopo avervi tolto la molta neve che vi era, ed appena poggiate alcuni di essi le spalle a detta porta la videro, come da altra forza, aprirsi.

Sorpresi i Civici a tal l’atto, sì perché sapevano che la porta trovavasi chiusa a chiave, e sì perché l’aprimento di essa la conobbero effetto di altra causa, mossi da curiosità, vennero ad esaminar l’interno della chiesa; e andando l’occhio sull’Altare maggiore, vi videro con istupore la sudetta antica Statua (che è a mezzo busto con volto maestoso e pietosissimo, è con mani spase ed aperte, in segno di dispensar grazie) sotto un piccolo baldacchino, il quale attualmente si conserva nella chiesa parrocchiale.

Fatto tosto consapevole dei mirabile avvenimento il Pubblico e l’Arciprete D. Angelo d’Amore, quest’ultimo non dimostrò di prestar credenza alla comparsa miracolosa della sacra Immagine, quantunque avesse verificato che la chiave di detta chiesa era rimasta da cinque anni addietro presso di un contadino di tutta buona fede, il quale gli giurò che la chiesa era rimasta sempre chiusa per essi cinque anni; e se non trovava l’opposizione dei popolo, avrebbe sottratto quel mezzo busto dall’occhio del pubblico, il quale avendo verificata per mezzo di persone anziane e veritiere, che quel sacro mezzo busto apparteneva alla Statua antica, ridotta nel rimanente quasi in pezzi, e per la quale gli antenati, in contraccambio di una sempre sperimentata protezione, avevano nutrito affetto e venerazione; ed essendo rimasto convinto che era stata miracolosa la ricomparsa della Mariana Immagine fra le grida di contento e lagrime di tenerezza, fin da quel tempo la salutò col nome di Madonna delle Grazie; e per venerarla come conveniva, ed esercitare in sua chiesa gli officii di pietà, non mancò rendere del tutto informato il Vescovo de’ Marsi, allora Monsignor Bolognesi, e pregarlo dei debiti permessi.

Il Prelato però al pari dell’Arciprete non accolse le brarne del popolo, e solo promise, che essendo prossima la sua andata in Celano per farvi il quaresimale, in questa occasione sarebbe, passando, salito a Cerchio per informarsi meglio della cosa e disporre l’occorrente. Infatti, dopo pochi giorni, partendo per Celano salì, dietro novelle istanze, a Cerchio; ma non ostante che passasse avanti la chiesa ove stava la statua in parola, e il popolo, ivi adunato avessegli fatti ripetutì inviti ad entrarvi, tirò avanti per la casa dell’Arciprete tutti aspettavano che unitamente al Parroco, ripassando, vi entrasse; ma con sommo rammarico degli astanti, così permettendo Iddio a maggior gloria della sua diletta Madre, fu nuovamente sordo agl’inviti dì questo popolo, il quale non fu da lui ascoltato neppure allorchè gli ripetè gl’invìti, quando, passatasi dal Prelato la detta chiesa, si spezzò una delle forti stanche della portantìna entro cui salea egli viaggiare; giacché, accomodata la portantina, proseguì il viaggio per Celano, dove, appena, incominciato A quaresimale, fu assalito da una malattia che in breve lo tolse dai vivi in quella stessa città ai 16 di Marzo dell’anno 1803. Intanto i Cerchiesì niente raffreddandosi nell’amore e fiducia verso la sacra Immagine, anzi sempre più crescendo nel sacro fervore, pregarono vivamente la Beata Vergine a dar segni della sua potenza; e Maria ali esaudì, ìmperocchè condotta dinanzi alla sua Immagine Domenica Carusoni della stessa Cerchio, storpia da sette anni di modo che per molto tempo non poté uscir di casa, potendo a stento cambiar posto con l’aiuto di altre persone e delle stampelle, dopo fervorose preghiere si vide prodigiosamente sanata, tornando in casa da se senz’alcuno appoggio, e lasciate la stampelle in chiesa in segno della grazia ricevuta.

La Beata Vergine à dimostrato esserle inoltre caro questo suo Santuario noti solo coi tratti di sua beneficenza sufferiti, ma ancor con avere si mirabilmente prosperata la ricostruzione di questo convento, che in meno di tre anni con le largizioni e prestazioni dei divoti Cerchiesi e zelo dei nostri Religiosi si è giunto a rialzare il lato orientale; ora tutto abitabile da qualche tempo, ed a rifare sino al suo coprimento il lato meridionale, che guarda direttamente il bello e magnifico lago Fucino.

