t1

Comune di Scurcola Marsicana

t2

Tra i monti di Albe e di Magliano, ultime pendici (di Velino, e quelli di Curcumello, di Tagliacozzo, di Scurcula, digradanti dal monte Faito , nel mezzo della Marsica, sulle due rive dell’Imele, prima che assuma il nome di Salto, stentamente s’allargano i pianeggianti Campi Palentini che videro l’ultima lotta disperata tra Svevi ed Angioni. La via Valeria o Carseolana, sulla traccia che da millenni le segnarono i Romani, li attraversa, venendo da Tagliacozzo per raggiungere Avezzano e la ampia conca del Fucino. Sulla riva, a qualche passo dal ponte su cui la via cavalca le povere acque dell’Imele, pochi muri smozzicati sporgono fuori dal cumulo delle macerie. Sono i miseri avanzi della sontuosa abbazia, innalzata dalla superbia del vincitore a segnare il luogo ove senz’arme vinse il vecchio Alardo! Sulla fine del secolo decimoquinto e sul principio del sedicesimo i terremoti la scossero e la rovinarono, mentre le feroci guerre tra Durazzeschi, Angioini e Aragonesi, tra Spagnoli e Francesi, tra Orsini e Colonnesi le facevano intorno il deserto, e il mal governo dei comnendatari nè dissipava il patrimonio. Già nel 1525 non ne restavano che ruderi informi, adatti solo a suscitare il compianto. Leandro Alberti, visitando il paese in quell’anno, ne scrisse: ” … per li continui terremoti è rovinata la chiesa col monastero, come si vede;…. invero a vedere detti rovinati edifici ne risulta gran compassione alli riguardanti”

Nel Compendio della jstoria del regno di N. di P. Collenuccio si dice che ” è ancora in quel luogo una chiesa chiamata S. M. S. V.” Poiché il Compendio pare scritto verso la fine del secolo e il Collenuccio mori nel 1501 , l’abbazia dovrebbe esser rovinata proprio gli ultimi anni del XV o i primi del XVI: forse nei terremoti del 6 marzo 1498 o in quelli del gennaio 1502, o del marzo 1506.
Ai terremoti e alle guerre accennano l’Ughelli, Italia Sacra e il Febonio, Historia Marsorun. Questi accenna anche a dolo da parte di monaci di Vicovaro in odio ai Colonnesi. signori del paese ma una tradizione conservata oralmente a Scurcula parla di distruzione fatta a furia di popolo a causa delle galanti imprese dei monaci.

Si noti però che identica tradizione è narrata anche intorno alla rovina del monastero di Real Valle presso Scafati. A torto l’Aloi sostiene che l’abbazia esistesse dopo il 1527, mentre giuste sono le sue osservazioni intorno all’opera dei Colonna commendatari. La breve vita, la rapida completa rovina non lasciarono che lievissima traccia nelle pagine della storta. I cronisti vi accennarono solo per la causa onde la chiesa sorse, legandone il nome alla narrazione della battaglia di Tagliacozzo; gli Storici civili. com’è naturale, appena fecero altrettanto. Qualche parola di più ne dissero gli scrittori di cose marslcane, storici e topografi, quelli di storia monastica o artistica.

Ma anche questi poco ne seppero. Perduto l’archivio del monastero, impossibili o almeno) difficilissime le ricerche nei registri angioini, veniva a mancare qualsiasi documento della Vita dell’abbazia. Fino alla metà del secolo decimonono la sua storìa fu presto detta: fondata da Carlo d’Angiò, e data ai monaci cistercensi francesi, rovinò nel secolo decimosesto; avendola abbandona i monaci, fu occupata dalla curia romana che per secoli ne diede i beni in commenda. Era quanto aveva potuto trarre Ferdinando Ughelli dalle poche testimonianze che era stato possibile raccogliere e quanto il Febonio aveva detto nella sua storia dei Marsi. Questo poco fu ripetuto costantemente, e attorno a questo poco qualche piccola aggiunta più o meno fantastica. Appena qualche cosa di più si trova, nel libro del Corsignani che, pure in mezzo a mille inesattezze, è sempre una delle migliori fonti per la conoscenza della Marsica . Ad una contesa patrimoniale dobbiamo lo Scritto più ampio e informato. Nel 1758 la curia regia rivendicò dalla pontificia il possesso dell’abbazia e la facoltà di disporne.

Ottenuta ragione, il re concesse all’abate Domenico Quercia il godimento del patrimonio abbaziale. Ma egli trovò che i Colonnesi, nella cui casaper molti anni era stato come commenda, avevano avevano disposto e disponevano di esso come cosa loro e privata proprietà.Adì ai tribunali suo interesse. Vincenzo Aloi scrisse una Dissertazione storico diplomatica, che, in mezzo a lungaggini e sottigliezze, contiene uno studio notevolissimo sulla vita patrimoniale, basato su abbondante copia di documenti, fino allora sconosciuti. Ma, certo è naturale, egli sorvolò sull’opera costruttiva, quindi molto vi troverà chi vorrà conoscere le vicende del patrimonio monastico al tempo dei successori di Carlo d’Angio, pel regno di quest’ultimo vi troverà solo un buon commento alla lettera di fondazione. Solo nella metà del secolo scorso lo Schulz, in quella sua opera monumentale che ha iniziato il rinnovamento degli studi di storia dell’arte nelle provincie meridopnali d’Italia, trasse fuori dai registri angioini buon numero di documenti e fece conoscere alcune particolarità intorno alla costruzione della chiesa.

