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Comune di Pereto

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Con la rabbiosa e spietata spedizione bellica del 304 a.c. i Romani decimarono gli Equi e rasero definitivamente al suolo, tra i 31 “oppida”, oltre a Carento, anche Perreto, il centro più popolato che aveva dato il nome alla pianura sottostante, che da allora fu denominata “Carseolana”(1). Fino al nono secolo d.c. Pereto nient’altro fu se non il toponimo prima della zona attualmente chiamata “Pelaena” e poi di quella che va da sotto il camposanto al “Pastinu” e del monte attiguo. La storia di esso e degli abitanti della regione circostante per circa dodici secoli si identificò con quella della nuova colonia, Carseoli, che i Romani, per latinizzare la zona e per procedere oltre nella conquista dell’Italia centrale, fondarono nel 301 a.C..

La costruzione delle opere di fortificazione, (un aggere (2) e brevi tratti di mura), anche a causa di numerose operazioni di disturbo da parte dei pochi Equi che si erano rifugiati sulle montagne e dei Marsi, richiese molto tempo ed il definitivo insediamento umano (circa 4000 coloni con le loro famiglie) fu possibile solo nel 298 a.c., quando erano Consoli Lucio Genucio e Servio Cornelio. I nuovi coloni si costruirono le loro capanne, coltivarono i campi, disboscarono le montagne e mantennero giornalieri contatti commerciali con Alba Fucens e con Roma. Essi, a mano a mano che si moltiplicavano, venivano reclutati ed inviati a combattere laddove la potenza di Roma lo richiedeva. Solo durante la seconda guerra punica, dopo la battaglia di Canne, insieme agli Albensi e agli abitanti di altre dieci colonie, si rifiutarono di fornire ulteriori uomini e denari ai Romani.

Tale rifiuto fu dovuto non a ribellione o insofferenza, ma solo al vitale interesse di salvare la propria città. I popoli italici (Marsi, Peligni, Marrucini, Sanniti, Etruschi, Picentini, Appuli, Lucani, Irpini, Pompeiani, Venusini, ecc…), che avevano contribuito alla grandezza dell’Impero combattendo in Africa, in Grecia, in Asia e nella stessa Italia, agli inizi del primo secolo a.c. iniziarono a chiedere incisivamente la cittadinanza romana e, al netto rifiuto, a cospirare e ad unire le loro forze per sottrarsi alla soggezione di Roma. Essi tentarono un’ultima carta inviandovi il tribuno M. Livio Druso, che aveva stilato delle leggi favorevoli ai loro diritti soprattutto dal punto di vista agrario e commerciale; ma egli venne barbaramente ucciso.

La rivolta scoppiò immediatamente nel Piceno e subito si estese a tutta l’Italia centro-meridionale. La confederazione: costituì un Senato, composto da 500 membri rappresentanti tutte le città collegate; elesse due consoli: Poppedio Silone, marso, e Caio Papilio Nutilio, sannita; scelse come capitale Corfinio. La città peligna in eccellente posizione strategica, che fu appellata “Italia”; approntò un esercito di 100.000 uomini ed iniziò le ostilità contro Roma. Alba Fucens, anche se non capitolò, fu subito posta e tenuta costantemente in stato di assedio. Poppedio Silone, nella primavera del 91 a.c., alla testa di 10.000 soldati, per spianarsi la strada verso Roma, attaccò e distrusse la colonia di Carseoli. Il senato elesse immediatamente due Consoli, attribuendo loro ogni potere ed affiancandoli con i migliori generali del tempo. Mentre il console P. Rotilio andò a fronteggiare Silone, l’altro rimase a custodire le mura e le porte della città, verso la quale si dirigeva con grandi forze il sannita C. Papio Nutilio.

Le milizie romane si fecero sorprendere dal pretore dei Marsi Vettio Capone, mandato da Poppedio nei pressi di Arsoli a tendere loro un’imboscata, e furono annientate. Lo stesso Console P. Rotilio vi perse la vita. Dopo questa vittoria la guerra sociale si sviluppò in fasi alterne ed i confederati italici subirono anche dure sconfitte, (tanto da dover spostare la capitale da Italia ad Isernia), da parte dei valenti comandanti romani Marco, Silla, Gneo Strabone Pompeo e Metello. Furono questi che nell’89 a.c. spinsero gli Etruschi a defezionare, conquistarono Ascoli e Sulmona, devastarono la Campania, invasero la fascia adriatica ed isolarono confederati nel loro nucleo appenninico – abruzzese sannita, spingendoli a chiedere la pace e ad accettare, in contropartita, la concessione della cittadinanza romana. L’appartenenza alla IV Regione di quasi tutti i territori dell’attuale Abruzzo, decretata da Augusto, ce ne mostra il completo inserimento nel ben più vasto ambito dell’impero romano.

La guerra sociale a dire degli storici Appiano, Plinio, Cluverio, Diodoro Siculo, Florio e Velleio Patercolo fu tanto disastrosa e funesta da superare quella contro Annibale e Pirro (rimasero sui territori degli Italici più di 300.000 soldati, molti condottieri di valore ed i resti delle opere distrutte). Essa tuttavia assunse rilevanza almeno sotto quattro aspetti:
1) fece ottenere l’agognata cittadinanza romana alla maggior parte dei popoli italici, permettendo loro di aspirare agli onori, alle ricchezze ed a far parte della classe dirigente (vedi Sallustio, Ovidio e, da Carseoli, Egnazio ed Erennio, che furono senatori romani);
2) riconfermò definitivamente la supremazia istituzionale romana;
3) relegò ad un livello secondario la civiltà agricola e pastorale (del “vitello”) rispetto a quella del capitale e dei traffici internazionali;
4) desolò tanto l’Abruzzo da giustificare pochi anni dopo, da parte di Silla, una intensa colonizzazione lungo la fascia collinare adriatica ed in alcune pianure interne. Che l’antica colonia di Carseoli fosse stata distrutta nel 91 a.c. è confermato dagli scavi condotti nel 1908-1950-1953 da valenti archeologi, tra i quali L. Cozza e A. Cederna. Questi scavi, condotti nei pressi del bivio stradale per poggio Cinolfo, hanno portato alla luce materiale, databile dall’inizio del 3° secolo fino all’inizio del I secolo a.c., quando appunto la città fu distrutta.

