t1

Comune Di Ortucchio

t2

Testi a cura del Prof. Giuseppe Grossi maggiori info autore
Così il De Nino descriveva nel 1892 i resti presenti sul Monte Praticelle (14): “… Nessuno poi dei patrii scrittori fa menzione delle antichità da me scoperte sul monte che ripido s’innalza nella contrada s. Manno.
Già appena cominciasi ad ascendere veggonsi frammenti di pythoi, di stamnoi, di tegoloni.
Crescono questi frammenti man mano che giungesi al culmine, dove trovasi uno spianato che va degradando dalla parte opposta e che si denomina la Civita.
E da quella parte si prolunga una notevole estensione di cinta poligonica dell’età primitiva, più o meno alta, e qua e là interrotta, per la lunghezza di oltre m. 400. A nord-ovest la cinta, per m 76, è di vivi massi, riannodata alla cinta artificiale con mura lunghe m 6,10, larghe m 1,80 e alte m 8,40.
La cinta segue per la lunghezza di m 8,40, in pietre accatastate, e poi per altri m 165, parte conservata e parte scomposta; quindi per m 75 è discretamente conservata e della stessa larghezza.
La cinta piega quindi ad ovest, per m 60, e in ultimo, lasciando ovest e piegando a sud, si prolunga per altri m 30. Continuando ancora, seguono rocce inaccessibili.
L’ingresso stava anche da quella parte della residuale cinta; giacché al disotto, in un vallone che si curva e va a riuscire al piano di s. Manno, sono manifeste, in vari punti, le tracce di una strada tagliata nella rupe… ” (15).
Il centro fortificato è attualmente mal conservato e molti tratti descritti dal De Nino sono ormai completamente crollati o nascosti da una folta vegetazione.
L’oppidum è situato sull’altura detta ” la Civita di S. Manno ” o ” le Pretacce ” (sbagliato è invece il nome moderno di Praticelle, dovuto ad un errore dei cartografi piemontesi che compilarono le prime carte militari della zona), a quota 911 che costituisce la sommità del complesso fortificato.
Ancora visibile, sebbene in parte crollato, è il settore sud sud-ovest con tratti di murature in opera poligonale di I e II maniera conservati fino a tre filari di blocchi in elevato (figg. 21-22).
Sul lato sud-est il recinto è costituito da una tagliata di roccia in alcuni casi artificialmente adattata a muro; sui settori nord ed ovest la vegetazione cospicua e folta non permette di percorrere il circuito murario. Sul lato sud-ovest è visibile l’ingresso al cireuito murario (tav. Il) che è costituito da una porta a ” corridoio interno obliquo “, di cui non è possibile dare le esatte misure della profondità dell’ingresso, dato lo stato di rinterro, ma con larghezza di circa due metri (16).
Nelle vicinanze della porta, nell’interno, è possibile riconoscere i resti di una strada interna anulare che permetteva di percorrere il circuito murario e che divideva l’abitato dagli apprestamenti difensivi (17).
Nell’interno e sui resti crollati delle mura, in vicinanza della porta, si notano sulla superficie numerosi frammenti fittili relativi a teguale (tegoloni), vasellame (per lo più olle d’impasto con presine a linguetta) e una massa enorme di dolia: quest’ultimi caratterizzati da un impasto grossolano ricco di inclusi e di cui si possono riconoscere alcune forme caratterizzate da semplici decorazioni a impressioni digitali.

Sono inoltre da notare anche resti di macine e macinelli di pietra vulcanica, in prevalenza trachite di provenienza laziale (tav. IV).
All’esterno della porta e per tutto il settore sud-ovest, si notano i resti, in parte ricolmi dal crollo delle mura, di un fossato difensivo scavato nella roccia calcarea del pendio, La funzione di questa difesa avanzata (il fossato) era quella di rendere più sicura la parte sud-ovest del recinto murario più esposta all’attacco proveniente dall’esterno, sia per la presenza della porta che per il declivio dolce visibile su questo settore “(18).
L’importanza del centro fortificato, sicuramente abitato stabilmente data la presenza numerosa di tegolame, è confermata dall’area occupata, di circa 15 ettari, e dalla grandiosa strada carraia che permetteva i raggiungere il centro dal piano di S. Manno (tav. Il). La strada è per intero ricavata sulla viva roccia calcarea del pendio est sud-est di Monte Praticelle (figg. 23-24); la larghezza supera i tre metri, mentre sul lato a valle è presente un muretto di terrazzamento composto da pietre e blocchi calcarei posti a secco.

La strada, proveniente dalla circonfucense e precisamente dal santuario di Giove e dei Dioscuri, raggiungeva il centro fortificato per poi proseguire per i piani dei ” Tristeri ” e, costeggiando sulla sinistra, entrare nella valle del ” Cantone ” dove è situata la necropoli.
Qui si divideva in due bracci di cui: uno proseguiva per la valle fino a raggiungere ” Le Mandrelle ” (19); l’altro risaliva il vallone ” Casaccone, sul lato destro, per poi toccare, ed aggirare sul lato sud-ovest, l’acropoli della ” Giostra “. Questo secondo sentiero proseguiva scendendo in basso lungo il vallone di ” S. Castro ” per poi raggiungere il ” Vado della Rimessa ” ed il piano di Amplero (20).
Lungo questo sentiero, sui balzi rocciosi sud-ovest di S. Castro (al di sotto della cisterna detta ” tomba del prigioniero “) è venuta alla luce una tomba a ” grotticella ” del IV secolo a. C. con corredo metallico di tipo celtico, composto da due lunghe spade di ferro con relativo fodero, da due punte di lance di ferro intenzionalmente ripiegate e rese inservibili.
Il corredo trova riscontro con la tomba 502 della necropoli gallica di Numana nelle Marche (antico Piceno), datata all’ultimo quarto del IV secolo a. C. (21).
La presenza di alcuni guerrieri galli nella comunità marsa di Amplero è confermata anche da alcuni rinvenimenti avvenuti, in superficie, sull’acropoli della Giostra.
In particolare, oltre ad un bronzetto di cavaliere, forse in abito gallico (in origine applicato sul bordo di un bacile bronzeo), è da segnalare un’applique lanceolata relativa all’attacco di un’ansa di uno stamnos di bronzo. Sotto il foro dell’attacco dell’ansa, tozza raffigurazione di maschera a doppio volto prospettico di satiro caratterizzato, oltre che dalle grandi orecchie drizzate, da spessi e lunghi baffi terminanti a volute.

L’insieme della raffigurazione e il particolare dei baffi trova confronto con sculture dell’area celtica, in particolare con la testa di eroe celtico di Msecké Zehrovice, distretto di Nové Strasecf. (Boemia) (22).
In realtà l’applique costituisce una imitazione, celtizzata, di appliques di stamnoi di produzione greco-etrusca recuperati a Montorio dei Frentani nel Molise e databili, per associazione ad altri materiali, fra il V e IV secolo a. C.. Ritengo comunque che mana nelle Marche (antico Piceno), datata all’ultimo quarto del IV secolo a. C.” .
La presenza di alcuni guerrieri galli nella comunità marsa di Amplero è confermata anche da alcuni rinvenimenti avvenuti, in superficie, sull’acropoli della Giostra. In particolare, oltre ad un bronzetto di cavaliere, forse in abito gallico (in origine applicato sul bordo di un bacile bronzeo), è da segnalare un’applique lanceolata relativa all’attacco di un’ansa di uno stamnos di bronzo. Sotto il foro dell’attacco dell’ansa, tozza raffigurazione di maschera a doppio volto prospettico di satiro caratterizzato, oltre che dalle grandi orecchie drizzate, da spessi e lunghi baffi terminanti a volute.
L’insieme della raffigurazione e il particolare dei baffi trova confronto con sculture dell’area celtica, in particolare con la testa di eroe celtico di Msecké Zehrovice, distretto di Nové Strasecf (Boemia) .
In realtà l’applique costituisce una imitazione, celtizzata, di appliques di stamnoi di produzione greco-etrusca recuperati a Montorio dei Frentani nel Molise e databili, per associazione ad altri materiali, fra il V e IV secolo a. C. (23) Ritengo comunque che il nostro esemplare vada datato, stante l’imitazione, alla seconda metà del IV secolo a. C., anche perché associato ad altri materiali di una stipe votiva databile al IV-III secolo a. C. (24) Altro elemento che giustifica la nostra datazione è uno stamnos rinvenuto in un tumulo di pietre a secco a La Motte-Saint-Valentin in Francia, utilizzato come cinerario e con attacchi delle anse di tipo “… scutiformi con delle teste di satiri stilizzate “, datato al IV secolo a. C. e di provenienza italo-greca (25).