Lo à dimostrato ancora con aver fatto quasi all’istante scovrire le autrici, già forestiere del sacrilego furto eseguito in una porzione, dei preziosi oggetti, che offerti dai fedeli adornavano l’amabilissima Immagine, i quali ricuperati trovansi sinora presso i ministri giudiziari. Questo furto avvenuto a 9 Aprile 1861 fece orrore ai buoni Cerchiesi, i quali nel medesimo giorno, che seguì la notte del ladroneccio, vennero ad offerire in compenso molte anella preziose a questa loro eccelsa ed amorisissima Avvocata, la quale dimostra la continua materna sua cura verso di noi anche col frequente cambiamento di colore del suo volto, il quale apparisce ora vivace ed acceso ed ora smorto e pallido secondo la diversità di avvenimenti o grati o spiacevoli, come molti attestano di aver osservato fra i quali è il degnissimo Sacerdote di Cerchio D. Nicola Ciotti, che nutre affetto sviscerato verso questo nostro convento e che oggi per adorabile disposizione di Dio ritrovasi quasi del tutto privo di vista Fin qui il lodato padre Dornenico. Da una lettera di don Francesco Antonio D’Amore con risposta di proprio pugno del papa Gregorio XVI 30 Maggio 1832.

Sacerdote Francesco Antonio d’Amore Arciprete della chiesa curata sotto il titolo de Santi Giovanni e Paolo nella Terra di Cerchio Diocese de’ Marsi trovandosi ai piedi della S.V. ardisce supplicarla, che per accresce divozione al Simulacro della gran Madre di Dio sotto il titolo delle Grazie con prodigio di scoperta a di 2 Febraro 1803 nella chiesa dei soppressi Padri Agostiniani Scalzi le piaccia di fare il dono perpetuo alla Chiesa del Tesoro Spirituale delle Indulgenze Plenarie da lucrarsi da chi confessato, e comunicato visitava d.ta immagine nel giorno 2 Febraro che la detta Chiesa con particolar devosione, e frequentata tanto dai Paesani dei luogo, che dal concorso delle circonvicine terre.

La risposta era affermativa. Il 31 dicembre del 1866 il Monastero fu nuovamente chiuso. Si racconta che il sindaco d’allora nell’atto di far uscire i frati avesse dato un calcio al presidente facendolo ruzzolare per le scale procurandogli una Sospetta frattura alla gamba sinistra. Il convento fu ridotto a casaleno, a sede del comune (come lo è tutt’ora) e, all’inizio del secolo, e per pochi anni a Scuola elementare. Ora una parte è adibita a palazzo comunale, un’altra a casa del rettore della Chiesa della Madonna delle Grazie, un’altra a Circolo Culturale Circense, un’altra (era) a sede della loro Loco ora bar Dea, un’altra a ufficio postale ed altri locali affittati dal Comune. Nel primo Centenario della riapparizione di tale Immagine Cerchio allestì un ricchissimo programma di festeggiamenti degni di una città! Incontratosi l’Arciprete con  la detta Carusoni mentre questa, ottenuta la guarigione, dalla chiesa tornava ìn casa, e rimasto confuso e persuaso dell’evídente miracolo, sin d’allora rapportandolo al Vescovo si adoperò presso di lui per avere le desiderate concessioni: ottenute le quali con tutta sollecitudine, dopo pubbliche largizìoni fatte con edificante gara dai Cerchiesi, si restaurò la chiesa, e sì fornì dei necessari arredi, e si fece costruire l’urna ove venne rinchiusa la Statua, si fecero a questa donativi di oro e argento, e si celebrarono feste di religiosa esultanza, alle quali concorsero le migliori bande musicali, l’orchestra di Roma, i più esimi oratori, e vi furono i più ricercati parati.