Ma l’opera sua rimase lungo tempo sconosciuta o quasi tra noi, e sfuggì in Germania anche al diligente Ianauschek, che nel mirabile volume delle origini cistercensi non fece altro che ripetere in sunto le parole del I Febonio. Qualche documento documento era già stato dato alla luce dal Minieri Riccio, come qualche altro fu pubblicato o ripubblicato dal De Giudice, dal quale e dallo Schulz derivano le notizie e i documenti citati dal Bindi, nel superficialissimo suo libro sui Monumenti abruzzesi. Qualche altro si occupò dell’abbazia più di recente o per lo studio di qualche opera d’arte che più o meno le si possa riferire, o per difenderne le rovine dalla completa distruzione; ma se si tolgono la relazione degli scavi fatti dalla regia sopraintendenza sui monumenti, scavi che fecero conoscere la pianta dell’edificio, e la nota del Piccirilli sulle pitture della cassa in cui è custodita la statua della Vergine, una volta venerata nell’abbazia, nulla che metta il conto d’essere letto. Pertanto le poche righe dello Schulz restano sempre la migliore cosa scritta sulla costruzione dell’abbazia, come la serie dei documenti, da lui editi o citati, è la più completa.

Ma poiché lo Schulz si prefiggeva lo scopo di porre in evidenza solo ciò che interessava l’arte, pure la serie sua è incompletissima; essa ne comprende appena una trentina, mentre a centinaia essi sono disseminati nei registri angioini. Solo nei volumi che contengono i diplomi di Carlo d’Angio, e più precisamente in quelli clic registrano gli atti emanati dal 1274, in cui la costruzione fu cominciata, al gennaio 1285, quando Carlo I morì, ci fu dato rintracciarne circa trecento, che ci fanne assistere passo per passo al concepimento, alla nascita, alla perfezione di questa abbazia, verso cui l’Angioino fu tenero e prodigo di favori e di ricchezze come verso nessun’altra, meno forse la gemella di lei, l’abbazia di Real Valle. Potrà forse parere a taluno che le lunghe ricerche siano sproporzionate al tenue risultato, anche più sminuito di valore dalla secolare rovina del monumento.

E certo, sebbene a chi sia conscio della gravità delle conseguenze scaturite dal fatto alla cui memoria fu legata l’abbazia, non possa spiacere la notizia anche dei particolari di minor conto che le si riferiscano, certo, dicevo, solo dal puro soddisfacimento di questa curiosità, non mi sarebbe compensata la la lunga fatica. Ma, se non m’inganno, qualche altro frutto di maggiore, più generale e più profondo interesse se ne può trarre. Parte della ricca serie di documenti permette di vedere un po’ addentro nel modo con cui venivano condotte ed organizzate le costruzioni dalla corte aflgioifla, e di portare qualche contributo alla conoscenza come delle condizioni di lavoro degli operarai, così della economia dell’epoca; un’altra parte ci fa assistere alla formazione di un patrimonio e di un feudo monastico, che non mancarono allora e più tardidi adempiere un compito economico e politico insieme. L’abbazia di S. Maria (iella Vittoria non cominciò a costruirsi che alcuni anni dopo la battaglia di Tagliacozzo; ma forse il pensiero di affidare ad un monumento religioso l’espressione della sua gratitudine verso Dio e la Vergine, e di provvedere al suffragio delle anime dei suoi fedeli, sorse subito nella mente di Carlo D’Angiò.

Già pare di scorgerlo nelle valorose proteste di ritenere la vittoria quale segnalata grazia celeste, fatte da Carlo nella lettera scritta a papa Clemente IV dal teatro del combattimento, la stessa sera del 23 agosto l268. Certo è che appena un anno dopo, nel luglio del 1269, egli ordinava si erigesse una chiesa nel piano di S. Marco presso Benevento ” ubi de Manfredo obtinuimus victoriam”. Viene spontaneo il pensieroche in pari tempo egli disegnasse di ricordare in modo eguale, la vittoria di Tagliacozzo, quella veramente definitiva per lui. Nella convinzione ci conforta il fatto che in appresso la costruzione della chiesa e del monastero della Vittoria fu intimamente e senza interruzione congiunta a quella della chiesa e del monastero di Real Valle presso Scafati, destinati allo scopo commemorativo per cui era stata decretata la chiesa beneventana, interrotta subito dopo i primi lavori , o forse anche mai incominciata.

Comunque, nel 1273 già era stato stabilito che i due cenobi, di Scurcola e di Scafati, sorgessero, e la volontà regia era già stata comunicata ai padri dell’ordine cistercense, la vitale propaggine benedettina, essenzialmente francese per origina e tradizioni, la cui meravigliosa fioritura s’allargava allora trionfante per tutto 1’occidente cattolico sorto la protezione dei principi e dei papi.. La Congregazione era assai accetta alla casa reale di Francia: nell’Italia meridionale aveva avuto favore al tempo dei Normanni e nei primi anni di Federico Il . Poi era entrata un po’ in sospetto agli Svevi ; per cui più facilmente adesso su di lei cadde la scelta. Amor di patria e consiglio di Stato la consigliavano. L’accoglienza fatta dal capitolo generale cistercense alle proposte del re, fu quale si poteva immaginare.

