La professoressa che colleziona lauree
Avezzano – Avezzano, a 30 anni tre lauree magistrali, quattro master e una ricerca che intreccia musica, lingue e sacro. Un percorso accademico fuori dall’ordinario, costruito passo dopo passo all’Università “La Sapienza” di Roma, che racconta non solo l’eccellenza di una giovane studiosa, ma anche una visione coerente e profonda della conoscenza come esperienza culturale e umana.
Maristella Buzzelli, docente di inglese e ricercatrice, ha fatto della contaminazione tra discipline il cuore del proprio lavoro: dalle lingue alla musicologia, fino alla storia delle religioni, con uno sguardo costante rivolto al rapporto tra parola, suono e dimensione spirituale.
Un cammino che affonda le radici nella tradizione familiare, si nutre dell’identità del territorio marsicano e guarda al futuro con l’ambizione di trasformare la ricerca in divulgazione, didattica e libro.
Giornalista: Professoressa Maristella Buzzelli, a soli 30 anni ha appena conseguito la sua terza laurea magistrale. Ci racconta il suo percorso?
Lei: Grazie. Il mio percorso accademico si è svolto interamente all’Università “La Sapienza” di Roma, dove ho conseguito prima la laurea triennale e poi la magistrale in Lingue. Successivamente ho conseguito una seconda laurea magistrale in Musicologia e ora una terza in Storia delle Religioni.
Giornalista: Si aggiungono poi quattro master in ambito pedagogico e diverse certificazioni linguistiche. Un percorso molto articolato per una persona così giovane. Qual è il filo conduttore che lega questi studi?
Lei: Il filo conduttore del mio percorso emerge già dagli studi in Lingue. Entrambe le mie tesi, redatte in inglese, erano dedicate alla dimensione mistica del linguaggio musicale. Ciò che mi interessa è lo spazio sacro che si crea nell’incontro tra parola e suono. I diversi percorsi accademici non rappresentano una frammentazione, ma un approfondimento progressivo della stessa ricerca.
Giornalista: Nel suo percorso la musica sembra avere un ruolo centrale.
Lei: Assolutamente. La musica non è solo espressione artistica, ma linguaggio universale che, in molte tradizioni religiose, diventa mezzo privilegiato di esperienza del sacro. Sono anche una delle voci soliste del coro gregoriano Laeti Cantores, un’esperienza che affianca e arricchisce il mio lavoro accademico, permettendomi di vivere concretamente ciò che studio sul piano teorico.
Giornalista: Un percorso intenso, soprattutto considerando la giovane età. È una scelta insolita?
Maristella Buzzelli: Forse dall’esterno può sembrare così, ma per me è stato un cammino naturale. Provengo da una famiglia in cui lo studio è sempre stato vissuto come una passione e come uno strumento di crescita personale. Mio padre, già dirigente scolastico e musicista, ha conseguito numerose lauree nel corso della sua carriera; mia madre, soprano plurispecializzato e professoressa di lingue, ha conseguito un dottorato presso l’Università Sorbona di Parigi. Anche mia sorella, laureata in Lingue e poi in Filologia, sta proseguendo gli studi in Linguistica, così come mio marito, laureato in Lingua e Letteratura Cinese. Non c’è mai stata competizione, ma un entusiasmo condiviso per la conoscenza.
Giornalista: Quanto hanno influito le sue radici familiari sulle sue passioni?
Maristella Buzzelli: Moltissimo. L’amore per la musica e per le lingue è qualcosa che sento di aver ereditato anche da mio nonno, Ugo Buzzelli, poeta ed esperto del dialetto avezzanese. La sua figura ha rappresentato per me un esempio importante di dedizione alla cultura. So che presto il Comune di Avezzano gli dedicherà un largo.
Giornalista: Ha già anche delle pubblicazioni all’attivo.
Maristella Buzzelli: Sì, ho pubblicato due studi di carattere etnomusicologico: uno dedicato a Scurcola Marsicana e uno a Celano. Sono lavori che nascono dal desiderio di valorizzare il patrimonio musicale e culturale del nostro territorio, mettendo in dialogo la ricerca scientifica con la memoria collettiva.
Giornalista: Oggi lei insegna inglese. In che modo questo bagaglio di studi influisce sulla sua didattica?
Maristella Buzzelli: In modo profondo. Insegnare una lingua significa trasmettere una visione del mondo. Il mio percorso mi consente di offrire agli studenti una didattica che non sia solo tecnica, ma anche culturale, simbolica e critica, aiutandoli a comprendere il valore profondo del linguaggio.
Giornalista: Che messaggio sente di lanciare ai giovani del territorio?
Maristella Buzzelli: Che lo studio richiede sacrificio e costanza. Siamo persone semplici e nulla ci è stato regalato: ogni risultato è stato costruito con impegno e dedizione. Allo stesso tempo, però, vorrei dire che lo studio non è solo impegno rigoroso. Se si sceglie un percorso che davvero risuona con ciò che si è, la disciplina non diventa un dovere gravoso, ma un modo per crescere, costruire la propria persona e il proprio futuro con consapevolezza.
Giornalista: La sua tesi su Luco dei Marsi e sul culto di Angizia è uno studio molto articolato. Come nasce questo lavoro e perché ha scelto proprio Luco dei Marsi come oggetto di ricerca?
Maristella Buzzelli: Questo lavoro nasce da un’esigenza profonda: quella di dare a Luco dei Marsi e al santuario di Angizia l’attenzione che meritano. Spesso questi luoghi vengono raccontati attraverso il filtro del folklore o della semplice curiosità archeologica, mentre in realtà rappresentano uno dei casi più significativi dell’Italia centrale per comprendere come il sacro si costruisce, si trasforma e sopravvive nel tempo.
Giornalista: Pensa che questa tesi possa diventare presto un libro?
Maristella Buzzelli: Spero di pubblicarla presto.
Giornalista: La sua tesi è dedicata anche a Don Giovanni Ciaccia. Come mai questa scelta?Maristella Buzzelli: Don Giovanni aveva ereditato quello che per molti era un grande onore e una grande responsabilità: essere un punto di riferimento per il quartiere di San Rocco ad Avezzano, e riusciva a farlo sembrare qualcosa di estremamente semplice e naturale. A ripensarci ora, è stato una vera e propria guida spirituale per me. Era una persona autenticamente buona, umile, profondamente umana. Lo ricordo ancora seduto sulla panchina davanti al campanile della chiesa, sempre lì, a disposizione della gente. Era tutto ciò che un parroco dovrebbe essere: presente, attento ai bisogni della comunità, pronto a offrire una parola di conforto o di speranza a chiunque ne avesse bisogno. Penso spesso a lui, e il suo ricordo continua ad arricchirmi anche nel mio ruolo di insegnante, ispirandomi alla sua pazienza e alla sua bonarietà nel rapporto con i più giovani.