Note
(14) Per l’oppidam marso vedi: A. Di Pietro, Agglomerazioni delle popolazioei attaali della Diocesi dei Marsi, Avezzano 1896, p. 271; A. De Nino, Avaezi di antiche costruzioni e resti di recinti antichissimi scoperti nel territorio del comune (di Ortacchio), in ” Notizie Scavi ” 1982, p. 207; C. Letta, Il territorio del Fucieo irs età preromana e romaea, problemi topografici, storici, archeologici, nel volume, AA. VV., Fucino cento anni, 1877-1977, Avezzano 1979, p. 113, n 29; G. Grossi, L’assetto storico ecc., cit., p. 171, n 34.
(15) A. De Nino, op. cit., p. 207.
(16) Per questo tipo di porta, molto diffusa negli oppida della Marsica, vedi, G. Grossi, I recinti fortificati, ” oppida ” e ” castella “, marsi, nel volume di AA. VV., Atti del I’ Convegno Regionale dei Beni Caltarali ed Ambientali d’Abrazzo (Capestrano 1980), Chieti 1981, pp. 66 e nota 12 bis.
(17) Per le strade anulari interne “fasce anulari” vedi G. grossi l’assetto sotiroc ecc. cit. pag. 135
(18) Per i fossati presenti in altri recinti fortificati marsi vedi L’assetto ecc., p. 153 nota 33, e tav. III fig. 1; I recieti ecc,, p. 66 e n. 11.
(19) Per la strada vedi G. Grossi, L’ussetto storico ecc., cit., p. 171, 176. Per la necropoli del Cantone vedi: C. Letta, Scavi nella zona di Amplero, relazione preliminare 1969-1971, in ” Studi Classici e Orientali “, vol. XXIV, Pisa 1975, pp. 51-60; Idem, Gli scavi dell’Università di Pisa nella zona di Amplero (comune di Collelongo), in ” Abruzzo “, anno XIII, n’ 1-2-3 del gennaio-dicembre 1975, Pescara 1975, pp. 4-9.
(20) Recentemente scavi clandestini hanno evidenziato un braccio della necropoli del Cantone posto su un percorso che risale in direzione della Giostra sul lato destro del vallone Casaccone. Si tratta di cinque tombe a camera ed altre tre a fossa (scavate nella roccia), poste su un percorso con andamento NE-SO a quota 1003. Altre tombe sono state violate dai clandestini nel Vado della Rimessa: si tratta di quattro tombe ” a grotticella “, ricavate nella roccia del pendio di S. Castro, con stele-chiusino sul davanti del tipo porta Ditis, databili forse al II secolo a. C. Per le steli vedi lo studio di Sauro Gelichi, Stele con rappresentazioee di porta in area marsa, in ” Quaderni ticinesi di numismatica e antichità classiche “, Lugano 1979, p. 126s. e note 12-13 (un frammento di stele tipo porta Ditis è visibile fra le tombe violate della necropoli del vallone Casaccone). Il sentiero che risale dal Vado della Rimessa per raggiungere la Giostra è sicuramente il sentiero più antico dell’insediamento di Amplero, sia per la presenza di una tomba del IV secolo a. C. che per il collegamento con la porta dell’acropoli, oppidum, della Giostra.
(21) Giuseppina Spadea, Numana, in AA. VV., I Galli e l’Italia, Roma 1978, p. 186 s. : per Ia spada lunga vedi anche la tomba 214 che conserva anche il fodero in ferro con sommità arcuata simile ai due foderi della tomba di Amplero.
(22) Jan Filip, l Celti alle origirsi dell’Europa (Celtic Civilization and its Heritage, Praga 1976 titolo originale), Roma 1980, foto 20 e p. 178 ss. fig. 41.
(23) Angela Di Niro, Montorio nei Frentani, in AA. VV., Sannio: Pentri e Frentani dal VI al I secolo a. C., Roma 1980, p. 81 s., n 1, fig. 24, 1: si tratta di tombe a incinerazione, distrutte durante lavori di sbancamento per l’ampliamento di una strada; i due stamnoi recuperati costituivano i cinerari. B possibile che queste tombe siano pertinenti a due personaggi celtici: sepolture celtiche in cui sono utilizzati stamnoi come cinerari sono segnalate in Francia a La-MotteSaint-Valentin a Courcelles-en-Montagne (Haute-Marne), datate al IV secolo a.C.; per esse vedi l’articolo di André Thenot, I caratteri dell’Arte Celtica, in AA. VV., I Galli ecc., cit., p. 56, n’ 128.
(24) Furono rinvenuti nella primavera del 1983, in superficie perché riportati in luce da frettolosi scavi clandestini, da alcuni turisti aquilani che consegnarono il tutto al IVIuseo delle tradizioni popolari abruzzesi di Pescara. Si tratta prevalentemente di monetazione greca e romano-campana del IV-III secolo a. C. associata a diversi bronzetti e all’applique da noi studiata.
(25) Vedi André Thenot, I caratteri dell’Arte Celtica, cit., p. 56. Si tratta con ogni probabilità di bronzistica greco-etrusca prodotta in qualche officina della Valle Padana (Spina o Adria?) per committenti galli, quindi improntata su una produzione di scadente qualità attistica e con introduzione di elementi stilistici cari al mondo celtico.

Questa presenza gallica nell’insediamento italico-romano di Amplero non è del tutto isolata nel territorio marso ed in generale sabellico (26) : essa deve essere messa in relazione alle incursioni senoniche su Roma, l’Etruria meridionale e Lazio nella prima metà del IV secolo ed anche alla presenza di mercenari gallici che operarono al soldo delle popolazioni sabelliche durante le guerre sannitiche. Per le testimonianze posteriori al IV secolo si puà pensare alla integrazione di alcuni gruppi senoniei con la gente del luogo dopo la sconfitta a Sentino nel 295 che costrinse alcuni dei gruppi gallici, sopravvissuti allo scontro, a seguire la ritirata delle truppe sabelliche verso i loro luoghi di origine.

L’insediamento italico-romano di Amplero (tav. I, 3-4-5), compreso fra i territori dei comuni di Collelongo e Ortucchio, rappresenta una delle novità più appariscenti dell’archeologia italica, soprattutto nel campo dello studio degli insediamenti minori, oici, e castella. Si tratta infatti dell’unico complesso abitativo italico accuratamente esplorato e scavato con rigorosi criteri scientifici dalla Università di Pisa già dal 1969. Esso si compone di un grande insediamento, vicus, con abitazioni disposte su terrazzamenti di opera poligonale e dotate di riserve idriche, di un castellum che funge da acropoli, con due edifici templari e una cisterna nell’interno delle mura e di due necropoli, poste a nord-est e a sud dell’abitato. Estremamente interessante è l’acropoli, ocri, della ” Giostra ” (tav. I, 3; tav. V) (quota 1032,94) che presenta una cinta muraria, in opera poligonale, con circonferenza di 350 metri e dotata di una interessante porta a corridoio interno obliquo.

La recinzione muraria è databile al IV secolo a. C., sebbene presenti ampi restauri relativi al I secolo a. C. e testimoniati dalla costruzione di un aggere sul lato nord: unici resti relativi alla primitiva cinta muraria sono rappresentati dalla porta, sul lato sud, e da un breve tratto della recinzione sul lato est. All’esterno della cinta muraria sono inoltre presenti delle difese avanzate costituite da tre fossati scavati nella roccia calcarea del pendio e in gran parte colmati dal crollo della sovrastante cinta muraria. Nell’interno sono dei resti murari relativi a due edifici templari, ad una cisterna circolare ricavata nella roccia e foderata di blocchi, ad una stipe votiva scavata nella roccia ed a un fondo di capanna (o tettoia?) italica della fine del IV secolo a. C., testimoniato dalla presenza di nuclei di intonaco e da un grosso foro circolare realizzato nella roccia di fondo e riferibile ad un letto di palo ligneo.
L’edificio di culto piccolo deve la sua forma attuale ad un rifacimento dei primi secoli del medioevo: in origine, invece, doveva essere più grande ed inglobare, forse, anche la cisterna (dell’edificio originario sono riconoscibili i lati est e sud in opera poligonale).

La stipe votiva, relativa all’edificio piccolo, presenta materiali dal IV al I secolo a. C. che testimoniano la frequentazione del tempio che, dopo un restauro di età graccana (testimoniato dalla pavimentazione in cocciopesto), fu completamente abbandonato verso la metà del I secolo a. C., forse in relazione alle distruzioni apportate dalle operazioni militari romane degli ultimi anni della guerra socîale. Anche la seconda stipe votiva, messa in luce da recenti scavi clandestini, è da mettere in relazione con l’edificio più piccolo, oppure con altro sacello ancora da individuare.

L’edificio di culto grande, in opera incerta, presenta tre celle non comunicanti ma aperte su un pronao lateralmente chiuso. Esso fu certamente edificato, dopo l’abbandono dell’edificio piccolo, in età triumvirale o protoaugustea (I secolo a. C.) ; nell’interno della stanza centrale, pavimentata in coeciopesto (opus signinum) di colore rosso decorato da tessere bianche, è visibile una base in muratura destinata a un simulacro di culto di cui sono stati rinvenuti i resti relativi ad una statua in terracotta. Sulle pareti erano presenti delle pitture parietali del tipo di primo stile pompeîano caratterizzate, oltre che dallo zoccolo nero (alla base) e rosso, da una serie di pannelli rettangolari con campo giallo incorniciati da strisce rosse, verdi e azzurre.
Forse nella metà del I secolo a. C., oltre alla edificazione del tempio a tre celle, si procedette ad un ulteriore restauro della cinta muraria che fini per assumere la funzione di temenos (27) . Il villaggio, vicus, è posto a sud del centro fortificato (tav. I, 4) sui pendii di S. Castro ed è divisibile in tre gruppi: il primo sul pendio di S. Castro secchio (dove si vedono le ” Stallette “); il secondo in S. Caslro nuovo, la Giostrella e ” sopra S. Elia “; il terzo sui pendii e fondovalle della valle del Cantone.

Gli scavi dell’abitato hanno interessato prevalentemente il secondo gruppo ed in piccola parte il terzo. Dagli elementi emersi si è accertata la data di frequentazione dei due gruppi che sembrano essere sorti intorno al II secolo a. C. con successive modificazioni databili al I secolo a. C., fino alla fine del I secolo successivo. Più interessante appare il primo gruppo, l’unico ad avere un legame topografico con l’acropoli della Giostra, certamente il più antico dei tre, data la presenza, sui lati e nel fondo, di necropoli e sistema viario databili fra il IV e Il secolo a. C. Notevole è anche la tipologia muraria che appare più raffinata (III maniera poligonale) rispetto a quella attestata negli altri due. E’ anche da notare che ai limiti sud-est del complesso è situato un santuarietto su terrazze poligonali, caratterizzato da una cisterna a tholos detta ” pozzo Massotto “, che trova confronto in ambiente equicolo e marso (28).

Più conosciuta è la necropoli del Cantone, situata a nordest della Giostra, con tombe a fossa o loculo coperte da lastroni e tombe a camera con copertura a volta. Dalla tomba n 14 vengono i resti di un interessantissimo letto funerario in osso, attualmente in attesa di restauro e sistemazione presso la Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo (Chieti). Le tombe, databili dalla seconda metà del I secolo a. C. alla prima metà del I secolo d. C., sono poste in due file parallele sui declivii della valletta del Cantone: in alcune è visibile la stele con rappresentazione di porta timpanata, porta Ditis, con relativa iscrizione funeraria alla base del timpano. I materiali rinvenuti sono prevalentemente costituiti da olle, contenute in una apposita nicchia ricavata nelle pareti lunghe della tomba, olpai globulari e carenate, balsamari fittili fusiformi o a bottiglina, balsamari di vetro colorato, fibule di ferro ecc.(29)
L’abitato continuò a vivere anche in età tardo-antica e medioevale, anche se in limiti più ristretti, come confermato dalla presenza di tombe tardo-antiche e da due chiese: S. Casto (da cui deriva l’attuale toponimo di ” S. Castro “),
ubicata sul pendio delle ” Stallette di S. Castro “; S. Elia, situata alla base della località detta ” sopra S. Elia ” (30).