Carlo, per ottemperare alle costituzioni dell’ordine, aveva mostrata intenzione di sottopone il monastero della Vittoria a quello dell’Oratorio, fiorente nel suo Angiò, e quello di Real Valle al cenobio di Rovaumont, eretto nell’Ile de France da suo padre Luigi VII. Il capitolo decise che da ciascuno dei due monasteri francesi fossero immediatamente inviati alla corte siciliana due monaci, che insieme con gli Abati di Fossanova e di Casamnari (le celebri abbazie dello stato ecclesiastico, quasi sul confine del regno), confortassero il re col loro consiglio e, quando fosse opportuno , immettessero nei nuovi asili le famiglie monastiche. Gli inviati dell’abbate dell’Oratorio, i monaci Pietro e Giovanni , erano a Napoli prima che l’anno terminasse; ma, o che per cominciare si attendesse il loro arrivo, o che la volontà reale in altro fosse distratta, trovarono non ancora iniziate le costruzioni , anzi neppur scelti i luoghi ove dovessero sorgere. La loro presenza sollecito la cosa.

Il re, provveduto che essi fossero ospitati dai loro fratelli di Casanova (il monastero cistercense allora fiorente nell’Abruzzo ulteriore presso la città di Penne), spediva in Abruzzo i suoi familiari frate Giacomo, maestro Pietro da Chaule chierico della curia, Simone di Angart, Pietro de Carrelli, unitamente con l’abate li Casanova , perché, esaminato attentamente il sito della battaglia, ne eleggessero la parte più adatta allo scopo. facessero calcolo del necessario, in cose e danaro, per la fabbrica, vedessero se e dove fosse, nei dintorni, una quantità di terreno adatta a formarne una masseria onde dotare il futuro convento ). La commissione (meraviglie di tempi lontani ! ) assolse il suo compito con gran le sollecitudine. Le era stato affidato il primo di gennaio del 1274; un mese dopo aveva compito il viaggio, scelto il luogo, fatti i preventivi, e mandati al re, che era in Puglia; il re li aveva approvati, ed aveva emanati le necessarie disposizioni perché al lavoro si ponesse subito mano. Era stato preferito il tratto di pianura compresa tra il Salto e la via Carseolana o Valeria, ai piedi del monte di S. Nicola, a pochi passi dal ponte ove era cominciata la mischia tra i Provenzali e i cavalieri di Enrico di Castiglia. Di là dal ponte, i campi di Cappelle che avevano visto la sconfitta angioina mutarsi un vittoria, e su loro imminente il monte S. Felice, al riparo del quale Carlo aveva tenuto le sue schiere li riserva: di qua sulla riva sinistra, forse sulle pendici ultime del S. Nicola . il castello di Ponti, ove Corradino aveva passato la notte; sopra il ponte, la via Carseolana, da lui con tanto differente animo battuta a distanza di si poche ore.

Però è da notare che alcuni storiografi errano, ponendo S. M. della Vittoria sulla destra del Salto, mentre è sulla sinistra (più giustamente l’aveva collocata il Raumer come anche assegnando il nome di Cardosa alla valle tra Cappelle e il S. Nicola, mentre esso era dato alla pianura sulle due rive e specialmente al tratto sulla sinistra in mezzo a cui sorgeva il monastero. Luogo adattissimo quindi pel significato morale che l’edificio doveva assumere; adattissimo anche per la prossimità della strada del fiume. Erano così assicurate la facilità dell’accesso e la forza motrice per le mole, necessario complemento di ogni notevole comunità religiosa. Ai sei di febbraio Carlo aveva già provveduto alla nomina degli amministratori e del direttore dell’opera, ordinando che senza indugio si recassero sul posto . Nel Reg. Ang. XIV, 225R è conservato il dato diploma da Brindisi, 6 febbraio 1274 , col quale si commette l’amministrazione al giudice Angelo la Foggia e a fra Pietro dell’Oratorio. Però il nome di Angelo è riscritto su rasura di un altro; di più il giorno della data è cancellato e sostituito dal giorno 8 marzo.

La stessa rasura e la stessa correzione si ritrovano nella lettera diretta a Pietro da Chaule che segue nel medesimo foglio, e nell’altra copia della lettera ad Angelo e a Pietro registrata nel Reg.. XVIII. 162A.
Se si ricorda che dall’Oratorio erano venuti i monaci Giovanni e Pietro, e che da ora troviamo solo quest’ultimo alla Vittoria, mentre i due monaci venuti da Royaumont, ambedue si trovano ad amministrare l’opera di Real Valle, non parrà strano pensare che il nome raso sia quello del monaco Giovanni.
Forse egli morì o fu richiamato in Francia senza che il re lo sapesse; conosciuta la morte o la partenza, fu sostituito con Angelo. Si pensi che il re era a Brindisi.

Un’ignota causa, (forse la morte di uno dei due cistercensi venuti di Francia ‘?) ritardò di un mese l’esecuzione degli ordini regi ; ma prima che finisse il marzo erano gettate le fondamenta. Il monaco Pietro dell’Oratorio e il giudice Angelo da Foggia amministravano l’impresa come ” expensores”; maestro Pietro de Chaule ne era il direttore tecnico. Sarà da riconoscere in lui anche l’ideatore dell’edificio, l’architetto inventore? Sebbene abbastanza numerose siano le notizie che intorno a lui troviamo nei registri angioini , pure la sua personalità non ne salta fuori troppo distintamente individuata, ma resta anzi sempre come avvolta in fitta nube. Cominciano le incertezze sul nome suo.
Nei registri apparisce in più forme : Chaule, Chaules , Challe, ” Chale, Chaulis, Iaule, Zaule”.

Se ciò non può recar meraviglia a chi abbia qualche dimestichezza coi registri angioini, e ricordì che questa è la sorte comune a tutti i nomi ivi registrati, lascia però nell’imbarazzo. La forma predominante e spesso scritta in tutte lettere è la prima: quella che adotteremo; ma, dato sia esatta, sarà ad indicare il nome famigliare o il nome della patria? Ci par più probabile quest’ultima. Però un luogo ” Chaule non esiste, né ha esistito, che io sappia. nella Francia.