Intanto stabilì il popolo che si celebrasse ogni anno per sempre con pubbliche prestazioni una festa molto solenne a gloria di Maria SS. venerata in questa sacra immagine sotto il titolo della Madonna delle Grazie nell’ultima Domenica di Settembre, epoca in cui nell’estiva ed autunnale stagione vi è in questi luoghi maggior disbrigo di faccende. E cosi si è sempre praticato sinora, mantenendosi sempre viva nel cuore degli abitanti di cerchio verso la loro gran Madre la fiducia e divozione, alla quale corrispose ella con innumerabili grazie anche miracolose, fra le quali, oltre quella surriferita, eccone alcune di cui si abbia conoscenza circonstanziata, tratte quasi tutte dal libretto dato in luce da D. Benedetto d’AMORE di Cerchio, tanto benemerito di questo Santuario, nel 1855 in Aquila, intitolato Raccolta de’ portenti e miracoli fatti dalla Madonna delle Grazie la di cui sacra Immagine si venera nella Terra di Cerchio.
Anna Maria, figlia bambina di Benedetto Tuccieri, divenuta cieca , portata dalla madre avanti la lodata immagine fu ricondotta sana in casa.
Giuseppe d’Amore essendo prossimo a morire per una pugnalata datagli nel giorno di Pasqua di esso anno 1803, mentre entrava nella chiesa parrocchiale per assistere alla solita mostra delle Sante Reliquie, diè tosto speranza di vita da che egli e i suoi congiunti.

Come mossi da voce interna a ricorrere a questa Beata Vergine, a lei ricorsero fiducia; e poi risanò perfettamente, e perdonò l’offensore. Si narra, che nell’invasione francese, mentre alcuni soldati dell’estero esercito da Sulmona andavano a Celano, tre uomini di perduti costumi in una strada del tenimento di Aielli, Terra limitrofa a Cerchio, sparando contro di essi, uno ne uccisero e due ne ferirono. Il Consiglio di Guerra informato, che fra di essi l’omicida era di Cerchio, deliberò, che a pubblico esempio si mettesse questo paese a sangue, sacco, e fuoco. A sì trista notizia i Cerchiesi ricorsero a questa loro celeste Avvocata, e portandola processionalmente ad incontrare nell’ingresso il nemico, impetrarono da lei, che quegli esteri, vista la veneranda Immagine, da feroci divenissero mansueti, ed accogliendo di buon grado le suppliche del popolo, si contentassero del solo sacco sulla famiglia del creduto omicida.
E si conobbe chiaramente la protezione della Vergine, giacchè di tutte le palle lanciate dai francesi pria che vedessero la veneranda Immagine, una soltanto colpì, ferendo in una gamba un tale che avea spiegata malafede nè primi momenti della ricomparsa miracolosa della lodata Effige, e che ricorrendo a lei tosto guarì perfettamente.

Nel 1817 fabbricandosi nel Palazzo di D. Vincenzo d’Amore in Cerchio, una pietra cadendo dell’alto alla sottoposta strada colpi presso la nuca un fanciullo di nome Barlaam figlio di D. Nicasio Maccallini, ed ora Religioso di merito fra i Francescani Osservanti Riformati col nome di Padre Livio, il quale ivi trovavasi a trastullare con altri ragazzi in posizione curva. Perlocchè stramazzò il fanciullo, e ricondotto qual moribondo in casa, non soccombette aiutato dalla nostra Signora cui ricorsero i di lui congiunti. Il sullodato D. Benedetto d’Amore, spedito da’ medici per gastrica tifoidea che lo assali nel 1826 in Aquila, nel di cui Liceo era studente, migliorò, in un tratto con indossare camicia benedetta presso questa S.S. Vergine, e mandatagli dai suoi.

Il medesimo ebbe anche un’altra grazia, che egli narra nel suddetto suo opuscolo in questi termini: Reduce ai 19 Aprile 1838 da Scanno, ove nell’esercizio di mia professione medico-cerusica mi trovava allora condottato, per recarmi a Cerchio mia patria, unitamente ad un garzone dì mia famiglia, venimmo sorpresi nella montagna di Cocullo da una terribile bufera che ci voleva assolutamente perduti, e dimenandoci, dopo di aver lasciato due vetture che noi portavamo (di cui una rimase soffocata) per trovar salvezza, ci riuscì passare Forca; ma giunti al piano di S. Nicola, a circa le ore 24, rifiniti nelle forze per le continue cadute e viluppamento della neve a vento, che ci obbligava camminare per lo più carponi, e perchè il tempo sempre più infieriva, ci vedemmo non più atti all’azíone e prossimi a rimanere soffocati.

