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Usi E Costumi Di Collarmele…Folclore Paesano

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Scopri come il folklore marsicano racchiude la ricchezza di un popolo tra antichi riti e leggende vivide: un patrimonio unico che sfida il tempo.

Il termine folklore, di origine inglese, si riferisce alla cultura popolare e racchiude tre tipi di attività: conoscitiva, espressa tramite proverbi e credenze popolari; psicologica, nella forma di sogni e canti; e pratica, nei costumi e usi quotidiani. Il popolo può essere interpretato in due modi: come insieme di cittadini appartenenti a uno stesso territorio o come gruppo definito da differenti dimensioni sociali, etniche e politiche. Queste nozioni sfociano in una domanda cruciale: a quale dei due concetti di popolo appartiene la cultura popolare? La risposta è complessa e varia a seconda delle ideologie di chi studia il fenomeno folkloristico.

Gli studiosi assumono atteggiamenti differenti; per esempio, i filosofi e scienziati cercano una conoscenza “mediata”, mentre poeti e artisti privilegiano l’immediatezza e l’intuizione. Questo dualismo emerge anche nell’identificazione dei soggetti attivi del folklore: gli usi e costumi tradizionali vengono generalmente considerati espressioni di vita vissuta, piuttosto che semplici riflessi teorici. Accettare una visione inclusiva del popolo aiuta a superare i pregiudizi comuni, come la convinzione che il folklore appartenga esclusivamente a classi sociali inferiori o a comunità rurali.

Un esempio emblematico può essere trovato nella celebrazione delle usanze locali. Costumanze singolari come l’abitudine di attribuire soprannomi ai paesani, l’annuncio dei bandi da parte di un messaggero e il “consolo”, un pasto offerto in segno di lutto, rappresentano il ricco patrimonio di costumi che caratterizza la Marsica e, in particolare, Collarmele. Antiche usanze come l’appensione di trecce di frutta e ortaggi balzano agli occhi, esprimendo non solo tradizioni ma anche un senso di comunità e familiarità, tipico delle culture popolari.

La tradizione e la leggenda spesso si intrecciano, arricchendo la narrativa popolare. Angelo Melchiorre, nel suo libro “Vita e Folklore nella Marsica di ieri”, racconta storie che evocano antichi viaggiatori e leggende locali, dai Romani ai briganti, delineando un’immagine vivida e affascinante della vita in questa zona storica. Le storie dal Fùcino e gli incontri nell’antico valico di Collarmele forniscono un prezioso legame con il passato, mantenendo viva la memoria collettiva.

Dunque, il folklore rappresenta una ricca e diversificata manifestazione della cultura popolare, esprimendo le sfide, le gioie e le tradizioni del popolo marsicano, rendendolo unico all’interno del panorama storico e culturale italiano.

Riferimento autore: “Collarmele (ieri…e…oggi)”, a cura di Don Francesco Prosia.

Folklore è un termine di origine inglese, il cui significato etimologico è cultura popolare. Si tratta di una cultura di popolo che implica tre tipi diversi di attività: un’attività conoscitiva, come quella espressa dai proverbi e dalle credenze popolari; un’attività psicologica, come quella dei sogni e dei canti popolari; e un’attività di vita pratica, come quella espressa dagli usi e costumi. Il popolo, come soggetto attivo del fenomeno folklorico, può avere due significati fondamentali diversi, da tenere presenti per evitare confusione.

Il primo tipo o concetto di popolo è quello di un insieme di cittadini che abitano in un medesimo territorio, indipendentemente dai vari gruppi socio-etnico-politici, ai quali i singoli individui possono appartenere. Il secondo tipo di popolo, invece, è un insieme di cittadini legati a gruppi differenti, come un gruppo sociale, come quando si parla di popolo campagnolo in opposizione a popolo di città; a un gruppo etnico, come nei confronti di altri popoli nazionali; o a un gruppo politico, come nel caso del popolo comunista.

Dagli esempi addotti appare evidente come il secondo tipo di popolo sia un concetto qualificato dai sociologi come parziale, eterogeneo e classista. A questo punto sorge spontanea la domanda: la cultura popolare, implicata nel folklore, a quale dei due tipi di concetti si fa dipendere ideologicamente? La risposta è che può essere dell’uno o dell’altro tipo, a seconda dell’atteggiamento ideologico di chi pratica o studia il fenomeno folkloristico.