Sotto il centro fortificato di M. Praticelle, nella località detta ” La Punta di S. Manno “, sono visibili i resti di due muri di terrazzamento poligonale riferibili ad un santuario italico (tav. I, 6; tav. Il, 1) e descritti dal De Nino nel 1892 : “… Nel territorio di Ortucchio, alla contrada s. Manno, di tempo in tempo e in una estensione alquanto vasta, si scoprirono avanzi di muri antichi e frammenti laterizi di età diversa. R quindi ovvio doversi ritenere che quivi sorgesse prima un pago, e poi un tempio cristiano, dedicato al santo da cui si nomò poi la contrada. Del pago non ne fanno cenno né il Febonio, né il Corsignani.
Si sa invece che in s. Maneo sorse già non solo una chiesa, ma un monastero di Cistercensi, distrutto poi dall’anarchia barbarica prima del mille. Nello stesso sito, addossati all’attiguo monte sono stati fortuitamente scoperti alcuni resti di mura ciclopiche, senza cemento, lavorate a scalpello. Uno di tali avanzi, di soli quattro blocchi è lungo m 4,50, un altro, alla distanza di m 2,90, in direzione parallela, è scoperto in parte, e tutto accenna insomma a diverse costruzioni di spianate per grande edificio, probabilmente di antico tempio, susseguito da una chiesa cristiana… ” (31). Dei resti descritti dal De Nino attualmente rimane il solo muro in opera quadrata di m 4,50, visibile sul lato a monte della strada provinciale che unisce Ortucchio a Trasacco.
Recentemente lavori agricoli hanno riportato alla luce ossa umane riferibili alle sepolture poste sotto il pavimento della chiesa di S. Magno in Arciprete, attualmente completamente distrutta.

Qui fu rinvenuto un pilastrino votivo con dedica marsolatina a Giove e ai Dioscuri. L’iscrizione votiva, databile all’ultimo terzo del III secolo a. C., è relativa ad un unico dedicante ” Pelro Vibius “, figlio di ” Publio ” che offri il donario (il pilastrino sormondato da un bronzetto), per grazia ricevuta, a Giove ” Iooi ” e ai suoi figli ” Iouiis Pueris ” (i Dioscuri) : in breve ” Petro Vibius, Publii filius, Iovi (et) Eoviis Pueris (donum dedit?) (32) ” .

L’importanza di questa iscrizione per i contatti dei Marsi con la Campania grecoetrusca e l’introduzione del culto dei Dioscuri nella Marsica, è attestata dal Letta: “… Marsi e Peligni possono aver assorbito il culto e il nome [dei Dioscuri] da questi ultimi [gli Etruschi-campani] o da Cuma stessa.
In ogni caso, tale assorbimento è anteriore all’ingresso di Marsi e Peligni nell’orbita romana (304 a. C.) : si deve anzi ammettere che esso sia di molto anteriore a tale data, se ancora all’epoca della nostra iscrizione (ultimo terzo del III secolo a. C.) e all’epoca di quella di Sulmona (metà del II) il nome italico resisteva alla pressione e al prestigio del nome romano, che probabilmente cominciarono ad esercitarsi già all’indomani del foedus del 304…. ” (33).
In poche parole l’iscrizione del santuario di S. Manno di Ortucchio è la ulteriore conferma che il culto dei Dioscuri, come quelli di Ercole e di Apollo, sia giunto tra i Marsi della Campania greco-etrusca già probabilmente dagli inizi, se non prima, del IV secolo a. C.; è quindi da escludere che l’introduzione di questi culti sia da mettere in relazione all’influsso politico-culturale romano.
Altro elemento di estremo interesse è il collegamento fra il santuario e le grosse polle d’acqua presenti ai suoi piedi e nelle vicinanze. Questo legame assai frequente nei santuari italico-romani è conferma dell’importanza che l’acqua assumeva nella religiosità antica, sia per i riti di purificazione (lustratio) che per le qualità curative che le acque sorgive hanno.Le sorgenti della Punta dovettero quindi costituire un punto di riferimento ben preciso nella realizzazione di apparati cultuali, connessi alla sacralità delle acque, presenti nel luogo probabilmente già prima dell’età del ferro (33 bis).
Nelle vicinanze del grande santuario su terrazze di età repubblicana (34) sono presenti altre modeste aree cultuali di tradizione preistorica e legate al ” culto degli antenati “: ci riferiamo alle grotte ” Maritza “, ” La Punta ” e ” La Cava “. Oltre l’importanza che queste grotte rivestono per lo studio della preistoria dell’area da noi presa in esame è per noi interessante che esse furono luoghi di culto all’aperto che precedettero il santuario di Giove e i Dioscuri. Infatti esse, in particolare la Maritza, furono luogo di culto e non più utilizzate per sepolture, già dall’età del bronzo, ma particolarmente in età italico-romana quando i Marsi depositarono vicino le pareti rocciose ex uoto fittili (statuine di terracotta riproducenti offerenti e varie riproduzione di organi del corpo umano) per propiziarsi la grazia dei loro antenati. In questo caso più che cercare, come fà il Radmilli, una ” qualche divinità del luogo ” (35),
appare più probabile che la divinità adorata nel luogo sia la figura dell’antenato, onnipresente e consolidata dalla tenace e secolare tradizione orale. Come già osservato nel capitolo dedicato ad Archippe, nelle grotte di Ortucchio si ha la prova inequivocabile della presenza ininterrotta dell’uomo nel Fucino dal Paleolitico fino all’età romana. Questo dato è la conferma diretta a favore della nascita e la formazione dell’ethnos storico dei Marsi nella sede fucense senza trovare ipotetiche migrazioni, veria sacra, di italici che dalla Sabina sarebbero giunti nel Fucino nel corso del VII secolo. Questa è la tesi del Devoto legata alla convinzione che Ernici ed Equi sarebbero stati i primi italici a raggiungere l’area fucense, seguiti dai Marsi e poi dai Volsci, che avrebbero costituito l’ultima ondata italica (36).

La precarietà di questa tesi è stata confermata dal Letta che prospetta una soluzione diversa: Equi, Ernici, Marsi e Volsci sarebbero componenti di una stessa migrazione, giunti insieme nel Fucino in un’area già occupata da altre popolazioni. La data di questo ver sacrum, secondo il Letta, puà fissarsi ne1 VI secolo a. C.: “… piuttosto nella seconda metà che nella prima, essendo l’immediato antecedente dell’espansione volsca del V secolo… ” (37).
Allo stato attuale, le nostre nuove conoscenze sul territorio fucense dell’età del Ferro, date da eccezionali scoperte archeologiche, ribaltano completamente le ipotesi del Devoto e le prime messe a punto del Letta. Infatti, oltre gli studi del Colonna che parla di ondate e di influenze italico-orientali nel Lazio già a partire dall’VIII secolo, (38) glî scavi delle necropoli de ” Le Castagne ” di Colle Cij polla nel territorio dei Peligni (nelle vicinanze di Forca, Caruso), di Scurcola Marsicana e il Tumulo del ” Montal riolo ” di Corvaro-Borgorose negli Equi, hanno confermato la nascita locale e indigena delle culture sabelliche (39).

Tali necropoli datate all’VIII, VII e, per il tumulo di Corvaro (con successioni di deposizioni), dalla fine del IX secolo,’ fino al V secolo, permettono di escludere l’arrivo di nuovi ‘ gruppi italici nell’area fucense e confermano la tesi indigena della nascita delle culture sabelliche . Anche lo studio di una ricca produzione di bronzi in area fucense, relativa ai caratteristici dischi-corazza caratterizzati da una decorazione geometrica, geometrico-orientalizzante e del tipo aufidenate, ha permesso di riconoscere una produzione indigena, fucense, collocabile cronologicamente fra VIII e VI secolo a. C.(40). Provenienti ” da Ortucchio ” sono due dischi