Due soli nomi potrebbero aver dato origine a quella scrittura Chaulgnes e Chaulnes. Siamo di parere che essa debba risalire appunto a quest’ultimo ed ecco perchè. Pietro è costantemente indicato dai documenti come “clericus familiaris noster, clericus et famniliaris noster”, d’abitudine senza precisare il suo grado nella gerarchia ecclesiastica; sennonché una volta all’appellativo generico va aggiunto “canonicus Peronensis .. canonico di Peronne. Or appunto nell’arrondìssement di Peronne, la celebre fortezza piccarda in cui Luigi XI fu tenuto in prigione dal duca di Borgogna, sta il capoluogo di cantone Chaulnes, il cui castello godé di qualche rinomanza come residenza di madama de Sévignè. Pietro sarebbe quindi un ecclesiastico piccardo, uno dei tanti venuti di Francia con Carlo e addetto alla corte reale. Una sola volta egli è detto ” nobilis vir”, sempre invece è chiamato ” magister”. Basterà questo appellativo per farlo considerare come architetto? La prima volta che ci apparisce, tra il 1268 e il 1270, ricopre l’ufficio di inquisitore intorno ai beni dei traditori del re in Terra d’Otranto; la seconda volta, nel 1272, è collettore “pretii nove monete sive focularium… in casalibus Neapolis: cariche che nulla han che fare con costruzioni. Invece dal 1274 al 1283 è sempre in mezzo alle fabbriche regie. Nel settantaquattro presiede a quelle della Vittoria di Real Valle; nel settantanove a quella di Castel Nuovo prima coi titolo di “prepositus” poi con quello di credencerius”.

Ma nel dargli la prepositura della Vittoria il re così determina il suo compito: ” mandamus. .. Iustitiario Aprutii ut iudici Angelo de Fogia et fri Petro de Aracono, mon. cist., quos receptores et expensores pecunle… ” statuimus, ad requisitionem tuam, oportunam quantitatem pecunie debeat assignare”; e più oltre ” tu requiras et facias per eundem Iustitiarium necessariam eis pecuniam assignari, et, habita plena notitia et conscientia omnium et singularum expensarumn ipsarum ita quod non possit in eis nostra Curia circumscribi, facias ad constructionem ipsius operis instanter procedi”. Parrebbe più un compito di controllo amministrativo che di tecnica direzione. Altrettanto si può dire dell’ufficio del credenziere: così ne parla il re, conferendolo a Pietro de Frenello nel 1281 ” ad opus ipsum diligenter et continue procedi facias et ipsius complementum accelerare studeas quantum potes ; pecuniam autern totam et res alias quaslibet per… expensorem recipiendas et expendendas pro eodemn opere, praesens scias et videas ad oculumn et ad intellectum, ita quod nihl inde conscientiam tuam lateat quoquomnodo”.

Mutato il titolo, identico l’ufficio: un ispettore a controllo dell’opera degli spenditori; l’uomo di fiducia, ” credencerius, del re e della curia. Mai, in nessuno dei documenti da noi conosciuti , Pietro è detto ” prothomagister”, il titolo ufficiale degli architetti, direttori di costruzioni, dato per esempio ad Enrico d’Arsum e a Gualtiero d’Assona, che poi operarono l’uno alla Vittoria l’altro a Real Valle, e, nella forma più ampia: ” prothomagister omnium operum curie”, attribuito a Pietro d’ Angicourt . Ma, d’altra parte, dovunque Pietro de Chaule è preposto o credenziere, manca il “prothomagister”, manca l’architetto: a S. Maria della Vittoria , a Castel Nuovo, a Castel Capuano; come non manca mai con gli altri preposti o con gli altri spenditor. A Real Valle con Pietro c’è l’architetto, Gualtiero d’Assona ma, nell’affidargli l’incarIco, il re avverte chiaro costui che dovrà agire secondo le istruzioni di Pietro, cui non solo è riservata la scelta del luogo ove fondare chiesa e monastero, ma peranco “modum et mensuram secundumn quos monasterium ipsum fundandum fuerit”.

A Castel Nuovo, a Castel Capuano. Pietro da solo determina e richiede così il denaro come gli operai necessari, e questi governa, e se queste attribuzioni vedremo conservate anche agli altri spenditori di Vittoria, troveremo accanto a loro il protomaèstro, da cui di sicuro erano suggerite le proposte; e per di più mentre il loro stipendio abitualmente era di un’oncia d’oro mensile, quello di Pietro era quattro volte maggiore. Sarà compenso per le cumulate funzioni? Non cade dubbio pertanto che egli avesse conoscenze tecniche e autorità e credito tali nella corte, da essergli affidati il controllo amministrativo e la direzione tecnica di alcune tra le più importanti costruzioni ecclesiastiche e militari dei regno di Carlo primo. Forse non fu architetto nel senso formale della parola: a quei tempi non facevano bisogno lauree o diplomi! Sapeva dirigere abilmente, e a quell’ufficio veniva destinato. E del resto per dirigere opere come quelle della Vittoria e di ReaI Valle probabilmente non faceva necessità di inventiva artistica; bastava la abilità tecnica del costruire.

La struttura dei monasteri e delle chiese cistercensi era determinata con norme così precise dalla tradizione artistica e costruttiva dell’ordine, che nelle linee sostanziali si può dire uniforme e cristallizzata. Chi ne ha fatto oggetto di studio speciale, ha potuto ridurre le migliaia di Chiese edificate da quei monaci ad un ristrettissimo numero di tipi tra di loro assai poco dissimili. I nuovi edifici sorgevano sul modello dei vecchi e più famosi. Le costituzioni dell’ordine volevano che le nuove famiglie monastiche sorgessero come per gemmazione dalle vecchie; era una vera deduzione coloniale.

