I piatti migliori della cucina tradizionale italiana nascono dalla necessità di utilizzare al minimo gli ingredienti, impiegando prodotti di base come farina e grano, e raramente uova, olio e legumi. Le sagne, ad esempio, venivano preparate senza uova, e la parsimonia in cucina era fondamentale: come ricorda M. Vernile, “le uova si dovevano vendere per comprare il sigaro a papa o per comprare il sale”. Una pratica diffusa a Natale era l’uccisione del maiale, da cui si ricavava ogni parte, senza sprechi. La tradizione prevedeva anche di fare il sanguinato, un insaccato che veniva preparato con il sangue del maiale, uova e spezie, cucinato in forme di ciambelle.
Datemi le polente, gnocchi, pasta e fagioli, fettuccine e lasagne: tutti questi piatti fanno parte del patrimonio culturale della Marsica e devono essere salvaguardati come monumenti o paesaggi. A. Tenerini afferma: “Si mangiava come adesso, ma si mangiava meglio e faceva bene”, sottolineando il valore degli ingredienti freschi e locali, privi di modificazioni genetiche.
La globalizzazione ha però portato a un impoverimento delle culture culinarie tradizionali. M. Vernile narra delle difficoltà alimentari post-terremoto e della scarsità di cibo, evidenziando come, in mancanza di risorse, ci si accontentasse di pizza preparata con farina di polenta. Oggi, però, si spende di più per dimagrire che per nutrirsi adeguatamente. I morinesi di un tempo consumavano una specie di pappa chiamata cacchietta, un misto di pane, fagioli, pomodori e verdure.
Negli anni successivi alla guerra, la popolazione, principalmente dedita all’agricoltura e all’allevamento, viveva con ciò che la terra offriva. Don Vincenzo ricorda come la dieta includesse carne di agnelli, polli e pecore, mentre la preparazione dei cibi era un’arte gestita prevalentemente dalle donne. Maria Taraddei racconta che le donne del paese competivano nel fare le fettuccine più dritte, esponendole con orgoglio in piazza.
Riferimento autore: Ambulanti a Morino, a cura di Serena Di Fabio.