Il fenomeno folklore può essere oggetto di studio da parte di filosofi, scienziati, artisti, poeti e filologi, ciascuno dei quali coglie un aspetto specifico. Questi aspetti specifici si possono inquadrare in due ruoli o atteggiamenti comuni. Il primo ruolo è quello dei filosofi e degli scienziati, che assumono un atteggiamento che esige una conoscenza “mediata”, tramite la riflessione o l’esperienza di laboratorio.

Il secondo ruolo è quello che assumono i poeti e gli artisti. Questo atteggiamento è caratterizzato da immediatezza, intuizione e spontaneità. Ma a questo punto dobbiamo chiederci a quale dei due tipi di popolo appartengono i soggetti attivi del folklore, inteso come cultura popolare. La definizione del fenomeno folkloristico non è uniforme per tutti gli studiosi, ma la maggior parte ritiene che gli usi e costumi tradizionali di questo o quel popolo non siano frutto di una riflessione, ma rappresentino una manifestazione di vita svolta all’insegna della più genuina spontaneità.

Per chi accetta il concetto di popolo senza discriminazioni di gruppo, allora il fenomeno folklore comprende tutto il popolo, evitando pregiudizi di varie forme, come l’idea che il folklore sia tipico di un popolo rozzo e ignorante o che si origini solo nei centri rurali. Un esempio che contrasta con tali pregiudizi è il modo in cui i Romani erano percepiti come amanti dei giochi e della buona cucina, mentre i Toscani venivano considerati accaniti bestemmiatori.

In sintesi, il popolo, come soggetto attivo del folklore, non è quello classista e discriminato, ma è tutto il popolo, composto da cittadini che convivono in un medesimo territorio e che, a parità di diritti e doveri, possono provenire sia da centri rurali che da zone urbane.

Il proverbio “Paesi che vai, usanze che trovi” esprime le innumerevoli forme con cui si manifesta il fenomeno folkloristico nel mondo. Queste forme diverse sono rappresentate da costumanze locali, credenze, proverbi, stili di abbigliamento, accenti dialettali, specialità culinarie, miti e racconti leggendari.

In particolare, le costumanze tipiche di Collarmele includono alcune usanze che possono suscitare curiosità e ilarità. Un’abitudine diffusa è quella di attribuire soprannomi a persone dello stesso paese, un uso umoristico simile a quello degli antichi Romani. Poi c’è l’annuncio pubblico tramite il “bando”, un’attività svolta da un incaricato comunale, il quale, girando per il paese, avvisava la popolazione dell’arrivo di mercanti dai paesi vicini.

Altro elemento folkloristico è il “consolo”, un pasto offerto da parenti e amici a una famiglia in lutto, usanza con origini che risalgono agli antichi Greci. Inoltre, la tradizione di appendere trecce di frutta e ortaggi all’esterno delle case per l’essiccamento è un’altra usanza tipica, curata con fantasia e gusto.

Infine, il baratto era un metodo di scambio molto praticato, in cui il prodotto offerto da un venditore veniva contraccambiato con un altro prodotto naturale, come la crusca, conosciuta localmente come “simmala”. Durante il mese di giugno, era comune sentire le venditrici annunciare la vendita di ciliegie in cambio di crusca.

La leggenda, ovunque si manifesti, contiene sempre un fondo di verità e conferisce un tocco di piacevolezza al folklore locale. Ad esempio, Angelo Melchiorre nel suo libro “Vita e Folklore nella Marsica di ieri” racconta di come il vento di Forca Caruso rendesse avventurosa la traversata, evocando storie di viandanti e briganti. Tali rievocazioni rendono Collarmele un luogo unico in Abruzzo, con figure pittoresche come la “ricottara” e leggende sul “tesoro di Fossa Trippetta” e sul “tesoro del diavolo”.

Riferimento autore: Collarmele (ieri…e…oggi) – Testi a cura di Don Francesco Prosia.

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Folklore è un termine di origine inglese, il cui significato etimologico è cultura popolare. Si tratta di una cultura di popolo che implica tre tipi diversi di attività: un’attività conoscitiva, come quella espressa dai proverbi e dalle credenze popolari; un’attività psicologica, come quella dei sogni e dei canti popolari; e un’attività di vita pratica, come quella espressa dagli usi e costumi. Il popolo, come soggetto attivo del fenomeno folklorico, può avere due significati fondamentali diversi, da tenere presenti per evitare confusione.

