Barricate a Parigi

Testi di Don Vincenzo Amendola maggiori info autore
Il parlamento del secolo XVII non era una assemblea eletta a suffragio Popolare. come noi oggi l’intendiamo, né aveva il potere legislativo come i nostri parlamenti. Allora chi faceva le leggi e governava la nazione era il re con i suoi minístri. Il parlamento aveva solo un potere giudiziario, praticamente quello che oggi ha la nostra magistratura.

In Francia, ai tempi di Mazzarino, c’era un parlamento in ogni città Più importante; se ne contavano dieci; quello di Parigi esercitava la sua giurisdizione su quasi metà della nazione. I membri del parlamento venivano chiamati « giudici » perché in effetti questa era la loro funzione E i in gine, erano nominati dal re- poi al parlamento fu riconosciuto il diritto di eleggere i
che parlamentari si comprarono e si ereditarono per diritto di famiglia. Si era cosi creata una nobiltà « di toga », come esisteva una nobiltà « di spada ».
Il parlamento, dovendo far osservare le leggi, doveva necessariamente conoscerle prima che fossero promulgate, e spesso il parlamento di Parigi aveva tentato di arrogarsi il diritto di « osservare » i decreti del re, specialmente quelli fiscali, che – come abbiamo visto – toccavano più direttamente nobili e popolo.

Ciò aveva creato uno stato di permanente conflitto tra la monarchia con il suo governo e il parlamento. Più di una volta quest’ultimo aveva fatto tentativi per ingerirsi anche nella vita politica vera e propria dello Stato, accrescendo il dissidio e la lotta interna fra i poteri. L’ultimo tentativo di questo genere si verificò proprio durante la reggenza di Anna d’Austria e, purtroppo, sfociò in una guerra civile, che coinvolse Mazzarino fino a costringerlo all’esilio.
L’occasione per cominciare a minare la posizione dell’indesiderabile e odiato Primo Ministro della reggente, straniero ed eccezionalmente abile sostenitore del regime monarchico assoluto, e per rivendicare a sé una funzione politica, fu offerta al parlamento di Parigi dalle nuove leggi fiscali, presentate.al « letto di giustizia » del 15 gennaio 1648.

In questa circostanza Omer Talon, avvocato generale di Sua Maestà, pronunciò un’aspra requisitoria contro la politica del governo; tra l’altro disse: « Ci si viene a dire che non è punto facile concludere la pace con i nemici e che è più agevole condurveli con la forza che con la ragione … Ma noi possiamo dire che le vittorie e le conquiste non diminuiscono affatto la miseria dei popoli, che ci sono delle provincie intere dove non ci si nutre che con un po’ di pane, di avena e di crusca … che tutte le provincie sono impoverite per rifornire il lusso di Parigi o piuttosto di alcuni individui … che non resta più niente ai vostri sudditi all’infuori delle loro anime, che, se fossero commerciabili, da gran tempo le avrebbero messe all’incanto ». Parole forti ed obiettive: peccato che chi le diceva era un privilegiato esentato dal pagare le tasse, perché membro del parlamento, e le pronunciava non per difendere il popolo ma solo per combattere il potere regio e rivendicarlo alla sua classe sociale.

Non possiamo, certo, giudicare i politici del Seicento con la mentalità di oggi. Allora non esisteva affatto una scienza dell’« economia politica » né ci si poneva il problema di una politica economica. I fatti economici erano circoscritti nell’àmbito della proprietà fondiaria e del commercio, e si svolgevano esclusivamente nella sfera del privato. Non si aveva alcun concetto di « produttività » del lavoro né era ancora sorta l’organizzazione industriale con i complessi e, ancora oggi, insoluti rapporti fra capitale e lavoro. Solo qualche studioso, come Crozio, nei suoi scritti aveva accennato incidentalmente a un diverso modo di concepire l’economia: ma o quegli scritti non erano stati letti o chi li aveva letti aveva notato osservazioni solo marginali. Anche l’impostazione della politica fiscale era completamente diversa. Le tasse allora non si pagavano per i servizi che lo Stato doveva offrire alla comunità civile. La tassa si doveva solo per dovere di sudditanza a chi era proprietario o deteneva il potere, il quale la usava come voleva e non per il bene comune.

Tutto questo ci spiega come l’atteggiamento del parlamento di Parigi fosse considerato un atto politico di usurpazione dei poteri del re e del suo governo.
Mazzarino, per combattere le pretese dei giudici del parlamento di Parigi, fece appello ai parlamenti delle altre città, ma questi solidarizzarono con quelli della capitale. Il 13 maggio 1648 i rappresentanti di tutte le corti sovrane (i parlamenti), contro il parere della regina Anna che negò il suo assenso alla decisione, si costituirono in unica assemblea nella Chambre-Saint-Louis e decisero di deliberare una riforma dello Stato. La Chambre-Saint-Louis si riunì il 26 giugno e redasse una « carta » di 27 articoli, in cui, tra l’altro, s’imponeva alla reggente di non decretare alcun’altra imposta senza l’approvazione del parlamento, e che la detenzione di qualsíasi imputato non poteva protrarsi oltre le ventiquattr’ore senza interrogarlo o inviarlo al giudice di competenza.

Per Mazzarino le decisioni del parlamento erano una netta sconfitta politica, e fu commentando questa situazione che egli confidava di « versare lacrime e sangue », perché i giudici « non si fanno scrupoli di rendermi odioso alla gente, la quale non va oltre la scorza delle cose, e mi attaccano soprattuto per la mia qualità di straniero. Piacesse al Cielo che tutti i francesi avessero la stessa passione che ho io per il bene dello Stato ».

Tra i membri del parlamento c’era un certo Broussel che andava continuamente ripetendo: « Basta con le tasse! E’ tutta colpa delle tasse! Si debbono abolire le tasse! »; era diventato un ritornello dei suoi interventi, privo di qualsiasi ma con un’immediata presa demagogica, che logica politica,
aveva fatto del Broussel l’idolo della folla di Parigi: lo chiamavano « padre del popolo ». I clamori dei primi sintomi di rivolta che serpeggiavano fra i parigini vennero sopraffatti, per un po’, dalla notizia che il principe di Condé aveva annientato l’esercito imperia le con una strepitosa vittoria a Lens, il 20 agosto 1648, e di conseguenza si poteva andare alla firma della pace di Westfalia.
Il popolo ne fu esultante e fu indetto un solenne « Te Deum » nella cattedrale di Parigi.

Mentre si svolgeva la cerimonia, Mazzarino fece arrestare Broussel, sperando in questo modo di evitare i torbidi popolari. Ma quando i parigini vennero a sapere dell’arresto del loro beniamino, uscirono m massa e innalzarono barricate per tutta la città. Il 26, 27 e 28 agosto furono giornate grigie per la corte e per il govverno. Il presidente del parlamento Molé con altre personalità cercò di trattare con la reggente, ma la folla, inferocita dallo spirito di rivolta e aizzata dai « mantelli neri » (uomini armati assoldati da privati) di Broussel, minacciò lo stesso Molé e il coadiutore di Parigi Paolo Gondi, tumultuando davanti al palazzo reale.

Il 28 agosto la corte cedette. Broussel fu liberato e la folla di Parigi lo portò in trionfo; a lui sembrò quasi di aver raggiunto la sua ambizione: « prendere il posto di Mazzarino, facendosi imporre dall’opinione pubblica » (Boulanger).
Ma gli avvenimenti precipitarono in vera e propria guerra civile.