Note
(26)Oltre alle tombe a incinerazione di Montorio nei Frentani, discusse nella nota 39, si segnalano fibbie e fibule del tardo periodo di La Tène rinvenute ad Amiternum (collezione privata dell’Aquila) ; fibule di bronzo di schema medio La Tène dal vicus Fistaniensis, loc. S. Maria in PassaranoTrasacco (collezione privata Luco dei Marsi) ; un Aes grave italico con testa di Gallo barbata a d. / gallo a s., diam. mm 47 e peso di gr 68,91, proveniente da S. Pelino (scuola agraria) di Avezzano (per esso vedi Fiorenzo Catalli, Circolazioee monetaria ie Abruzzo e Molise tra il IV-III secolo a. C., in ” Annali della Facoltà di Lettere di Perugia “, Perugia 1985) ; alcune monete di Aes grave con testa di Gallo di Ariminum (Rimini) nella stipe votiva di Carseoli (notizia datami da F. Catalli) ; numeroso materiale in bronzo e ferro dalla necropoli di S. Veneziano di Casali d’Aschi nel comune di Gioia dei Marsi: frammenti di elmo in ferro e bronzo; punte di lance in ferro; spade, coltelli e pugnali in ferro con relativo fodero con puntale celtico; per i materiali (in collezione privata del luogo) vedi, G. Grossi, Il territorio di Casali d’Ascbi ecc., cit., p. 34 s.
(27) Per l’insediamento italico-romano di Amplero vedi: Cesare Letta, Scavi nella zona di Amplero (Collelongo) : relazione prelimiaare 1969-1971, in ” Studi Classici e Orientali “, XXIV, Pisa 1975, pp. 49 ss.; Idem, Gli scavi dell’Università di Pisa nella zona di Amplero (comuee di Collelongo), in ” Abruzzo “, Pescara 1975, pp. 3 ss.; Idem, Gli scavi dell’Università di Pisa presso Collelongo (L’Aquila), in ” Un decennio di ricerche archeologiche “, serie dei Quaderei de ” La ricerca scientifica “, n 100, Roma, CNR, 1978, pp. 527ss.; AA. VV., Scavi nella zona di Amplero (Collelongo): relazione preliminare 1975, pp. 119 ss.; Cesare Letta, Dodici anni di ricercbe dell’Università di Pisa (Dipartimento di Scienze dell’Antichità) irs Abruzzo, in AA. VV., Atti del I’ Convegno Regioeale dei Beei Culturali ed Ambientali d’Abruzzo, cit., pp. 33 ss.; Idem, Le pià recenti ricerche sull’Abruzzo antico ecc., cit., p. 61 ss.; Idem, Il territorio del Fucieo ie età preromaea e romuna ecc., cit., p. 113 nota 32, p. 126 ss.; G. Grossi, L’assetto storico ecc., cit., p. 147 s., p. 176, n’ 38; Idem, I recinti fortificati ecc., cit., p. 69 s. Per uno studio completo vedi, AA. VV., Il centro italico-romano della oalle di Amplero, Pisa 1985 (in corso di stampa).
(28) Per santuari italici su terrazze di età repubblicana in ambiente equo-marso, vedi: G. Gxossi, 1esediamenti italici nel Cicolano: territorio della ” res publica Aequicolanorum “, L’Aquila 1984, note 72 e 73; per le cisterne a tholos, note 67-68-69.
(29) Per uno studio definitivo e completo vedi il volume, in corso di stampa, AA. VV., Il cen1ro italico-romano della valle di Amplero: scavi 1969-1975, Pisa 1985
(30)Per le fonti medievali vedi il volume citato nella nota 29.
(31) A. De Nino “Notizie scavi” 1892.
(32) C. Letta S. D’Amato, Epigrafia della regione dei Marsi, Milano 1975, p. 176 ss., n 120. Il pilastrino è attualmente diviso in due frammenti ed è conservato nella collezione privata della famiglia Graziani in Alvito (Prosinone) : il luogo di provenienza è dato dal De Nino in Notizie Scavi 1881, pp. 193-194. Il pilastrino di pietra calcarea ha la forma tronco-piramidale con altezza di cm 35,5 e Iarghezze di cm 10,3X11 (sul culmine) e cm 21X12,5 (alla base). Sul piano della sommità sono presenti due incassi sfalsati, di cui uno con piombo, su cui erano inseriti i tenoni dei piedi di un bronzetto.
(33) Letta D’Amato, op. cit., pp. 182-183.
(33 bis) Alla fonte principale presente presso la chiesa di S. Magno fa riferimento il Corsignani, “… Il fonte del Paradiso, che ivi si mira… “; P.A. Corsignani, Reggia 3farsicana, ovvero iMemorie topografico-storiche, Napoli 1738, vol. Il, p. 439. Il collegamento fra i Dioscuri e le fonti d’acqua è presente neDa stessa Roma, nel Foro Romano, dove il tempio dei figli di Giove è strettamente legato alla Fonte di Giuturna; il legame è testimoniato da una leggenda romana. Essa narra che i Dioscuri, dopo aver guidato i Romani alla vittoria nella battaglia di lago Regillo (499 a..), furono visti abbeverare i loro cavalli alla Fonte di Giuturna, dove dopo aver annunciato la vittoria, scomparirono dalla vista dei popo1 . Successivamente i Romani edificarono sul posto dell’apparizione un tempio a loro dedicato, il Tempio dei Castori; F. Coare~, Gui a archeologica di Roma, Verona 1974, p. 82 s. Per i santuari marsi ed equi con sorgenti vicine, vedi: G. Grossi, L’assetto storico-urbanistico ecc., cit., p. 137, n. 58; Idem, Iesediamenti italici eel Cicolano: territorio della ” res publica Aequicolanorum “, L’Aquila 1984, p. 61.
(34) Per questa classe di santuari su terzazze in area sabellica vedi: G. Grossi, Insediamenti italici nel Cicolano ecc., cit., pp. 66 ss., note 71-72 e 73. I santuari marsi, citati a nota 73, sono: località Castelrotto di Pescina (C. Letta, Il territorio del Fucino ecc., cit., p. 124) ; ” Tricaglie ” di Gioia Vecchio (A. De Nino, in Notizie Scavi 1906, p. 467) ; ” Casale ” di Civitella Roveto (C. Letta, Il territorio ecc., cit., p. 128 e nota 98) ; località ” Macerine ” a nord di Castelfiume, sotto il valico di Monte Girifalco (resti di terrazzo in opera poligonale con pavimentazione interna in mosaico-inedito).
(35) A. M. Radmilli, Storia dell’Abruzzo dalle origini all’età del Bronzo, cit., p. 213.
(36) G. Devoto, Gli aatichi Italici tra il Fucino e la valle dell’Aterno, in ” Abruzzo “, IX, Pescara 1971, pp. 21-32.
(37) C. Letta, I Marsi e il Fucino nell’antichità, Milano 1972, p. 41.
(38) Il Colonna, parlando della necropoli di tombe a circoIo di Tivolî dell’VIII secolo e della presenza di materiali sabellici del VII secolo a. C. nel Lazio, dice: “… Si disegna cosl una seconda e ben più vasta ondata di influenze italico-orientali nel Lazio, dopo quella di cui sono prova le tombe a circolo di Tivoli. Mentre quest’ultima è stata messa in rapporto con le notizie della tradizione sulla pressione dei Sabini sul Lazio settentrionale, l’ondata del VII secolo costituisce con ogni probabilità la prima avvisaglia dei Volsci e degli Equi, che alla fine del VI secolo, o anche prima, irromperanno nel Lazio meridionale… “: G. Colonna, Preistoria e protostoria di Roma e del Lazio, in Popoli e Civiltà dell’Italia Aetica, vol. Il, p. 316.
(39) Per le necropoli di tombe a circolo in rapporto alla cultura dei popoli sabellici, safini, vedi il Capitolo Conclusioni del mio studio Insediamenti italici eel Cicolano ecc., cit. Per una relazione preliminare sulIe necropoli di Scurcola e ” Le Castagne ” di Colle Cipolla, vedi: per Scurcola, F. Colucci-U. Irti, Una necropoli dell’età del Ferro a Scurcola Marsicana (Fucino), in ” Atti della Società Toscana di Scienze Naturali “, Memorie, Serie A, vol XC, Pisa 1983, pp. 327 ss.; per Colle Cipolla, E. Mattiocco, Il territorio superequano prima di Roma, in ” Quaderno 2, 1983 ” della serie ” Contributi alla Cultura della Valle Peligna Superequana “, Sulmona 1983, pp. 33ss.
Le due necropoli sono state poi oggetto di scavo scientifico nel 1983 (Colle Cipolla) e 1984 (Scurcola), da parte della Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo, diretto dal Dott. Vincenzo D’Ercole: la datazione più alta riscontrata nelle due necropoli è stata, VIII secolo per Scurcola, VII secolo a. C. per Colle Cipolla (ringrazio il ‘ Dott. D’Ercole per avermi anticipato la cronologia delle necropoli). Più complessa è la situazione del grandioso tumulo arcaico del ” Monteriolo ” di Corvaro-Borgorose (Rieti) di dimensioni eccezionali, ben 50 m di diametro e altezza di 5 m e con una successione di sepolture, dal basso in alto, che va dalla fine del IX secolo alla prima metà del V secolo a.C.: per la scoperta e uno studio di materiali provenienti dal tumulo, vedi: G. Grossi, Insediamenti italici nel Cicolano ecc., cit., pp. 9 ss.; per lo studio del primo intervento di scavo (1984) diretto dalla Dott. Giovanna Alvino della Soprintendenza Archeologica del Lazio (con la partecipazione dello scrivente), vedi, Giovanna Alvino, Nuovi interveeti nell’ager Aeqaiculanus, in corso di stampa per ” Archeologia Laziale “, VII, Roma 1985.
(40) In passato i dischi-corazza erano datati al VI-V secolo a.C., < ~ ma recenti rinvenimenti di kardiophilakes nella necropoli arcaica di Scurcola e nel tumulo di Corvaro, permettono di datare la proþ duzione geometrica all’VIII secolo, mentre per quella geometricoorientalizzante, al VII secolo: G. Grossi, lnsediameeti italici nel Cicolano ecc., cit., note 21-22 e capitolo Conclusioni, nota 75 (con segnalazione dei rinvenimenti di dischi-corazza in ambiente marsoequo). Nel corso della prima metà del VI secolo a. C. scompare la produzione geometrica e appaiono i caratteristici dischi-corazza decorati da episema di tipo aufidenate. Per i rinvenimenti di questi nuovi dischi nel Fucino, vedi, G. Grossi, Insediamenti italici ecc., cit., nota 22 bis. Un disco-corazza dî bronzo, erroneamente datato al V secolo, ma riferibile al VII a. C., proviene da una località imprecisata posta fra Ortucchio e Manaforno: G. Behn, in ” Rom. Mitt. “, XXXV ‘ (1920), p. 4, f. A e fig. 3.

Provenienti ” da Ortucchio ” sono due dischi corazza in lamina di bronzo presenti nel Museo Pigorini (EUR) di Roma (N. inv., 70925-70926). Si tratta di dischi della produzione geometrica, la più antica della serie, databili entro l’VIII secolo a. C. (tavv. VI a, VI b) e forse riferibili ad una necropoli del centro fortificato di Monte Praticelle, situata nel piano di Arciprete. Possiamo quindi affermare che, allo stato attuale delle nostre conoscenze, non si puà più parlare di arrivo all’area fucense di genti italiche provenienti dalla Sabina, ma, al contrario, partenza di ondate sabelliche (Safini) dalla Marsica, dal Cicolano e dal Parco Nazionale d’Abruzzo, verso il Lazio meridionale, Latium vetus, già a partire dall’VIII secolo e che si concretizzeranno con l’attacco definitivo della seconda metà, o fine, del VI secolo a. C. ad opera degli Aequi e Volsci, e forse anche dei Marsi, se si vede negli Ernici un residuo di una migrazione marsa “.
Proseguendo lungo la circonfucense (del livello alto quota 669), verso est, si raggiunge la località detta ” Mesula ” o ” Misula ” che comprende un’area che si estende dal Cimitero Vecchio di Ortucchio al Cimitero nuovo. L’area è cosparsa di pochi frammenti fittili relativi prevalentemente a tegulae, manca, perà, una qualsiasi presenza di murature antiche. R probabile che il luogo sia stato utilizzato, già dall’età antica, prevalentemente come area di cultura della vite o orti. Tale utilizzazione è confermata dal rinvenimento di un frammento di cippo, ora inserito sul muro della cascina Grassi posta nelle vicinanze del Cimitero nuovo (tav. VII, 1), che indica la costruzione di un muricciolo che recingeva una proprietà privata: Locus, privatus, precario, paries.est, ductus.