Il fatto che non sia stato rinvenuto materiale di epoca imperiale depone in favore della tesi che la prima dislocazione di Carseoli sia stata nel luogo degli scavi e che la Carseoli ricostruita dopo la guerra sociale sorgesse ove è l’attuale Civita. D’altronde bisogna convenire che la colonia del 298 fu dedotta per soli fini strategici e non vi è dubbio che da tale punto di vista è di gran lunga più importante la gola dell’attuale Carsoli che non l’aperta campagna di Civita. L’importanza di tale passo è resa più evidente dal fatto che anche ai giorni nostri rappresenta il più importante anello di comunicazione tra l’Abruzzo e Roma. Dopo la guerra sociale le condizioni politiche erano sensibilmente più stabili e, comunque, tali da permettere un diverso tipo di colonizzazione, tendente, ad esempio, allo sfruttamento delle potenzialità agrarie della fertile pianura. Non dovrebbe quindi apparire inverosimile l’affermazione che Carseoli, dopo la guerra sociale, e quindi in epoca Sillana, fu ricostruita circa 3 Km a sud della precedente città.

Tale assunto appare tanto più vero se si considera che : – nulla è stato scoperto che provi l’avvenuta colonizzazione della Carseoli sita in località Civita in data anteriore all’era repubblicana avanzata; anzi i pochi oggetti archeologici esaminati risalgono proprio al I secolo a.c.; i resti di mura ciclopiche e gli oggetti dei secoli precedenti sono da attribuire alla città equana di Carento e non alla colonia del 298 a.c.; la presenza di torri lungo le mura e l’altezza media dei corsi dei mattoni (41 cm) ricorda una delle fortificazioni dell’acropoli di Ardea, dell’era sillana; resti più antichi delle costruzioni sono formati in calcestruzzo con un rivestimento che, secondo la sequenza tipologica delle rovine di Roma, risale all’epoca sillana. La nuova colonia ricevette la piena cittadinanza romana, fu costituita in Municipio retto da quattuorviri, fu iscritta nella tribù Aniense e adottò gli ordinamenti romani.
Tra questi si può ricordare quello che stabiliva la demanialità delle zone montane, che prevedeva la comunione del territorio montano a beneficio dell’economia pastorale.

I cippi miliari definivano i confini dei vari stanziamenti ed il fatto che fossero posti ai piedi delle asperità e non, invece, lungo lo spartiacque dei monti, costituisce un sicuro indizio del nuovo corso di politica economica seguita dai Carseolani. Nei campi furono posti dei termini “quadratos, tiburtinos, spatulas censorias” e furono innalzati, nei punti di più intenso traffico, delle torrette con delle epigrafi esplicative che delimitavano l’Ager Carseolanus. I privati possedevano e coltivavano i campi fino ai suddetti confini che, ripeto, correvano lungo la linea di demarcazione delle campagne dalle zone montagnose e boscose. La città di Carseoli ebbe anfiteatro, templi, foro, palazzi signorili e pubblici, piramidi e ville. Dalle epigrafi si rileva che vi erano Senatori, Magistrati, Quattuorviri, Questori, Tribuni, Prefetti, Curatori annonari, Decurioni, Sacerdoti e Augustali, collegi di falegnami, di boscaioli e di scalpellini.

Le principali divinità venerate furono Giove Ottimo e Massimo, Giunone, Marte, Ercole, Mitra, Serapide e Iside, e per patrono fu scelto M. Metilio Repentino. Oggigiorno di Carseoli rimane ben poco. Da una relazione su uno scavo archeologico condotto nel XVIII secolo si apprende che: “In mezzo alla pianura Carseolana, a sinistra della via Valeria per chi viene da Roma, a circa un miglio dall’osteria del Cavaliere, su un colle leggermente sopraelevato, si vedono le rovine e le tracce di quella nobilissima colonia che ora dal popolo viene denominata Civita Carenzia. Nella parte orientale, dove si apriva una porta romana, sono visibili delle parti delle antiche mura. A settentrione si scorgono le rovine di mura, torri e fondamenta che si innalzavano dal fondo valle. A meridione si vede il colle, che degrada dolcemente verso la via Valeria, pieno di resti di mattoni e di pietre da costruzione. Ad Occidente appaiono molte testimonianze dell’acquedotto”. Attualmente anche queste poche reliquie sono difficili da vedersi.

Note
(1) LIV IX 45, 17: Unum et triginta intra dies quinquaginta omina oppugnando ceperunt (consules).. nomenque Aequarum prope ad internicionem deletum. DIODORO XX, 101, parla del console Sempronio e di 40 città prese in 50 giorni.

(2) L’aggere era un rialzo di terra racchiuso tra due fosse la cui altezza era tre volte la profondità di quelle (la terra scavata veniva ammucchiata all’interno).

Testi a cura del dott. Enrico Balla

avezzano t2

avezzano t4

Carseoli in età repubblicana

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avezzano t4

t5