I coloni nel nuovo asilo assai spesso si adoperavano a ripetete l’antico, quasi a continuarne la vita riproducendone i lineamenti. L’abbazia scurcolana non sfugge alla regola: la sua pianta generale, messa in luce pochi anni fa da alcuni scavi fortunati, è tracciata sul tipo comune. La chiesa, a croce latina è orientata da oriente ad occidente, col prospetto verso questa parte; occupa nell’edificio il lato settentrionale. A mezzogiorno, appoggiato al fianco della chiesa, si stende il monastero. In corrispondenza delle navi il gran chiostro, circondato ad oriente dalla sacristia, dal locutorium e dalla sala capitolare, che si stendono in corrispondenza del transetto, e a mezzogiorno dal refettorio e dalle cucine. Sull’uno e sull’altro braccio, al secondo piano, dovevano essere i dormitori. Dei magazzini, dell’abitazione dei conversi e degli altri edifici restano troppo poche tracce per decidere: ma quasi certamente (alcuni ruderi si vedono ancora) lungo il lato occidentale del chiostro correvano fabbriche che s’arrestavano nel piazzale avanti alla chiesa, facendo angolo retto col prospetto di essa : proprio come a Fossanova. Con ogni probabilità. qui si apriva l’ingresso principale. La pianta della chiesa a a prima vista, parrebbe darci torto. Comparandola col tipo di chiesa cistercense diffuso in Italia, di cui l’esempio classico, il paradigma diremo così, è dato da quella di Fossanova presenta notevoli differenze.

Ha, come Fossanova, l’abside rettangolare, motivo d’arte borgognona prediletto dai monaci di Citeaux; ma a differenza da Fossanova le piccole cappelle, i “bas cotès”, per dirla coi francesi, non si aprivano solo nel transetto, (sebbene non ne appaiano tracce troppo chiare, non v’ha dubbio che vi fossero), ma anche nel presbiterio attorno all’altare. É un tipo assai raro. In Italia anzi S. Maria della Vittoria ne porge l’unico esempio ; ma è il tipo adoperato proprio a Citeaux. La coincidenza parrà assai significativa, quando si sappia che, come la Vittoria sia figlia dell’Oratorio, così questo direttamente era stato generato da Citeaux. Peccato che non sia stato possibile conoscere la pianta di Le Loroux! che se essa fosse identica a quelle della sua madre e della sua figlia, avremmo potuto ritenere indiscutibile che i due monaci, di là venuti nel 1274, avessero portato dalla Francia belli e fatti i disegni del nuovo monastero. Tutte queste considerazioni e il silenzio assoluto dei documenti tolgono ogni valore alla tradizione accolta da Giorgio Vasari che il disegno uscisse dalla mente di Nicola Pisano: lasciano solo in campo, con i lineamenti poco decisi, il canonico piccardo.

Comunque, architetto o direttore tecnico o semplice ispettore amministrativo, Pietro da Chaule non rimase a lungo nella Marsica. Nel maggio dello stesso anno 1274 il re lo aveva chiamato di là, e, insieme coi due monaci spediti in Italia dall’abate di Royaumuont e con un architetto, l’aveva mandato a Scafati, perché gettasse le fondamenta di S. Maria di Real Valle, l’abbazia gemella della scurculana. Da allora per qualche tempo divise in parti. uguali la sua attività tra le due costruzioni , dimorando a vicenda un mese per luogo. Così fece certo per tutto il periodo estivo, forse anche per l’invernale, di cui però non abbiamo notizie : di sicuro non vi era più alla ripresa dei lavori primaverili. Forse, avviate ed organizzate le costruzioni, fu trasferito ad altre opere regie; o forse tornò a quella “procuratio casalium Neapolis” che teneva nel 1272, e che abbandonò nel marzo 1278, chiamato “pro quibusdam serviciis ad partes alias”. Quasi di certo all’opera di Castel Nuovo. Ignoriamo chi prendesse il suo posto. Per tre anni i documenti stranamente scarseggiano; dai pochi superstiti sappiamo solo che fin dal maggio 1274, ammalatosi Angelo da Foggia, in suo luogo era stato posto a lato del monaco francese il giudice Giovanni da Vairano.

Ai quattro di quel mese il re sollecitava l’abate di Citeaux e quelli di Le Loroux e di Royaumnont, perché provvedessero a che prima del prossimo San Martino venissero nel regno due colonie di venti monaci e dieci conversi, a prender possesso delle case per essi innalzate. In pari tempo per evitare le rivalità e le gelosie, solite tra i monaci per precedenze o dignità, stabiliva che dei due nuovi cenobi avesse il primo luogo quello di Real Valle, perché destinato a ricordare la più antica vittoria, quella su Manfredi. E perché qualunque difficoltà materiale fosse rimossa, prima ancora che i monaci giungessero, costituì alle due abbazie un vistoso patrimonio. Per la Vittoria esso era formato soprattutto di larghe proprietà territoriali e feudali nella Marsica e nella Capitanata, come vedremo più distintamente a suo luogo. Sulla fine dell’anno pare giungessero i monaci oratoriani sotto la guida dell’abate Bartolomeo. il loro arrivo coincide con un mutamento di amministrazione.