L’iscrizione, databile alla metà circa del I secolo a. C., è cosi descritta dal Letta-D’Amato: “… R il primo esempio che si abbia nella Marsica di questo tipo di cippi, per lo più di età repubblicana, con indicazione di proprietà privata (poderi, strade, muri, scale, cisterne, ecc.). L’interpretazione proposta (” Il sito è di proprietà privata. Il muro vi è stato costruito a titolo precario “) è l’unica possibile, se si tiene conto del fatto che il cippo appare mutilo solo in alto… ” (42). Nella stessa località fu rinvenuta nel 1888 ” nell’area del cimitero comunale ” (vecchio), una piccola ara funeraria in calcare con iscrizione alla base del pulvino (ora è conservata nel Museo Civico di Avezzano:

Optatus Castriciarum (servus) (43)

L’area funeraria attesta la presenza di una strada, probabilmente la circonfucense alta, che correva sulla quota 669 proveniente dalla ” strada vicinale di Arciprete ” e che permetteva di raggiungere, da sud, l’isola o penisola di Ortucla in età repubblicana e prima età imperiale. Oltre a questo dato topografico, interessante appare la condizione servile di Optatus, un servo della marsa gens Castricia, seppellito quasi certamente nelle vicinanze della residenza del padrone. Tale dato è utile per dimostrare la provenienza dal territorio di Ortucchio (Arciprete?) di una grande ara funeraria conservata all’esterno (a sinistra della porta minore che dà sull’oratorio) della chiesa di S. Cesidio di Trasacco e sulla cui provenienza il Letta pone dei problemi.
In essa viene nominato un Castricius Gnomonius, magistrato municipale, II vir. i d, che dedicà una tomba probabilmente ad una nonna materna, una Blaesia moglie di un Melfidius . Secondo il Letta-D’Amato il municipio in cui il Castricius G. ricopri cariche pubbliche (II vir. iure dicundo e patronus municipi?) è Marruvium, cià in base ad alcune iscrizioni in cui compare Mars(is), che per gli autori “… vale costantemente come sinonimo di Marruvium… ” ed è attestato a Collelongo, per cui Trasacco e Ortucchio sarebbero compresi nel territorio di Marruvium “.(45)

Altro elemento addotto dagli autori citati, per rivendicare a Marruvio un territorio che va da Luco ad Ortucchio, è il cippo ” De Rosa ” in cui essi leggono: f(jnes).p(opuli). Albens(is) / et Afa/rso(rum) / An/giti(ae); il termine Marso(rum) è interpretato come Marruoium, per cui, il cippo terminale indicherebbe i confini fra Albu Fucens, Marruvium e Angitia . (46) In realtà nel cippo terminale di Luco i confini indicati sono fra i Marsi di Angitia (Marso(rum) Aegiti) e gli abitanti di Alba fucens ( p(opuli).Albens(is) ), per cui Trasacco, Collelongo, Villavallelonga e Luco dei Marsi apparterrebbero al territorio municipale di Angitia “. (47)

Dopo questo chiarimento riteniamo che il municipio in cui il Castricius Gnomonius ricopre cariche pubbliche, sia il municipium di Anxa situato nella valletta di Arciprete. Altre are e steli conservate a Trasacco, nella chiesa centrale, sono probabilmente da assegnare ad una necropoli di Arciprete: in particolare una che menziona un Q. Ninnio Strenao seviro Augustalis “. (48)
Al di sopra del Cimitero nuovo si erge un colle caratterizzato sui lati nord ed est da balzi rocciosi e, sulla sommità, da un recente rimboschimento ad opera del Corpo Forestale dello Stato. Esso viene variamente chiamato, ” I Colli “, ” La Celletta “, ” I Colli di Misula ” e ” Il rimboschimento ” : in realtà il toponimo antico doveva essere ” Colle della Cisterna “, confermato dalla Carte générale du théatre de la guerre en Italie, 1798-99 di Bacler d’Albe .

Sul colle, soprattutto sui versanti ovest e sud, sono visibili i resti di una recinzione muraria in opera poligonale di II e III maniera relativa ad un centro fortificato, ocri, marso (tav. VII). Purtroppo l’opera distruttiva dell’Uomo, antica e recente, ha del tutto cancellato i resti murari del centro antico: pur tuttavia tratti, ancora conservati per due filari di blocchi in elevato, sono ancora individuabili sul settore ovest; sul lato sud il circuito murario è seguibile per un solo filare di blocchi affiorante dal terreno sconvolto dai lavori di rimboschimento (49). Sul lato ovest è riconoscibile l’ingresso al circuito murario e il relativo sentiero antico che provenendo dall’area del Cimitero risaliva per raggiungere il centro fortificato; la porta è ottenuta tramite uno sdoppiamento parallelo del circuito murario che permette la creazione di un corridoio interno nel varco della stessa. Sui settori ovest e sud, mancanti di balzi rocciosi, il centro era difeso da fossati naturali solo in parte regolarizzati dall’opera dell’Uomo.

Nell’interno si notano in superficie frammenti fittili relativi prevalentemente a segulae, dolia e grosse olle decorate da cordoni applicati e con anse a linguetta orizzontale; non manca qualche frammento di vernice nera, acroma fine e ceramica medioevale (concentrata sulla sommità del colle) invetriata. Sulla sommità dell’insediamento, a quota 782, sono presenti i resti di una costruzione in opera incerta medioevale e vicino una piccola cisterna medioevale intonacata internamente in cocciopesto di colore rosso (in pianta: cm 99 X 109; profondità cm 75 circa) ricoperta in parte da fittili e cenere. Probabilmente in questi resti medioevali bisogna riconoscere una chiesa (su un blocchetto di calcare è segnata una croce latina), forse la Suncti Arcae geli super Mensulam nominata a partire dal XII secolo e appartenente ai monaci cassinesi (50). Nelle vicinanze, sul lato ovest, si notano i resti affioranti di un nucleo di calcestruzzo romano (opus caementicium), coperto in parte da blocchetti di opera reticolata ed incerta, e di un breve tratto di muro in opera poligonale di III maniera. L’insieme dei resti potrebbe confermare la presenza di una grande cisterna mononave che spiegherebbe la presenza del toponimo antico ” Colle della Cisterna “.

Più avanti, verso nord, dutante i lavori di rimboschimento vennero alla luce delle tombe, di cui solo una è ancora visibile (tav. VII, 4). La tomba è del tipo a fossa con pareti foderate da pietrame medio posto a secco e copertura a lastroni di pietra calcarea. Le misure della fossa, orientata nord-ovest sud-est, sono: m 1,80 di lunghezza; cm 55 di larghezza e cm 50 di profondità. I lastroni di copertura, divelti e posti nelle vicinanze della fossa, sono tre con dimensioni identiche: cm 110X60 e con spessore di cm 20 (tav. VIII). Sui lastroni sono posti i resti ossei sconvolti dalla violazione e relativi ad un solo inumato di cui è difficile stabilire il sesso. Del corredo funerario rimangono scarsi resti ceramici di un balsamario fittile acromo del tipo a bottigila e di un olla acroma caratterizzata da un orlo estroflesso.

La tomba trova confronto con le tombe della necropoli di Arciprete, in particolare per l’uso del pietrame posto a secco e, per i materiali rinvenuti, con le tombe della necropoli del Cantone di Amplero (51). La datazione del balsamario permette di collocare la sepoltura alla fine del I secolo a. C. Nelle vicinanze, nel 1975, fu rinvenuto un frammento di tegolone antico con raffigurazione di una nave: il segno fu tracciato quando l’argilla era ancora fresca con uno stecco di legno. Si distingue parte dello scafo con alcuni remi e la poppa rotonda caratterizzata da un doppio timone (tav. IX). Questa parziale caratterizzazione di una nave è presente sulla parete destra della chiesa di S. Pietro in Albe, in antico, tempio dedicato ad Apollo. L’insieme de1le presenze archeologiche ci dà una idea abbastanza precisa sulla vita del centro fortificato, ocri, di Mesula. Nato forse in età arcaica (VI o V sec. a.C.).

Le tombe, tutte del tipo a fossa con copertura a lastroni, erano certamente relative ad un modesto gruppo di edifici che ancora sopravviveva nella parte alta del colle, dove forse era posizionato anche un sacello di culto che potrebbe essere testimoniato dal corto muro in opera poligonale di III maniera. Probabilmente su questo modesto insediamento, sopravvissuto in età tardo-antica, si inseri la chiesa di S. Arcangelo, forse nel VI secolo d. C. (52). Anche il nome di Mesula è certamente il nome antico del centro fortificato, anzi, è uno dei pochi casi in cui abbiamo la certezza del nome antico conservatosi nel medioevo, nella chiesa di S. Arcangelo sopra Mesala o Mensula, fino ai giorni nostri. Anehe fra i centri aborigeni citati da Dionisio di Alicarnasso (appresi da Varrone), che erano ormai distrutti alla fine della repubblica e situati nella Sabina, è nominata una Mefula o Mesula (53).
Quindi il nome, certamente arcaico, la circonferenza muraria calcolabile sul chilometro e l’area interna cosparsa di fittili, sono la conferma della importanza deI1’ocri di Mesula, un centro marso che viene cosk ad aggiungersi alla scarsa lista dei centri fortificati marsi arcaici: Plestinia, Fresilia, Milionia, Feritrum, Anxa, Angitia, Cerfennia, Antinum e, conservati nella documentazione storica medioevale, Bonaria, Cesula e Mesula (54).

Sotto la parete rocciosa nord di Mesula è visibile una tomba rupestre, a camera con soffitto piatto, di tarda età repubblicana, che ha dato il toponimo attuale alla località, infatti è detta ” La Celletta ” (tav. VII, 5). La camera, ricavata su roccia calcarea, è a pianta rettangolare irregolare di m 2,25 (lati lunghi) X1,72 (parete d’ingresso, 1,95 (parete di fondo) ; l’ingresso largo 60 cm, si apre sul lato nord. Nell’interno si notano due banchine laterali ed una terza di fondo, ricavate nella roccia e separate da una fossa longitudinale in cui forse era deposto il vasellame (olle e olpai) del corredo funerario. L’altezza, fra il piano di deposizione e il soffitto piatto, è di m 1,05, mentre le pareti laterali non sono perfettamente diritte ma tendono a curvarsi in prossimità del soffitto.

Sulla parete interna dell’ingresso, sul lato sinistro, sono evidenti le tracce (in alto e in basso) di fori circolari di cm 11 di diametro, dove alloggiavano i cardini di una porta di pietra simile a quelle trovate nelle tombe dell’abitato di Taroti di Lecce dei Marsi (55). Questo tipo di tomba rupestre a camera, databile alla seconda metà del I secolo a. C. o anche prima, ma comunque dopo la Guerra Sociale, è ben attestato nella Marsica, nella vicina Lecce dei Marsi, Casali d’Aschi, Pescina (Venere) ed un’altra nella località ” Alto le tombe ” del territorio di Ortucchio (56) . Sempre nella località Mesula sono da segnalare dei resti, appena sei blocchi di opera poligonale di II maniera, in corrispondenza, in basso, della ” Grotta dei Porci ” (tav. VII, 6), forse relativi ad un piccolo terrazzo di un santuarietto legato alla grotta o ad una costruzione di strada antica (57).