A sì trista posizione, invocatasi con il più intimo del cuore da me la protezione della detta Gran Madre di Dio, mi sentii tosto di tornare coraggio e vigore, ed esortando il pedone ad invocare anch’esso il medesimo soccorso, fummo ambi nello stato di tirare avanti e non ostante il bujo della notte per il quale conoscevamo solo per mezzo della voce essere vicini, non ostante il disperato tempo, che ci obbligava a stare spesse volte per terra quasi soffocati, e non ostante in fine la gran neve cumulata, e che continuava nel modo istesso a cadere., e che aveva tolto ogni cognizione della strada, pure, come da mano celeste guidati, giungemmo a salvamento. Infatti dopo una lunga lotta fra la morte e la speranza, io, che precedeva, diedi di capo ad una fabbrica che conobbi da alcuni segni perchè nulla vedevasi, essere della chiesa della Madonna delle Grazie di Collearmele, sita in mezzo del Tratturo.

La gioja che destossi nel nostro cuore in vederci vicini a Collaermele, suscitò ad ambi maggiore speranza di campare la vita e perchè tutto ripetevamo dalla protezione della SS. Vergine invocata, al pianto di dolore accoppiammo quello di tenerezza. Con una direzione tutta razionale e non di veduta, ci riuscì incontrare il fabbricato di Collarmele, ove semivivi giungemmo a circa ore due e mezza di notte. Così egli. D. Vincenzo Macchiusi di Cerchio fratello dell’insigne nostro benefattore D. Luigi, ed oggi distinto e fervoroso Sacerdote Liguorino, nel 1840 mercè la protezione di questa SS. Vergine campò da una paralisia molto molesta micidiale, cagionata da apoplessia del midollo spinale, avendo fatto voto, se guariva, di farsi Religioso come eseguì.

Il fu D. Raffaele Macchiusi figlio del sudetto D. Luigi venne nel 1847 liberato da polmoniti de giunto alla suppurazione, e D. Antonio d’Amore, zelantissimo Sindaco Apostolico di questo nostro convento, fu da simile malattia liberato nel 1852, con ricorrere amendue a nostra Signora. Suscitatesi ai 26 Dicembre 1851, alle due ore di notte in circa, nel pagliajo della famiglia Ciaglia in Cerchio un’incendio da mettere in pericolo l’intero paese pel soffio de’ venti a contrasto e per la situazione in quella contrada della maggior parte delle stalle del paese, e giudicato incapace ad arrestarsi coll’aiuto umano, condottosi ed espostasi la miracolosa Immagine fuori la chiesa da dove in poca distanza si guardava il luogo incendiato, in un subito da un perfetto sereno comparvero le nubi e quindi venne la pioggia; cessò il contrasto de venti, e infuriò solo quel vento che giovò a reprimere le fiamme, in modo che l’incendio si limitò in quell’unica stalla. Intorno all’anno 1851 la fanciulla di 4 anni Maria Agostina Massari, poscia defunta, trovandosi storpia, fu dalla madre Teresa portata a questa SS. Vergine, e mentre la madre pregava, mostrò premura di camminare, e potè da se sola salire i gradini dell’Altare, ov’è la sacra Immagine. Intorno poi al 1856 il padre di costei Gregorio ricorrendo con la sua divota moglie a questa nostra Signora fu liberato da eticia così avanzata da temersi di lui una prossima perdita.

Nella sera de’ 23 Settembre 1853 stando, i fuoschisti: Vincenzo d’Amore di Cerchio e tre suoi figli nella solita camera a lavorare per tre fuochi artificiali, due de’ quali erano per la prossima festa della nostra Signora, scoppiò un’atomo di fosforo. che inosservato stava coi colori che tritavansi, e all’istante si accese tutto il gran materiale infiammabile ivi preparato, scomparendo all’esplosione il tetto della camera, gli stipiti della finestra sbalzati, le mura scosse come da tremuoto con la vicina contrada e danneggiate in più punti, e cadendo a pioggia benchè senza offesa dei transitanti. i canali e le tavole del tetto nei vicini contorni; onde gli abitanti ne divennero sommamente atterriti. Degli artefici Francesco che trovavasI vicino la porta d’ingresso, alla prima vista della fiamma fuggì traendo seco la porta il fratello di anni 10 ch’evagli al fianco.