Il primo tipo o concetto di popolo è quello di un insieme di cittadini che abitano in un medesimo territorio, indipendentemente dai vari gruppi socio-etnico-politici, ai quali i singoli individui possono appartenere. Il secondo tipo di popolo, invece, è un insieme di cittadini legati a gruppi differenti, come un gruppo sociale, come quando si parla di popolo campagnolo in opposizione a popolo di città; a un gruppo etnico, come nei confronti di altri popoli nazionali; o a un gruppo politico, come nel caso del popolo comunista.

Dagli esempi addotti appare evidente come il secondo tipo di popolo sia un concetto qualificato dai sociologi come parziale, eterogeneo e classista. A questo punto sorge spontanea la domanda: la cultura popolare, implicata nel folklore, a quale dei due tipi di concetti si fa dipendere ideologicamente? La risposta è che può essere dell’uno o dell’altro tipo, a seconda dell’atteggiamento ideologico di chi pratica o studia il fenomeno folkloristico.

Il fenomeno folklore può essere oggetto di studio da parte di filosofi, scienziati, artisti, poeti e filologi, ciascuno dei quali coglie un aspetto specifico. Questi aspetti specifici si possono inquadrare in due ruoli o atteggiamenti comuni. Il primo ruolo è quello dei filosofi e degli scienziati, che assumono un atteggiamento che esige una conoscenza “mediata”, tramite la riflessione o l’esperienza di laboratorio.

Il secondo ruolo è quello che assumono i poeti e gli artisti. Questo atteggiamento è caratterizzato da immediatezza, intuizione e spontaneità. Ma a questo punto dobbiamo chiederci a quale dei due tipi di popolo appartengono i soggetti attivi del folklore, inteso come cultura popolare. La definizione del fenomeno folkloristico non è uniforme per tutti gli studiosi, ma la maggior parte ritiene che gli usi e costumi tradizionali di questo o quel popolo non siano frutto di una riflessione, ma rappresentino una manifestazione di vita svolta all’insegna della più genuina spontaneità.

Per chi accetta il concetto di popolo senza discriminazioni di gruppo, allora il fenomeno folklore comprende tutto il popolo, evitando pregiudizi di varie forme, come l’idea che il folklore sia tipico di un popolo rozzo e ignorante o che si origini solo nei centri rurali. Un esempio che contrasta con tali pregiudizi è il modo in cui i Romani erano percepiti come amanti dei giochi e della buona cucina, mentre i Toscani venivano considerati accaniti bestemmiatori.

In sintesi, il popolo, come soggetto attivo del folklore, non è quello classista e discriminato, ma è tutto il popolo, composto da cittadini che convivono in un medesimo territorio e che, a parità di diritti e doveri, possono provenire sia da centri rurali che da zone urbane.

Il proverbio “Paesi che vai, usanze che trovi” esprime le innumerevoli forme con cui si manifesta il fenomeno folkloristico nel mondo. Queste forme diverse sono rappresentate da costumanze locali, credenze, proverbi, stili di abbigliamento, accenti dialettali, specialità culinarie, miti e racconti leggendari.

In particolare, le costumanze tipiche di Collarmele includono alcune usanze che possono suscitare curiosità e ilarità. Un’abitudine diffusa è quella di attribuire soprannomi a persone dello stesso paese, un uso umoristico simile a quello degli antichi Romani. Poi c’è l’annuncio pubblico tramite il “bando”, un’attività svolta da un incaricato comunale, il quale, girando per il paese, avvisava la popolazione dell’arrivo di mercanti dai paesi vicini.

Altro elemento folkloristico è il “consolo”, un pasto offerto da parenti e amici a una famiglia in lutto, usanza con origini che risalgono agli antichi Greci. Inoltre, la tradizione di appendere trecce di frutta e ortaggi all’esterno delle case per l’essiccamento è un’altra usanza tipica, curata con fantasia e gusto.

Infine, il baratto era un metodo di scambio molto praticato, in cui il prodotto offerto da un venditore veniva contraccambiato con un altro prodotto naturale, come la crusca, conosciuta localmente come “simmala”. Durante il mese di giugno, era comune sentire le venditrici annunciare la vendita di ciliegie in cambio di crusca.

La leggenda, ovunque si manifesti, contiene sempre un fondo di verità e conferisce un tocco di piacevolezza al folklore locale. Ad esempio, Angelo Melchiorre nel suo libro “Vita e Folklore nella Marsica di ieri” racconta di come il vento di Forca Caruso rendesse avventurosa la traversata, evocando storie di viandanti e briganti. Tali rievocazioni rendono Collarmele un luogo unico in Abruzzo, con figure pittoresche come la “ricottara” e leggende sul “tesoro di Fossa Trippetta” e sul “tesoro del diavolo”.

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