Al di sopra della grotta, a quota 822 del versante nordovest del vallone Ara dei Lupi, sono dei resti murari crollati di un piecolo recinto in opera a secco che utilizza dei blocchi abbastanza grandi; nell’interno resti fittili relativi a tegoloni. I resti sono denominati ” La setta “: non è possibile definire meglio le funzioni di questo recinto, anche se appare probabile che fosse legato a funzione difensiva che, in mancanza di altri dati, non è collocabile in un momento storico preciso (58). Da Mesula la circonfucense antica proseguiva per raggiungere, probabilmente su lato sud-est, l’insediamento italico-romano di Ortucla, posizionato sull’altura maggiore del colle dove ora si erge la chiesa di S. Orante. Della presenza di resti antichi sul colle maggiore ci parla il Piccirilli nel 1902: “… alcuni avanzi di mura poligoniche sul vicino colle, il pavimento romano di mosaico bianco e nero, testé scoverto sulla bassura, ad ovest dello stesso colle, propriamente nell’abitazione del fornaciaro Domenico Palladîni, ed infine la traccia di un’antica via B presso, sono indizii certi dell’origine remotissima del paesello… (59).

Dall’esame attuale dei resti conservati si può sospettare che sorgesse in questa penisola-isola un ” santuario ” racchîuso da un muro poligonale che aveva la funzione di temenos. Questa ipotesi comunque è fortemente condizionata dalla presenza di un podio templare su cui insiste la chiesa ed anche dal significato del nome di Ortucchio. Non si può comunque escludere la presenza di un insediamento vero e proprio con caratteristiche simili ad un piccolo centro fortificato con nell’interno un edificio templare. Un esempio simile è già stato descritto per la Giostra di Amplero, dove nel piccolo recinto murario è presente ‘ un tempio. Il podio templare antico, su cui insiste la chiesa di S. Orante, è parzialmente visibile, ma, per nostra fortuna, una foto, edita dall’Agostinoni nel 1908, (60) ci permette di riconoscere l’aspetto originario, anteriore al terremoto del 1915, del monumento antico (fig. 28). Le sue misure in pianta sono ricostruibili e corrispondono alle navate centrale e laterale destra: m 19,36X13,30 (tav. XII).

La riutilizzazione medioevale dovette servirsi dei resti ormai fatiscenti del solo podio di base, che era in gran parte distrutto, forse, per prelievo di materiali. Infatti il podio visibile (nella fig. 28) per un’altezza stimabile sui due metri con tre filari di blocchi di opera poligonale di III maniera in elevato. In corrispondenza dell’angolo nord-ovest i blocchi assumono l’aspetto di parallelepipedi regolari con assise orizzontali: un blocco misura m 0,70X1,50 e con profondità di cm 50 circa. Il tipo di podio è ampiamente documentato in area sabellica (61) ed è relativo ad un edificio templare, orientato nord-sud sull’asse longitudinale, posto nella parte superiore del podio e di cui rimangono alcune colonne tuscaniche conservate nell’interno della chiesa. L’ingresso doveva essere sullo stesso lato nord dove è visibile il portale romanico della chiesa.

Infatti alla base dell’attuale portale è una grande soglia di calcare, probabilmente residuo di un gradino di base della breve scalinata che dal basso portava al sacello di culto superiore, forse un tempio ad unica, o più celle, con pronao anteriore, ornato da quattro colonne tuscaniche sulla fronte e databile al III-II secolo a. C. Con la costruzione della chiesa di Sanctae Mariae in Ortacla la parte interna del podio fu probabilmente svuotata e fu demolita la parete sud, dove, con i blocchi recuperati ed altro materiale di spoglio fu realizzata l’abside quadrata. Sulla parete sud della stessa chiesa sono conservati alcuni fregi e lastre relativi a monumenti funerari di tarda età repubblicana e di età imperiale romana: in particolare una stele con rappresentazione di porta, una lastra di un fregio con rappresentazione di tralci di vite e tre frammenti di un fregio decorato da lesene e festoni.

La stele con rappresentazione di porta Ditis è costituita da una spessa lastra di pietra calcarea (tav. XIII) ed è stata ampiamente descritta dal Gelichi che la assegna al tipo II-b della classificazione del Letta (63). Il fregio con rappresentazione di tralci di vite è formato da un frammento alto cm 48 e largo cm 55, purtroppo mutilo sui lati ad esclusione della base che presenta una cornice residua costituita da un listello e da una gola: sulla sinistra, in fondo, si nota la figura di un volatile (un passero?) che becca un grappolo d’uva. Gli altri tre frammenti sono relativi ad un fregio funerario decorato da lesene lisce e festoni vegetali ornati di nastri. Due frammenti assai abrasi sono riferibili ai festoni mentre il restante è ancora leggibile ed è relativo a una lesena: il blocco o lastra (non è possibile accertare lo spessore) è mutilo su tutti i lati ad esclusione della base che presenta il margine integro. Il frammento di dimensioni cm 63 X 50, presenta una lesena con fusto liscio delimitato, in alto, da un capitello ornato da foglie di acanto: sulla sinistra si nota un attacco di festone e un nastro sospeso; sulla destra, in alto, un nastro; in basso, un gradino che ci fa intravedere la possibilità che il frammento sia relativo all’angolo destro del monumento.

Infatti nel profilo è individuabile la prosecuzione angolare di una lesena laterale; anche il nastro superiore non attacca con un festone. Nella foto dell’Agostinoni (fig. 28) sono visibili i frammenti descritti ed altri sicuramente riferibili agli stessi monumenti funerari: anzi crediamo che gran parte della parete sud della chiesa sia stata realizzata coi resti di almeno due monumenti funerari. I frammenti esaminati sono sicuramente riferibili a due tombe a dato di età augustea; la differenziazione stilistica e tecnica permette di escludere la possibilità che i due frammenti (figg. 29-30) appartengano allo stesso monumento. Ad esclusione del frammento dei tralci di vite, isolato nel contesto dei frammenti conservati, per il fregio con lesene laterali e festoni è possibile precisare una pur parziale ricostruzione (tav. XIV) che permette di riconoscere un angolo superiore di una tomba a dato di età augustea, ma, anche più tarda se si tiene conto degli attardamenti stilistici presenti in aree interne provinciali. L’esempio più noto, che questa classe di monumenti ha preso come modello decorativo, è la famosa Ara Pacis Aagastae, soprattutto le decorazioni parietali interne dei lati nord e sud (63 bis).

Non sappiamo purtroppo il luogo di provenienza dei frammenti, anche se si può sospettare che forse, in base ad altri ritrovamenti, i monumenti potrebbero essere legati al percorso della circonfucense, strada creata dopo il prosciugamento parziale del Fucino ad opera dell’imperatore romano Claudio e i cui resti sono ancora individuabili nel piano sotto Ortucchio. A una di queste tombe doveva appartenere un frammento epigrafico segnalato in Notizie Scavi del 1885 (p. 487) e posto “… A fianco della chiesa di S. Orante, e proprio dietro l’ossario di costruzione recente, sta murato un frammento epigrafico, in pietra paesana, alto m 0,30 e largo m 0,23.

Resti e pavimenti di mosaico, già segnalati dal Piccirilli, sono ancora visibili nella cantina dell’abitazione della signora Giovannina D’Aurelio in Via Italia (particella 542 del Catasto abitazioni). Sulle pareti del locale sono presenti basse arcate di mattoni (medioevali o moderne?) mentre alla base della parete nord è visibile un lembo di un mosaico in tessere bianche e nere. Anche durante lo scavo delle fondazioni della stalletta di Orante D’Agostino in via dei Prati furono trovati i resti di un pavimento a mosaico oltre a murature antiche. Questi ultimi ritrovamenti sono relativi a costruzioni realizzate certamente in piena età imperiale (seconda metà del I secolo d. C.?), fuori dei limiti dell’abitato italico. Infatti la loro posizione in quota non le metteva al sicuro dagli innalzamenti delle acque del Fucino, per cui certamente gli edifici furono realizzati dopo il prosciugamento claudiano del Fucino .

Il centro più antico dovette quindi essere limitato al solo colle di S. Orante.
A riprova di cià è il ritrovamento di tombe di tarda età repubblicana nel Piazzale del Castello, nelle vicinanze dell’imbocco di Via Piccolomini (64) .
Per il nome antico dell’abitato italico è da supporre che l’Ortucla citato nei documenti medioevali sia forse il nome originario: infatti Ortucla o Ortucula deriva dalla presenza di un hortus sacro, di un santuario italico posto sulla sommità dell’unica isola del lago. Di nessun fondamento sono le ipotesi degli storici marsicani del passato, Paolo Marso, Febonio, Corsignani e Di Pietro, dovute ad una cattiva lettura di Dionisio di Alicarnasso, della presenza di un’Ortiggia o Issa, isola del lago Fucino (65).