Non solo corè naturale, l’abate prende il posto del monaco Pietro, ma il giudice Giovanni viene rimosso dall’ufficio. Per inettitudine, per prevaricazione, per intrighi frateschi ? Per tutto insieme forse. Un qualche tempo pare l’abate faccia da solo, tenendo testa alle violenze e agli arbitri dei vicini; poi al suo lato viene posto Gualtiero di Gualtiero di Gentile, sulmonese. Intanto a Giovanni di Vairano il 17 aprile (giorno di Pasqua) Carlo imponeva di recarsi al monastero al più tardi entro quindici giorni e di attendervelo: recasse tutti i libri della sua amministrazione, che egli in persona voleva sincerarsi di tutto l’operato suo. L’angioino contava passare per Scurcula nell’ imminente viaggio verso Roma, ove era chiamato da gravi interessi. Tra 1’impertora Rodolfo d’Absburgo e il nuovo papa Nicolò III, (nè all’uno ne all’altro egli era troppo simpatico !) si stava per concludere un accordo intorno ai possessi della Tuscia e dell’Emilia, che assai intimamente toccava la egemonia italica da lui sognata, anzi veniva a togliere per sempre le ultime regioni di quella antinomia tra la potestà imperiale e pontificia, che era stata la causa prima della sua grandezza. Per sorvegliare di persona le trattative. e volgerle, se possibile, a suo vantaggio o almeno attenuarne i danni; il re mosse da Capua, una delle sue dimore preferite, ai sei di maggio e prese a risalire la va1le del Liri, per entrare nella Marsica e poi, raggiunta la via Valeria, volgere a Roma per Carsoli e Tivoli.

Marciò a piccole tappe, onde solo il giorno 10 fu a Scurcola. Per verità lo scopo della visita reale, più che di esaminare i registri del giudice sospetto di prevaricazione, era di assistere alla consacrazione della chiesa. Di certo questa non era compiuta parecchi altri anni dovettero consumarsi intorno a lei. Probabilmente era terminato il presbiterio (donde i monaci erano soliti cominciare a costruire), il transetto, o almeno la parte dì esso a cui si addossavano la sala capitolare e la sacrestia con sopra i dormitori. Lo stretto necessario per la vita monastica e per attendere tranquillamente la fine di annose costruzioni !

Il re s’attardò quasi tre giorni sui Campi Palentini; sia che assaporasse con voluttà gli acri ricordi della battaglia, o che non fossero perfetti i preparativi per la cerimonia, o forse che, sortogli nella fantasia il capriccio di assistervi tutto chiuso nel suo arnese di battaglia (quello forse che vestiva nella giornata memoranda ?) dovesse attendere che glielo portasse lo scudiero in gran fretta cacciato a Napoli a prenderlo. E però solo la mattina del giovedi 12 maggio fu celebrata la solenne cerimonia. É lecito, chi voglia, immaginare lo splendore dello spettacolo, lo sfarzo della corte, la ricchezza dei parati ecclesiastici donati dal re ai e cistercensi, l’affollarsi dei marsicani, la rumorosa gioia degli operai, alimentata dagli spiccioli della sovrana generosità.
Era un giovedì come quello in cui il fìdo consiglio del vecchio Aleardo aveva deciso le sorti del suo regno. Sull’altare nello sfolgorio di mille ceri s’ergeva, scintillante oli oro, la bella immagine della Vergine, che Carlo aveva fatto scolpire nel legno da un geniale artista di Francia.

La statua ha sopravvissuto la chiesa. Una tradizione la disse la stessa che Luigi IX portò con se nelle crociate. Oggi essa è conservata nella chiesa di Scurcola. Essa è conservata in una cassa internamente guarnita di tela su cui a tempera sono dipinti alcuni fatti della vita della Vergine. Da alcuni furono dette opere del secolo XIII ; secondo Berteaux sono invece di Saturnino Gatta da S. Vittorino, discepolo di Fiorenzo di Lorenzo. Certo sono del sec. XVI.

Dal presbiterio tra i nuvoli d’incenso si levava il lieto canto dei monaci francesi, e tra le mura e i pilastri appena sporgenti si effondeva a ondate pel piano) e per monti nella lieta luce della primavera italiana. Inneggiava alla Madre d’amore, che aveva concesso al loro re di ammazzare a migliaia i nemici e di stabilire il suo trono sul sangue italiano e imperiale, alla maggiore gloria della Chiesa di Roma ! Fu come la consacrazione solenne del trionfo ! Carlo era al colmo della sua potenza ; appena da qualche giorno una lieve nuvoletta era apparsa, e nessuno pensava che potesse velarne lo splendore. L’esame delle fabbriche, le cerimonie religiose, i festeggiamenti, le noie della regalità e forse anche la folla dei grandi ricordi, non lasciarono tempo per le cose piccine.
I conti di Giovanni non furono sindacati: il re si accontento di ordinargli la consegna del danaro e di quanto appartenesse alla fabbrica e gli rimanesse nelle mani, al sulmonese Gualtiero, in quei giorni ufficialmente confermato a suo successore.

Ad altro tempo l’esame dei registri; per allora si sarebbe accontentato del rapporto che gliene avrebbe fatto Gualtierio. L’insufficienza o la malizia di Giovanni dovevano aver portato il disordine nei lavori e averli arrestati: onde il re prima di partire provvide, d’accordo cori l’abate e col nuovo spenditore, a riorganizzarli, ricomponendo la maestranze, emanando ordini perché fossero fornite dei carri e delle bestie necessarie, fossero procurate legna da tenere accese le calcare , e soprattutto perché regolare fosse l’invio del denaro per le mercedi e le spese.