I due altri, o sia il sudetto Vincenzo e il suo figlio maggiore Paolo, che erano più dentro la camera, doveano certamente rimanere straziati ed estinti nell’atto dell’esplosione; ma perchè invocarono questa Madre delle Grazie, non perirono, riportando mirabilmente delle sole scottature in tutte le parti scoverte, rimanendo le coverte preservate mercè i cittadini che accorsi smorzarono le loro vesti ardenti. Ricondotti i due in Parola in casa semivivi, non solo andarono salvi dalla morte, che in essi temevasi, ma per la fiducia che si proseguì ad avere in Maria, riacquistarono la totale sanità.

Al 9 Settembre 1856 conducendo a Cerchio per Fucino da Trasacco i trasaccani Croce Venditti, Giuseppe e fratello d’Agostino, Camillo CAMPISE, e Giulio Ippolito in una nave legna da servire per cuocere una fornace di calce e cretaglia necessaria alla costruzione di una scarpa da farsi al lato orientale di questa chiesa di nostra Signora, vennero sorpresi da vento sì violento e pertinace, che a poca distanza della riva di Cerchio la nave empita di acqua cacciò fuori le legna e con le legna i cinque barcajuoli. Or questi mentre lottando fra i flutti si trovavano in posizione di sicura perdita, poterono, invocando la Madonna delle Grazie, afferrarsi in una punta della sommersa nave, che appena scorgevasi non perfettamente ricoverta dalle acque, e la quale poi, come tirata, da invisibile ajuto, corse sott’acqua verso la diga, ove col mezzo di funi. loro gettate dagli accorsi al disastro miracolosamente salvandosi.

Al 1. Agosto 1858 trovandosi il fanciullo di quattro anni Clemente Jacobacci in una cantina di D. Antonio d’Amore col suo padre Michelangelo, il di cui suocero Angelantonio Tornassetti tenevala in fitto, gli cadde sopra dalla parte anteriore una botte vuota della capienza di circa sette salme. smossa per urto che egli diede ad essa in atto di trastullare. A tal vista il padre sicuro che il figlio veniva schiacciato, invocò tosto l’ajuto della Madonna delle Grazie., e sollevando immantinente la botte, lo trovò dentro di essa senza lesione, penetratovi per la portella in modo certamente miracoloso al riflesso che in uscirne fuora ci dovè per la strettezza dell’apertura stentare. Venne subito col figliuolo a piedi scalzi a ringraziare Maria del favore ricevuto. Ora narriamo un altro gran portento, fatto da questa Beata Vergine. Esisteva poche canne lontane da questo convento in un largo di proprietà di D. Benedetto d’Amore un profondo, prodotto dallo scavamento dell’arena da servire alla ricostruzione di detto convento, lasciato in un punto inavvedutamente a grotta.

Ai 27 Maggio 1859, alle ore circa 22, cinque ragazzi di due famiglie vicine a detto luogo, cioè Mariantonia di anni 12, Maddalena di dieci, Evangelista Antonio di otto, ed Alfonso di mesi 22, figli di Domenico del fu Gianpaolo Continenza. e Carmine di anni 12, figlio di Angelo di Antonio Tuccieri stando a trastullare in quella grotticella, cadde improvvisamente su di essi il soprastante masso, in modo che rimasero tutti interamente sepolti.

Dal rumore di questo lamento, accompagnato da confuse vocine, e fatto come da presentimento, avvertito della disgrazia il sopradetto Domenico Continenza, che per buona fortuna si trovava in casa presso una finestra che corrisponde al vico che conduce al sopraccennato largo, corre subito al luogo del rumore, e nel vedere la fossa ripianata a fresco lamamento si fa certo che questo era stato la cagione dei rumore e dall’idea delle vocine soffocate in mezzo ad esso accertato che i figli suoi, che raggiravansi in quei contorni, e che non vedeva, erano rimasti sepolti, tornò indietro a prendere una zappa, che appena entrato trovò a caso presso la porta, ed a chiamare sua moglie e chi altro poteva nel momento prestare aiuto, e tornato nel luogo della disgrazia, si adoperò con tutta forza e diligenza a rinvenire i suoi figli. Scavatosi circa un palmo di terreno, rinvenne infatti in primo luogo Maria-Maddalena a faccia per terra ed a poca distanza in maggiore profondità scoprì Evangelista-Antonio, ambi alquanto stupefatti e maltrattati.