Poco sotto la Strada Statale 83 all’altezza del km 13,1, nel territorio di Ortucchio in località detta ” Le Coste “, furono rinvenute in passato delle tombe a fossa con copertura a lastroni. Il corredo funebre era composto prevalentemente da vasellame a vernice nera: da una delle tombe viene anche un piattello del ” gruppo di Genucilia ” decorato da una stella a quattro raggi (IV secolo a. C.?); viene inoltre segnalato ” un piatto verniciato di nero con al centro una figura di guerriero dipinta (66) . Queste tombe, poste a quota 669 (tav. I, 10), confermano la presenza di una circonfucense, un percorso viario di origine arcaica, che provenendo dalla località ” Acqua Fredda ” di Venere, raggiungeva ” Le Coste “, per poi proseguire fino a toccare le località ” S. Quirico ” e ” Madonna del Pozzo ” (67). Probabilmente all’altezza di ” S. Quirico ” la strada si ricongiungeva con il percorso viario che proveniva da Mesula e con la strada che raggiungeva, in periodo di secca del lago, l’isola di Ortucla sul versante ovest. Resti di un’altra necropoli, databile al I secolo a. C. I secolo d. C., sono presenti all’altezza del km 13,1 della Strada Statale Marsicana 83, nella località detta ” Alto le Tombe”.(68)

Il complesso tombale è costituito da una grande tomba a camera rupestre con addossate altre tombe a fossa . La tomba rupestre presenta una pianta quadrata di m 3X3 ed altezza di m 1,72; il soffitto è piatto e alla parete di fondo presenta una nicchia a lunetta che probabilmente conteneva un’olla per il pasto funebre. L’ingresso, che misura m 1,36 di altezza e m 1,72 di larghezza, si apre a sud-est e conserva tracce di incassi sui lati (fig. 31 e tav. XV) che forse dovevano bloccare una stele, una porta di pietra simile a quelle di Lecce dei Marsi. Al di sopra della modesta rupe calcarea su cui è ricavata la tomba a camera, su un piano roccioso artificiale, è visibile una tomba a fossa scavata nella roccia con nicchia laterale. Al di sotto si notano i resti sconvolti di un’altra tomba a fossa con pareti in muratura e copertura a lastroni di pietra calcarea; un frammento del timpano di una porta Ditis in pietra è presente su un lato della tomba. Queste tombe erano poste sul margine nord-est di una strada che veniva da Pescina, e costeggiando i monti, attraversava le località ” Rupe di Venere ” (ex Casino Cerbiotto), ” Pisco Muratore ” e Venere, raggiungeva ” Alto le Tombe ” e proseguiva per Gioia dei Marsi (” Alto le Ripe “), ed infine per Lecce dei Marsi, dove era il vicus Anninus (69).

