Testi tratti dal libro Ambulanti a Morino
(Testi a cura di Serena Di Fabio)
Il folklore è un ramo della letteratura che studia le peculiarità di un popolo e rappresenta il confronto di quanto sopravvive nel mondo moderno rispetto al sapere e al costume del passato. “Folk” significa popolo e “lore” dottrina; perciò, il folklore è caratteristico di un popolo provinciale e particolare, e di una classe priva di universalità. La cultura folklorica comprende un settore “letterario” che abbraccia leggende, fiabe, racconti, scherzi e aneddoti. Tuttavia, la maggior parte di queste storie non viene composte dal popolo né per il popolo, ma sono state adottate da esso poiché conformi al suo modo di pensare e agire.
La funzione della cultura folklorica è essenzialmente estetica, come qualsiasi forma d’arte, ma è particolarmente importante anche un’altra funzione: quella di testimoniare una condizione di violenza e dominazione e di reagire a essa. M. Vernile racconta: “Sì, sì, don Giacinto l’ha ammazzato lui, Guidone era un morinese, collegato con tutta la banda che stava sulle montagne, erano tutti briganti, rubavano il latte, ammazzavano le pecore, le mucche, i cavalli, con questo campavano, e questo tizio era collegato per il bene nostro contro i ricchi che stavano sfruttando i più deboli”. Nessun morinese racconta di Guidone come il delinquente che uccide; i briganti infastidivano solo le famiglie più ricche.
C. D’Amico riferisce di un signorotto di Morino che cercò di farsi amico Guidone, poiché questi venivano a prendersi qualcosa ogni sera. Quando divennero amici, d’accordo con i carabinieri di Civita, tentarono di farlo cadere in trappola. Il signorotto diede a Guidone una lettera, chiedendogli di portargliela a Civitella. Guidone, leggendo la lettera, scoprì che conteneva l’ordine di arresto. Tornato indietro, andò dallo studio del signore che faceva il medico, estrasse la pistola e gli sparò.
La memoria collettiva dipinge il brigante come un uomo forte e coraggioso. La polizia lo cercava da anni, riuscendo a catturarlo soltanto grazie a un inganno, merito del tradimento di un compare di Guidone. A. Tenerini ricorda che Guidone aveva un compare che gli portava da mangiare, Cipollone. Un giorno, mentre portava il cibo, venne ucciso, caricato su un asino e portato a Civitella. Cipollone tradì Guidone solo perché costretto. Secondo i racconti delle persone anziane, tutti sapevano dove si trovavano le grotte dei briganti, sotto lo Schioppo, sopra al Cauto. Le loro azioni venivano sempre giustificate nelle storie popolari.
E. Giovarruscio afferma: “Ci stavano i briganti sopra alla montagna e per mangiare andavano rubando”. Il racconto folklorico nasce in una società con rigide gerarchie classiste, le situazioni descritte sono enormemente ingiuste e testimoniano una condizione quotidiana vissuta dalle classi subalterne. Nella letteratura popolare, la protesta è una caratteristica fondamentale.
M. Vernile racconta di due fratelli, Franceschino e Pietro, che abitavano in una campagna sperduta, avevano due mucche e lavoravano come facchini. A pranzo andavano a mangiare da Facchini, il quale un giorno rifiutò di pagare loro, dicendo che tutto il cibo fornito era il pagamento. Il racconto popolare assume anche una funzione di denuncia della realtà sociale in cui nasce.
Un altro racconto di M. Vernile narra del fabbro, che era anche il sindaco di Morino, chiamato Enrico Finocchi. Un signore di Napoli entrò nella sua bottega per parlare con qualcuno del comune, e ogni volta il sindaco rispondeva “Sono io”. Era sindaco, consigliere e assessore, tutto in uno. In ogni racconto popolare, l’autore è assente. Spesso, le storie si tramandano oralmente, ignorando il tempo.
C. D’Amico accenna anche alla storia dei briganti, che risalirebbe al tempo dei suoi antenati, forse verso l’Ottocento. Nella cultura popolare è presente il “depositario” della tradizione. Gli anziani, quando interrogati sulla cultura tradizionale, narrano leggende, mentre i giovani affermano che “queste cose bisogna domandarle ai vecchi”.
Tra le storie condivise nel corso dei colloqui, emerge il racconto di una donna, zia Caterina, dotata di poteri terapeutici e capacità di guarigione. Si narra che riuscisse a curare semplicemente toccando la parte “malata” con le mani e pronunciando frasi magiche. G. Vernile descrive come zia Caterina, in caso di torcicollo, dicesse: “Madonna della jnestra levam’ attorno sta tempesta, Madonna deje r’solio levami attorno ste demonio”.
La cura non avveniva attraverso erbe o oli, ma mediante l’uso della parola e della voce, considerata un flusso di vitalità. Nelle culture indo-europee, il valore demiurgico della voce si connette all’ideologia dell’incantatore-guaritore. M. Vernile racconta che c’era anche chi curava con la fede, facendo segni sopra di te. Nella cultura popolare di Morino, si raccontano anche origini del borgo, la sua nascita e il suo nome.
Si narra che prima di Morino esistesse un’altra città situata sopra lo Schioppo, distrutta da un’alluvione. Successivamente, il borgo vecchio fu costruito sopra la montagna, al riparo dalle inondazioni. C. D’Amico afferma che Morino prima non si chiamava così, ma Città Fiorino, e che la città fu spazzata via dalle piogge; fu ricostruito Morino Vecchio. Anche Assunta e Luigi Manni confermano che il borgo fu costruito sopra la montagna per paura delle inondazioni.
Riferimento autore: Serena Di Fabio.