Nello scovrire però questi, aggiunse non volendo altro terreno sopra i due altri suoi figli che non sapevano ove si fossero; ma alla fine coll’aiuto di altri che accorsero, specialmente di Angelo Tuccieri e moglie che reclamavano benanche il loro figlio Carmine, che si era visto con i figli di lui, dopo circa un quarto d’ora di ricerca rinvenne nella profondità circa tre palmi Maria-Antonia e sotto di questa Alfonsino, ambi cadaveri senza segno di respiro con volti lividi ed insanguinati.

Collo scovrire intanto questi si soprappose maggior terra sul detto Carmine, la quale, per la grande premura che si aveva dai suoi a rinvenirlo, sì da questi come da coloro che accorsero in ajito, vennegli coi piedi calcata, per ignorarsi il luogo ove giaceva. Alla fine in sito alquanto distante da quello ove erano stati trovati gli altri, nella profondità di circa un palmo fu rinvenuto, a dire degli astanti, morto, perchè senza moto e rispiro, e con volto livido e travisato qual cadavere.

A misura che i detti ultimi, tre ragazzi venivano disseppelliti, i parenti e gli accorsi li riconducevano in questa chiesa della Madonna delle Grazie a presentarli all’inclito miracoloso Simulacro, a chiedere grazia di vederli campare la vita. Posti dunque sotto la protezione di Maria SS. dietro le più calde preghiere dei parenti e degli astanti con meraviglia di tutti, l’uno dopo l’altro, dopo qualche tempo della loro permanenza in Chiesa, fra le preghiere e le grida dei congiunti e degli altri di Grazia Maria SS. Grazia Maria, dettero dei segni di vita tali, che tutti esclamarono, fra le lagrime di tenerezza, essersi già ottenuta la grazia.

Infatti Alfonsino, dopo ricondotto in casa, quantunque rimanesse nel corso della notte convulso e privo di sensi con serio pericolo di vita, nella mattina si vide libero in modo che riportato da’ suoi in questa Chiesa, ove fu celebrata la messa cantata in ringraziamento a Maria SS., con istupore di tutti, camminava come nello stato sano. Maria Antonia riportata in casa, qual moribonda, senza moto, tranne qualche convellimento nervoso e contorcimento muscolare, senza sensi e con una respirazione quasi insensibile e senza polsi (pel quale stato a circa le ore due di notte venne da me assoluta sotto condizione) nel mattino fu trovata in uno stato plausibile, e andò mari mano migliorando in guisa che, mentre si celebrava la cennata santa messa a Maria SS., venne considerata fuori di pericolo, riacquistando sensi e moto, rimanendo solo una contusione in corrispondenza dell’articolazione del femore destro, che l’obbligò a stare alcuni altri giorni in letto. Carmine Tuccieri, poi dopo essersi visto respirare dietro le grida di preghiere come sopra e dar segni di vita, ricondotto in casa, man mano da uno stato pericolosissimo di vita, fu visto nel mattino con sorpresa di tutti nello stato quasi sano, tanto che fu nella possibilità di venire nella seconda susseguente mattina ossia nella mattina de 29 suddetto Maggio co’ proprii piedi, accompagnato da’ suoi, alla chiesa della Madonna SS. per ringraziarLa di tanto ammirevole beneticio.

La Vergine SS. delle Grazie non permise che in uno scavo di arena servita per la ricostruzione del suo Convento rimanessero sepolti cinque innocenti fanciulli; e questa grazia miracolosa (così si espresse all’oggetto il medico D. Benedetto d’Amore) è tanto manifesta da non potersi negare da chicchessia, poichè (prescindendo dalle tante favorevoli combinazioni che debbono dirsi di grazia, di essersi cioè trovato pronto al soccorso Domenico Continenza, che non era solito a quell’ora stare in casa, l’aver quasi trovata appuntino la zappa che quasi mai si conservava in casa, e più che mai nel luogo ove la rinvenne, e l’esser accorso istantaneo e sufficiente aiuto a sovvenire i miseri disgraziati per Maria-Antonia, Alfonsino e Carmine il solo miracolo poteva salvarli, stantechè per legge fisiologica non era possibile che potevano sopravvivere all’avvenimento. Così il Lodato Medico curante. Il Padre de’ quattro ragazzi à fatto sinora celebrare la messa cantata in onore di questa SS. Vergine nel giorno anniversario della grazia ricevuta.