Note
(41) G. Grossi, Insediamenti italici nel Cicolano ecc., cit., p. 36 nota 41, p. 78. ” G. Grossi, Insediamenti italici ecc., cit., pp. 70 ss. (per una presenza volsca nel territorio di Opi (L’Aquila), vedi la nota 82 dello stesso testo). Recentemente è venuta alla luce una necropoli del VI secolo a. C. nella Val Fondillo di Opi: da una tomba a cassone di tipo aufidenate viene una completa armatura sabellica con kardiophylákes ornati da episema, gladio a stami, grande punta di lancia, armilla ecc. Per il corredo tombale e per l’assegnazione della necropoli di Opi al territorio arcaico dei Volsci, vedi il mio studio, Insediarventi italici nel Cicolano ecc., cit., note 23 bis e 31 bis, e la mia Prefazione al volume di G. Tarquinio, Pescasseroli: lineamenti di storia dalle origini all’unità d’Italia, Isernia 1985. Tutta la ricostruzione delle veria sacra (primavere sacre italiche) e la centralità della Sabina, dal Devoto ad altri, è basata sul prosabinismo di Varrone e di Bionisio di Alicarnasso (Varro, ap. Fest., p. 424; Dion. Hal., II, 49), che vedeva nell’area reatina l’ambilicus Italiae (Varro, ap. Plinio, Nat. Hist., III, 109) la patria di origine delle popolazioni sabelle. In realtà le recenti ricerche archeologiche e linguistiche (vedi la safinas tutas di Penna S. Andrea in provincia di Teramo) permettono di riconoscere la presenza di una safinas tátas, di un popolo sabello o sabino già dall’VIII secolo a. C., epoca nella quale il termine safie fu assunto nel latino per individuare i Sabiei. Anche i Marsi erano in origine dei safini e fu solo nel corso di un ver sacram diretto nel Latium vetus che essi ebbero il nome dai Latini che lo derivarono dal nome del dio Mars (Marte) a cui erano dedicate le veria sacra. Non è tuttavia precisabile il momento esatto in cui i Marsi ebbero il loro nome storico, ma appare più probabile che esso sia collocabile verso la fine del VI secolo, periodo nel quale i Marsi certamente parteciparono alla grande ondata sabellica che invase il Lazio.
(42) C. LettaS. 13’Amato, Epigrafia della regione dei Marsi, cit., p. 174 s., n 118, tav. XXXIX.
(43) LettaD’Amato, op. cit., p. 175, n’ 119, tav. XXXIX.
(45) Letta-D’Amato, op. cit., p. 240 e p. 246 n 151: (…JHerennio / P(abli) f(ilio) Ser(gia tribu) Parli/diano decurio/ni Mars(is) qas / v(ixit) a(nnis) XXI P(ablius) Hereeni / u(..f JSer(gia triba) Parli/dianus IIvir aed(ilicia) / p(otestate) et Petedia Orse/sis mater filio / dulcissimo p(osuerunt). Secondo noi invece il municipio in cui Herennio fu decurioni hfarsis è Angitia, ma, anche se fosse Marruvium, il ritrovamento di un sepolcro nell’area di un altro municipio è ammissibile pensando al richiamo che Marruvio esercitava sulla gens marsa che voleva far carriera politica di rilievo. Quindi Herennio fù seppellito nel suo luogo di nascita dal padre Publius e dalla madre Petedia, dopo essere stato decurione in Angitia o Marruvio. Si potrebbe forse vedere nella carica dd decurionato Afarsi una caratterizzazione locale, marsa, della carica senatoriale municipale: quindi nelle iscrizioni marse la dizione decurioni 3farsis è da intendere semplicemente come ” decurione marso “, senza che Marsi sia da identificare come Marruvio. Lo stesso fenomeno è attestato per la titolatura dei municipi marsi: Marsis Arstino, Marsorum Marruvinoram, Marsis Anxa (da Marsis Anxatibus di una iscrizione albense) e Marsorum Angiti.
(46) Letta D’Amato, op. cit., pp. 287 ss., n’ 176; anche in C. Letta, Il territorio del Fucino ecc., cit., p. 134. Nella pagina 299 i LettaD’Amato cercano di dimostrare che il municipio di Angitia sia stato creato solo nell’età di Claudio e che la magistratura attestata IIIIvir i(ure) d(icundo) sia relativa ad un magistrato di Marruvio che avrebbe posto una dedica nel santuario nazionale dei Marsi. A noi pare che non ci sono argomenti definitivi per considerare Angitia un solo santuario, ma, dall’esame delle strutture murarie e della recinzione muraria, appare più chiaro l’aspetto di un ocri (centro fortificato). L’errore più comune è quello di riconoscere nel centro fortificato il eemus o lucus Angitiae della tradizione Virgiliana infirmata da Plinio con Ia menzione dei Marsoram Lucenses. In realtà un centro col nome Lacus Angitiae non è mai esistito nella Marsica antica: infatti il centro è chiamato Angitiae ed appare l’etnico (nel cippo De Rosa) di Angili. Per cui l’etnico Lucenses è probabilmente una creazione pliniana suggestionata dalla prosa di Virgilio. Si potrebbe invece pensare, per l’età imperiale, all’uso parallelo di Angiti e Lucenses per denominare gli abitanti del municipio di Angitia, cià probabilmente dovuto alla presenza di un grande bosco, sacro alla dea Angitia, nel territorio municipale e ricordato da Virgilio nell’Eneide (VII, 750-760). Crediamo quindi che il centro marso di Angizia sia l’unico centro di avanzata fase urbana nel territorio fucense in età repubblicana e quindi municipium prima della metà del I secolo a. C.: G. Grossi, La città di ” Aegitia ” il ” Lacus Aagitiae ” e le origini di Laco dei hfarsi, Avezzano 1981.
(47) Quindi anche un altro cippo rinvenuto nel territorio di Luco, forse nel ” piano del Termine “, e conservato nei granai del principe Torlonia (E.E., VIII, 176) in cui sul vertex, attraversato da una linea, comparivano le scritte fpa e mar da intendere f(iees) p(opuli) A(lbensis) e Mar(si), è da interpretare come confine fra Alba Fucens e i Marsi in generale. A differenza del Letta-D’Amato (op. cit., p. 291) che datano il cippo al II secolo d. C. e leggono in Mar(si) = Afarruvium, noi crediamo che esso sia databile ad un periodo precedente alla guerra sociale; in un periodo in cui i Marsi erano ancora uno stato unitario, alleato di Roma ma indipendente nella gestione del territorio. Per questo non essendoci una divisione cantonale, creata poi da Roma con i municipia, il confine era fra Alba Fucense e lo stato marso. Dall’indagine archeologico-topografica della città di Angitia e degli altri insediamenti scelti poi da Roma per sedi municipali, appare evidente che Angitia era il più grande e principale centro urbanizzato della Marsica antica, il luogo dove risiedeva il meddix tudicus Marsensis e dove si riuniva l’assemblea popolare touta marsa. Anche il Pa.Ui.Pacaies della lamina di Antinum (Vetter, 223) è certamente un meddix tudicus, cioè il magistrato supremo dei Marsi; un meddix che si reca nel centro fortificato, ocri, di Aetinam, per porre una dedica ed offrire un donativo a Vesuna (Vesane) affiancato in questo atto dal magistrato locale Ca.Cumnios cetur: Pa.Ui.Pacaies.medis / Vesune.dunom.det / Ca.Camrsius cetar. Non crediamo, come il Letta (in Athenaeum, vol LVII,
(48) Letta-D’Amato, op. cit., p. 240 s. e tav. L, n 146. Dubbie sono anche le iscrizioni nn. 144 (probabilmente da Collelongo), 147, 148, 149, 150. Forse alcune di queste iscrizioni sono da attribuire ad un altro insediamento e non a Supinum. La loro presenza neIla Chiesa di S. Cesidio di Trasacco è forse dovuta all’opera di raccolta fatta da qualche prete umanista della locale chiesa, intorno al XVI secolo.
(49) Per il centro fortificato vedi, G. Grossi, L’assetto storico ecc., cit., p. 171, n’ 32.
(50) In Di Pietro Andrea, Agglomerazioni delle popolazioni attuah della Diocesi dei 3farsi, Avezzano 1869, p. 253; l’autore non conosce l’esatta ubicazione di Mesula nel territorio di Ortucchio, ma, erroneamente la pone sul monte Formella, nel territorio di Collelongo.
(51) Per le tombe di Arciprete vedi, G. Grossi, L’assetto storico ecc., cit., p. 120 nota 5, p. 172 s. e figg. 4-5. Per le necropoli di Amplero e materiali vedi la nota 27.
(52) Da recenti studi appare evidente il sorgere delle chiese di S. Angelo intorno al VI secolo d. C., quasi sempre su precedenti edifici cultuali dedicati ad Ercole: M. Pasquinucci, La traesumanza nell’Italia romana, in E. GabbaM. Pasquinucci, ” Strutture agrarie e allevamento transumante nell’Italia romana “, Pisa 1979, p. 181; C. Letta, Le più recenti ricerche sull’Abruzzo ecc., cit., p. 63; G. Grossi, Casali d’Aschi ecc., cit., p. 31.
(53) Dionisio di Alicarnasso, I, 14-15; C. Bunsen, in ” Annali dello Instituto di Corrispondenza Archeologica “, 1834, pp. 129-145: esse erano Palatium, Tribula, Suesbula, Suna, Afesula [o Mefula], Oroieium, Corsala, Marraoium (in Sabina J, Vatia, Tioria Matiene, Lista, Cutilia.
(54) Per essi vedi il mio studio, L’assetto storico ecc., cit., pp. 162 ss.
(55) Una porta di pietra simile è conservata nel Museo Civico di Avezzano: chiudeva una tomba a camera rupestre rinvenuta nel 1877 nel ” casale Taroti ” di Lecce dei Marsi; Notizie Scavi, 1878, pp. 139-140; Letta-D’Amato, Epigrafia della ecc., cit., p. 166, n’ 112, e tav. XXXVII.
(56) Oltre la tomba descritta in N’otizie Scavi del 1878 (citata a nota 55), altre sei ne furono trovate nello stesso ” casale Taroti ” e di cui una conservava ancora l’architrave con iscrizione; in hrotizie Scavi 1887, p. 292 (Lecce dei Marsi). Un’altra, inedita, e visibile sulle pareti rocciose del vallone di S. Lucia di Lecce dei Marsi. AItre due tombe sono visibili sui balzi rocciosi del ” Pisco Muratore ” di Venere in comune di Pescina e di cui una è databile, in base alla menzione del consolato di Caio Pansa, al 4 febbraio del 43 a. C.: Letta-D’Amato, Epigrafia della ecc., cit., p. 131 s., n’ 91, e tav. XXIX; C. Letta, Il territorio del Facino ecc., cit., p. 122 nota 77; G. Grossi, Casali d’Aschi ecc., cit., p. 31 s., nota 33. La più grande tomba a camera è nel territorio di Ortucchio, nella località ” Alto le tombe “, alla base del Colle delle Cerese: G. Grossi, Casali d’Aschi ecc., cit., p. 31 s., nota 31. Anche alla base della parete rocciosa sud-est del Colle di Vico di Casali d’Aschi è presente una tomba rupestre, inedita, perà assai rovinata. Una tomba rupestre trovata ” prima della guerra ” è segnalata dal Letta D’Amato, op. cit., in via Cona di Lecce dei Marsi, presso la casa del sig. Mimi Simonica: p. 163, n 110, e tav. XXXVII.
(57) A favore di una funzione cultuale del muro di terrazzo è la presenza nella ” Grotta dei Porci ” o ” di Ortucchio ” di ceramica romana e dell’età del Bronzo, che potrebbe confermare, anche per questa grotta, la presenza di un culto în relazione di sepolture antiche esistenti nell’interno. G. Cremonesi, Contributo alla conoscenza della preistoria del Fucino. La grotta di Ortacchio e la grotta La Puata, in ” Rivista Scavi Preistorici “, XXIII, Firenze 1968.
(58) Per i resti murari de ” La Setta “, vedi: C. Letta, Il territorio del Fucino ecc., op. cit., p. 113, n 28; G. Grossi, L’assetto storico ecc., cit., p. 171, n 33.
(59) Pietro Piccirilli, Ortucchio e i suoi monumenti, ristampa in AA. VV., Memorie storiche di Ortucchio, Avezzano 1984, p. 18; anche il Letta, nel suo studio Il territorio del Fucino ecc., cit., p. 124 nota 83, accetta la possibilità dell’esistenza di un villaggio, vicus, sul sito attuale di Ortucchio.
(60) Emidio Agostinoni, Il Facirso, Bergamo 1908, p. 65.
(61) ‘ Si pensi ad esempio ai podü dei templi di S. Pietro in Albe, antico tempio dedicato ad Apollo, e del Pettorino di Alba Fucens, databili al III-II secolo a. C. Anche nel territorio degli Aequicoli, nella località S. Erasmo di Corvaro-Borgorose, è presente un podio del tipo attestato ad Ortucchio e databile al III secolo a. C. Questi podü hanno una base non modanata, ma realizzata in opera poligonale di III maniera, con le seguenti dimensioni in pianta: S. Pietro, m 23,60X 14,80 con superiore edificio a due celle e pronao ornato da due colonne tuscaniche; Pettorino, m 20,70X14,50 con edificio superiore simile a quello di S. Pietro; S. Erasmo, m 16,10X7,10 con resti di fusti di colonne tuscaniche. Per essi vedi: F. Coarelli, Alba Facens, in F. Coarelli A. La Regina, AbruzzoMolise, dalla serie ” Guide archeologiche Laterza “, Bari 1984, pp. 62 ss., figg., pp. 89 e 95; G. Grossi, S. Erasmo di Corvaro-Borgorose, in Insediameeti italici nel Cicolano ecc., cit,, p. 10 ss.
(63) Stele frammentaria in calcare. Tipo II b. Priva del timpano e quasi integralmente del pannello superiore sinistro. Leggermente rastremata. Porta a due ante con listello mediano a rilievo piuttosto schiacciato e quattro pannelli, di cui quelli superiori quasi quadrati, quelli inferiori rettangolari allungati. In quest’ultimi, battenti ad anello attaccati alla cornice mediante pernio e spostati verso l’interno. h. (residua) : cm 120; 1. (residua) : cm 85; 1. (totale ipotizzabile) : cm 90; specchio superiore: cm 38X32; specchio inferiore: cm 56X30… “. Sauro Gelichi, Stele con rappresentazione di porta in area marsa, articolo in ” Quaderni ticinesi di numismatica e antichità classiche “, Lugano 1979, p. 120 s., n’ 2.
(63 bis) Vedi la tavola 12 dell’Atlante dei complessi figurati, della Enciclopedia dell’Arte Aatica, classica e orientale, Roma 1973; a tav. 6 della stessa opera, raffigurante il recinto, lato sud esterno (metà sinistra) dell’Ara Pacis, sono presenti decorazioni a tralci di vite. Il Piccirilli (op. cit., p. 31) descrive il fregio “… di arte romana, consistente in un viticcio a spira con uccello che bezzica un grappolo d’uva… “, presente sulla parete ovest esterna della chiesa di S. Orante.
(64) Il mosaico bianco e nero di Via Italia è segnalato anche dal Letta, Il territorio del Fucino ecc., cit., p. 124-125, n 83. Le tombe (due) vennero alla luce nel 1970 durante lo scavo delle fondazioni della abitazione del signor 6. Gianfelice, posta a 20 metri dall’imbocco di Via Piccolomini. Si tratta di tombe a fossa con pareti in muratura e copertura a lastroni; del corredo non si recuperà quasi nulla ad esclusione di pochi frammenti di balsamari ‘ fittili del tipo a bottiglina, databili alla fine del I secolo a. C.
(65) Il nome di Ortigia fu creato da Paolo Marso nei suoi Commentaria in Ovidi fastos (Mediolani 1512, pp. 193-194) e ripreso da Di Pietro (op. cit., p. 268). Paolo Marso fece derivare il nome da Ortigia isola del mare Jonio, chiamata anche Delo: “… Ad qaatuor milia passuum versus Aastrum erat insula Fucini lacus Marsorum Ortigia appellata, nunc oppidam nomen retinet, et Ortigia e regione Joniae insula est, quae Delos dicta… “. Issa invece fu dovuta ad una cattiva lettura del Febonio del testo di Bionisio di Alicarnasso, in cui viene nominata un’isola posta sul lago di Piediluco presente nella Sabina: “… Octuagesimo autem a Reate stadio euntibus via Salaria praeter montem Coritam, est Carsula nuper diruta monstratur et insula qaadam “Issa” nomine. Cincta stageis andiqae: hanc abseque alio munimento habitasse feruntur freti palastribus aqais eoe miaus quam manibas. Issae proximum est Marruvium, sitam in eiusdem stagni recessu intimo, distans a Septem aquis (ut vocant) quadragesimo stadio Rarsum a Reate versus Latinam viam euntibus occurrit ad trigesimum stadium. Vaetia, ecc…. ” (Dion. Hal., I, 14-15; C. Busen, in ” Annali dello Instituto di Corrispondenza Archeologica “, 1834, pp. 129-145). Lo stesso Febonio con il Corsignani e l’Antinori, ritenevano che il nome di Ortucchio sia il risultato di una corruzione di ” Ortusaqaae “, o di ” Ortus aquaram ” legato alle sorgive presenti ancora sotto il castello Piccolomini, che erano interpretate dal Febonio come un fiume sotterraneo che emergeva in prossimità del colle o isola di Ortucchio.
(66)In G. Grossi, Il territorio di Casali d’Aschi ecc., cit., p. 32 nota 33. I piatti del ” gruppo di Genucilia ” sono databili dal IV secolo fino al primo terzo del III secolo a. C.; il nostro esemplare si puà datare al III secolo a. C., certamente dopo la fondazione di Alba Fucens che dovette fare da tramite per lo smercio e la diffusione di questa classe di materiale ceramico, prodotto probabilmente da fabbriche romane. Per i piatti, vedi: Jean-Paul Morel, La ceramica di Roma nei secoli IV e III a. C., in AA. VV., Roma medio-repubblicana, Roma 1973, p. 45.
(67)Per il piatto in vernice nera ” con al centro una figura di guerriero dipinta ” (segnalazione del Sig. Salvatore Di Salvatore di S. Veneziano di Gioia dei Marsi), appare possibile identificarlo forse con un pocola, databile al primo terzo del III secolo a. C. La strada è descritta in G. Grossi, Il territorio di Casali d’Aschi ecc., cit., p. 32 nota 33.
(68) Per la località ” Alto le Tombe ” vedi la nota 67. Per la tipologia delle tombe rupestri presenti nel territorio fucense vedi la nota 56.
(69) La strada è attestata dalla presenza di tombe rupestri, a fossa con copertura a lastroni e a cappuccina: per lo studio della strada e le relative necropoli, vedi G. Grossi, Il territorio di Casali d’Aschi ecc., cit., pp. 31 ss.; ” Notizie Scavi ” 1885, pp. 486-487 (” Alto le Ripe “).

Tratto dal libro Storia di Ortucchio dalle origini alla fine del medioevo-Ed. Urbe

avezzano t2

t4

Centri fortificati, santuari, strade e necropoli.....

t3

avezzano t4

t5