Sennonché in quegli anni trovare operai per i lavori della curia reale non era cosa troppo agevole e come vedremo : difficilissimo poi, se negli esecutori degli ordini regi v’era stracchezza o malvolere. Ai primi di giugno il giustiziere non aveva mandato ne il danaro del mese corrente), ne gli uomini, ne i carri , ne gli animali. Gualtiero, che sapeva imminente il ritorno del re, e voleva evitare immancabili rimprtoveri, spedì qa Roma il soprastante dei lavori, Enrico da Arsum, per esporre dettagliatamente lo stato delle cose. Carlo rinnovò gli ordini con gravi minacce agli inobbedienti, e rimandò Enrico, dopo avergli dato particolari istruzioni sul modo con cui condurre le costruzioni. Tutta la chiesa fosse murata in pietra concia piana, ma gli angoli, le finestre, le crociere, gli archi e i pilastri fossero sagomati e scolpiti; si badasse a far compiere diligentemente a tutti il proprio dovere, affinché procedesse bene l’opera “cuius acceleratio et expeditcio multum residet cordi nostro”.

Le nuove ordinanze reali pare sortissero l’effetto. Quando ai 18 di giugno il re, tornando da Roma, sostò nuovamente alla Scurcola, trovò fervere i lavori sotto la direzione del nuovo architetto. Facilmente questi era stato condotto alla Vittoria dal re nella prima sua venuta, per l’esame della costruzione, e poi lasciato là per continuare e completare l’opera di Pietro da Chaule. Anche lui era francese; è dubbio di quale provincia. Il suo luogo di nascita nei registri prende le forme di Arson, Arsan, Arsum, Assana, nessuna delle quali corrisponde ad un luogo in Francia esistente. Solo potrebbe pensarsi ad una storpiatura di Assom, nei Pirenei, presso Pau, patria anche dell’architetto Gualtiero che fino dal principio operò a Real Valle. Egli è direttore tecnico dei lavori della Vittoria da questo momento fino alla fine. Cresciuti gli operai, provveduti giumenti e bufali, le mura del monastero s’alzavano rapidamente, mentre presso il fiume si dava principio a un molino da grano, a una gualchiera per panni e a una concia per le pelli. Però quasi subito il re mostrò d’essere malcontento del modo come andavano le cose. Gli operai, secondo egli diceva, erano pigri e negligenti, venivan tardi al lavoro, presto se ne andavano, lavoravano svogliatamente; Gualtiero, incapace di farsi obbedire.

A dagli man forte, egli mandò un soldato che adoperasse magari la forza. Gualtiero, che riteneva del malcontento doveva essere causa la scarsezza del salario, lo accrebbe di sua iniziativa, superando il limite stabilito per le opere regie; di qui richiami e rimproveri: tornasse a dare i salari prefissi, pensasse a spender bene e secondo la commissione avuta il denaro. E poiché egli, nella scarsezza delle maestranze aveva ingaggiato alcuni operai oltremontani e altri non regnicoli, dando mercede più alta, gli imponeva che gli italiani congedasse senz’altro, gli oltremontani tenesse, purché si accontentassero di una mercede minore. Da tutti coloro che ne avevano avuta una superiore a quella stabilita dalla curia si facesse rendere il mal percetto.

Pur tuttavia Gualtiero fu lasciato nella Marsica tutto l’inverno, quando per l’inclemenza della stagione si riducevano gli operai, e specialmente i muratori, a più piccolo numero; e forse vi sarebbe stato confermato, se nel febbraio, quando a preparare la ripresa primaverile, già si cominciavano a raccogliere carri e cavalli e a ricostruire le maestranze, egli non fosse caduto malato. Subito il re gli sostituì Rinaldo Villani, un cavaliere senese, suo famigliare, cui doveva esser dato di vedere la fine dell’opera. Col senese tornò alla Scurcola, dove pare si fosse allontanato nel periodo invernale, l’architetto Enrico d’Arsum, accompagnato da un coadiutore, Giovanni da Messina, e tutti insieme si adoperarono a soddisfare la premura del re. Ma le gravi difficoltà incontrate nell’ingaggiare nuovi operai, nel raccogliere altri giumenti, la poca generosità della dotazione, non sempre puntualmente numerata dalla tesoreria regia, fece sì che tutta la buona stagione passò senza lavorare di lena ne alla chiesa ne al monastero, ne alle mole sull’Imele. Nel settembre, a richiesta dei monaci, fu stabilito che invece della gualchiera per panni fosse costruito un altro mulino. Poi giunti i freddi invernali, (il campo palentino è sui 700 metri di altitudine, e tutt’intorno incombono i monti, che salgono fin sopra i 2400 metri), si andò avanti alla stracca, sicché appena tre tagliapietre e cinque muratori vi rimasero.

Ma già nel gennaio il re provvedeva a che dall’aprile prossimo si riguadagnasse il tempo perduto, raddoppiando le attività. Le maestranze raccolsero un numero complessivo di operai veramente notevole: 38 cavapietre, 30 muratori, 7 spuntatori, 38 scalpellini, 3 “asseurs de pierres”, 3 carpentieri, 3 fabbri, 162 manovali, 14 carrettieri, 38 conduttori di buoi; in tutto 336 uomini con 148 buoi, 10 bufali e 25 cavalli. Quattro soprastanti e il protomaestro guidavano il piccolo esercito! La somma delle mercedi saliva ad once d’oro 160, taremi e grani 16 al mese, e cioè, valendo ogni oncia 5 fiorini, a un poco più di 800 fiorini, quasi 10.000 lire delle nostre (del 1910). Per evitare i ritardi e gli intralci che in passato si erano verificati nella consegna del danaro da parte del giustiziere, adesso l’incarico di numerarlo mensilmente allo spenditore o al suo rappresentante, era affidato direttamente alla tesoreria regia di Castel dell’Ovo. Alle spese per materiali, calce, ferro, macchine e per ogni altra cosa necessaria sarebbe stato provveduto con mandati speciali, dei quali uno sene spiccava subito per 60 once d’oro. La difficoltà stava, come sempre, nel trovare operai che volessero recarsi alla Vittoria: si dette ordine al capitano dell’Aquila, al giustiziere degli Abruzzi, a quello della Terra di Lavoro di procurarne ad ogni costo, magari con la violenza. Il numero stabilito doveva formarsi ad ogni modo, e non soffrire alcuna diminuzione neppure d’inverno; diminuita in questa stagione, era solo la paga, per la brevità delle ore di lavoro.