5. Cerchio memore di tanti favori speciali ricevuti dalla Sua amatissima Avvocata e Madre, Maria delle Grazie, e sicuro della di lei futura protezione, pieno di fiducia e divozione offre alla medesima ogni anno degli omaggi di venerazione, fra i quali son da notarsi, oltre alla festa primaria celebrata con gran solennità, come dicemmo, nell’ultima Domenica di Settembre, un’altra festa che preceduta come l’anzidetta, da novena, si fa nella medesima Sua chiesa al 2 di Febbraio in memoria della ricomparsa di questa sacra Immagine a spese e divozione degli eredi del Signor Giovanni Cipriani in forza di una disposizione testamentaria, colla quale volle esso Giovanni dimostrarsi grato alla Vergine per aver avuta la sorte di trovarsi Sindaco di questo Comune nel tempo di detta ricomparsa. Dippiù si fa il Mese Mariano, pel quale offre la cera il Signor Vincenzo Continenza per grazie ricevute. La notizia de’ prodigi di nostra Signora, sparsasi per ogni parte, chiamò, specialmente sul principio, dei forestieri a Cerchio a venerarla e a dimandarle protezione e grazie, e furono quasi tutti esauditi.

Così un certo Filippo Rosa di Solmona, che cieco da due anni, essendo povero andava limosando scortato da un suo parente, condottosi ai piedi di questa sacra Immagine, pregò ed ottenne luce. Un uomo di Celano, di noi-ne facilmente Giuseppe Di STEFANO, spedito dal medico dietro la caduta da un’albero, onde gli si strappò il ventre sino ad uscirne fuora le viscere, condotto a questa SS. Vergine in un cataletto con al fianco il Sacerdote assistente qual moribondo, nell’atto di chiedersi la grazia, si ridussero le viscere nel ventre, e il paziente sempre migliorando, in pochi giorni sanò perfettamente. Un’uomo di Lecce de’ Marsi cieco, e uno di Gioia storpio, condotti alla nostra celeste Avvocata, tornarono liberi alla patria. ‘Ecco poi un fatto di singolare gloria per l’alto simulacro, che possediamo. Un tal gentiluomo di un vicino paese, venuto in Cerchio pei suoi affari nei primi dì dell’entusiasmo di questi abitanti per la felice ricomparsa dei sudetto, gittò parole di derisione, chiamando stolto questo popolo perchè venerava una Testa di creta cotta.
Ora tornando in patria fui assalito da fiero dolore di capo che si aggravò sino a ridurlo in pochi giorni all’orlo del sepolcro.

La sua divota moglie ricorse per la di lui guarigione alla stessa Beata Vergine che egli aveva oltraggiata, ed ottenne la grazia. Vennero poi ambedue a ringraziarla, lasciando in chiesa le spoglie con altri doni. t anche obbligata a questa nostra Signora Giovanna Melaragni moglie di Agostino Capanna di Arischia, Terra a cinglia e mezzo dall’Aquila, e da Cerchio 29. Costei con visitare questa B. Vergine intorno all’anno 1810 restò libera da grave male dell’occhio sinistro che tenea voltato, poco vedendoci e soffrendovi spesso forti dolori. Venne a visitare questo Santuario stimolato da un suo zio, Laico Agostiniano, di nome Angelo Capanna, che era tornato nel secolo per la soppressione del convento Aquilano di S. Agostino, e che l’animò al divoto viaggio allegandogli esempio della Signora Marchesa Torres aquilana, la quale con visitare questa Madre delle grazie era stata liberata da doglie tali da non poter camminare, e da esservi portata in sedia; e riuscì dalla chiesa coi piedi suoi. Giancolombo Pantano contadino di Colleamele, divenuto per un’artritide come un pezzo di legno da caminare a stenti con le stampelle, onde si ridusse nella miseria e in braccia dei più forti dolori, in una notte del Gennajo del 1851 stando fra sonno e veglia si sentì comandare da una voce interna di ricorrere alla Vergine SS. delle Grazie di Cerchio, se voleva salvarsi da quella malattia. Destatosi propose eseguirlo appena che la strada e i tempi il permettevano.

In fatti vedutosi in breve nell’opportunità, vi si condusse in compagnia di un figlio. Pregato avanti la sacra Immagine, si mise in viaggio per riportarsi in Collearmele, ed appena posto piede fuori l’abitato di Cerchio, avvertì essere divenuto più spedito nel noto, più agile nel corpo, e quasi liberato dai dolori; perocchè non ebbe più bisogno delle stampelle ritenendone una sola per semplice appoggio richiesto dalla sua machina per solo altri otto giorni, a capo de’ quali, essendo venuto novamente a questa sacra Immagine, tornò perfettamente sano e libero, sicchè ripigliò ben tosto l’esercizio delle fatiche campestri. Dalla seguente lettera, diretta al sullodato D. Benedetto d’Amore da Farindola, diocesi di Penne, colla data de’ 2 Dicembre 1855 dal suo fratello sacerdote D. Francesco, si rileva altra grazia singolare ricevuta da nostra Signora: ” Dovete conoscere, così egli, che la figlia di D. Marcellino Nardis, che vi saluta, rattrovandosi nel principio del prossimo passato mese quasi vicino a morire per una febre gastrica verminosa infiammatoria degenerata a Tifo, spedita dai professori, à ricevuto il miracolo dalla nostra Vergine SS. nel seguente modo.

Vedendola io in quel caso così disperato, e mirando l’afflizione de’ genitori quasi immersi nella disperazione, perchè trattavasi di perdere l’unica figlia, suggerii loro far ricorso alla nostra Madre SS. delle Grazie, cui fecero voti col porre sopra la piccola inferma moribonda il libretto de’ miracoli da voi raccolti e mentre si facevano le più calde preghiere, nel finire le litanie, al dire Mater gratiarum, ora pro ca, si vide del sopimento di morte destare, chiamando la sua madre, alla quale fece tanta premura di alzarsi ed uscire in cucina, che dovette secondarsi. Figuratevi la meraviglia degli astanti, ed il gaudio de’ genitori. La ragazza proseguì a migliorare, ed oggi è sanissima. Il detto D. Marcellino e sua moglie an fatto proponimento di portare la detta ragazza in Cerchio per ringraziare la SS. Vergine a lasciarle la spoglia “.

Così la lettera. Vennero infatti a ringraziare a Maria nel Maggio del seguente anno 1856. Aggiungiamo qui altra grazia, ricevuta dalla mia Signora zia materna, pocanzi defunta, D. ArmaMaria Cappelli moglie di D. Giuseppe Lattanzii di S. Lorenzo di Beffi, e riferitami dalla mia Signora Cognata D. Teresina Pietropaoli nè Lattanzii con la seguente lettera de’ 12 Febbrajo 1858: ” vi scrivo il sogno che ebbi la mattina del giorno delle sante Ceneri del caduto anno 1857, ed è il seguente. Sembravami che una persona di Famiglia, senza poter precisamente conoscere chi ella fosse, trovavasi gravermente sopraffatta da un mal’essere, che minacciavagli pericolo di morte. Su tale istante estremamente atterrita, mi sovvenne in pensiero di ricorrere alla potente protezione della Vergine SS. delle Grazie di Cerchio, ed invocatala per la terza volta (e immagino che anche a viva voce dovetti chiamarla), mi destai dal sonno, trovandomi in tanto timore che appena sapeva credere essere stato un sogno.

La sera poi dello stesso giorno, nelle ore due, questa mia Signora Suocera al fin della cena ebbe un colpo apopletico con continuati vomiti, e temevasi di sua vita. In tale incidente e dopo di avergli apprestati de’ rimedi che più stimavansi opportuni, ma il male essendo tuttavia pertinace, mi ricorda, del sogno avuto nella mattina, feci immantinente ricorso alla Madonna delle Grazie prendendo la sua sacra Immagine, che presso di me conservava, la diedi a baciare all’inferma, esortandola ad aver fiducia alla Vergine, e nel contempo con tutti di famiglia furono recitate le Litanie della Madonna. Il male andò sempre più a diminuire, ed ora mercè il divino aiuto ed i diversi rimedii apprestatigli trovasi non poco rimessa in salute “. Così nell’indicata lettera.Pasquale del fu Biagio Cajone di S. Demetrio con ricorrere a questa Beata Vergine, il di cui ritratto aveva presso di se, mandatogli da noi a sua richiesta, fu liberato ai 10 Febbraio 1859 da un’ostinata idropisia; e poi venne col suo parente Sacerdote D. Pietro Aureli a ringraziarla.