Su questo ultimo punto la volontà reale non ebbe effetto. Nel colmo dell’inverno, se potevasi continuare a tagliar pietre di dentro le cave o a squadrarle e scolpirle nelle baracche o al riparo dei muri già costruiti, assai difficile era murare all’aperto, ed anche poco utile. Quindi si intensificò il lavoro delle pietrare, si trasportò la pietra al monastero, si preparò per la messa in opera ma non si murò. Pur tuttavia alla fine dell’anno la chiesa e il refettorio erano assai innanzi. Quella era giunta all’imposto delle volte, questo quasi compiuto. Rinaldo chiedeva al re travi per l’armatura delle volte e legname e ferramenta per le porte, per le finestre, e fino per le tavole “ad commedendum”. La speranza di un prossimo compimento crebbe l’impazienza del re, e per essa il fervore dei lavori. Nel periodo estivo, dal 1º aprile a 15 settembre 1281, essi raggiunsero il massimo dell’intensità, non lesinandosi ne il danaro ne gli uomini. Le maestranze raggiunsero quasi 450 persone con più di 150 tra buoi e cavalli; la spesa normale mensile per le mercedi raggiunse quasi le 190 once d’oro (circa 15.500 lire), ed escluse sempre quelle di foraggio e di paglia per le bestie e quelle per calce, ferro, legname.

E così nel maggio Rinaldo poteva annunziare a Carlo che entro l’estate sarebbe stata terminata l’abitazione dei monaci: gli permettesse d’impiegare il denaro rimasto presso di se per coprire il tetto, per guarnire d’imposte le finestre e le porte. Alla fine del periodo estivo, quando l’opera dei muratori fu cessata, continuando solo quella dei piccapietre nelle cave e degli scalpellini nel cantiere, non restava che coprire di volte il monastero e compiere la parte decorativa delle finestre e delle porte. All’annunzio, mandatogli per apposito corriere, esultò il re; “Con animo tanto più grato e lieto” egli scrisse all’abate e al Villani “accogliemmo la notizia quanto più intensamente con tutti i nostri desideri affrettiamo il celere compimento dell’opera”.

Concesse ogni cosa che gli veniva chiesta, e ordinò che nelle volte del monastero fossero pure adoperate pietre di ogni sorta, ma che i pilastri, gli archi, le finestre e le porte fossero “de vivis lapidibis et dolatis, quantunmcumque meliores et fortiores fieri poterunt, ad ipsius operis ornamentum”. Soprattutto si raddoppiasse di zelo e diligenza perché al fine giungesse il momento che “per effectum operis attingamus exinde votum nostrum!”. La qualità degli ornati, delle porte e delle finestre si potrebbe arguire dal portale ora conservato nella chiesa di Scurcola. Spuntò mai questo giorno tanto desiderato? Non sapremmo dirlo con sicurezza. appare dai documenti che la primavera e l’estate del 1282 videro un affaccendarsi e un affaticarsi, poco meno intenso che quello del precedente periodo estivo; Rinaldo Villani ed Enrico d’Arsum facevano quanto era in loro per affrettare e mentre lavoravano ad ultimare le porte e fare i tetti, chiedevano il ferro per guarnire le porte, per incrociarlo sulle finestre, chiedevano il piombo per le invetriate. E il re ordinava che loro si apprestassero, e che si apprestassero anche a migliaia i vetri bianche e versi e gialli e azzurri, onde ornare di mosaico multicolore le grandi trifore e far vivere sotto il bacio del sole una variopinta famiglia di angeli e di santi.

Provvedeva persino che dalla Chiesa dei Minori dell’Amatrice fosse portata alla Vittoria un’antica campana e fosse issata sulla torre, che certamente si levava ardita sul mezzo della crociera, onde di lassù il suo squillo argentino corresse per le valli e pei monti, a Tagliacozzo, a Scurcola, a Magliano, ad Alba, sino alla piana del Fucino, sino alle nevi del Velino, a cantare le lodi i Dio e della Vergine, la gloria di re Carlo possente, invitto trionfatore dello scomunicato Corradino!……. Ma (fatale, strana coincidenza!) proprio in quei giorni un’altra campana squillava; però la sua voce non era di gioia ma d’odio; non cantava vittoria ma morte!……. Erano i giorni dei Vespri!…… Da Reggio, dal campo contro l’eroica Messina, sono datate le ultime lettere dell’Angioino per la Vittoria. Determinano la quantità degli operai e della spesa del futuro periodo invernale. Bastò questo a compire l’opera? Quando negli anni seguenti si torna a far parola del monastero più non si ripete la frase prima abituale “quod fit in partibus Aprucis” ma, perché pienamente compiuto o perché interrotto?……

Testo a cura di Pietro Egidi

avezzano t2

t4

Carlo I° D'Angiò e l'Abbazia di S.M. della Vittoria

t3

avezzano t4

t5