Testi tratti dal libro Ambulanti a Morino (Testi a cura di Serena Di Fabio)
La maggior parte della popolazione di Morino, come già è stato detto, viveva di agricoltura e di pastorizia. La terra, a causa della sua scarsa fertilità, non poteva da sola assicurare la sussistenza degli abitanti. Le comunità della valle incrementavano la loro economia attraverso lo sfruttamento razionale del patrimonio boschivo. Dai boschi ricavavano frutta come castagne, noci, mandorle e soprattutto legname.
L’agricoltura, la pastorizia e la silvicultura erano le fonti economiche attraverso le quali la comunità provvedeva al suo mantenimento. Nel registro di Corrisposte in generi e denaro alla chiesa parrocchiale di Morino, ritrovato nell’archivio parrocchiale, c’è l’elenco delle coltivazioni del vecchio comune, dal 1894 ai primi decenni del Novecento: grano, granone, mosto, olive, frutta, castagne, patate e uva.
Enrico Giovarruscio coltivava la terra e allevava animali: “Coltivavamo grano, patate, fagioli e avevamo bestie di tutte le specie: vacche, muli, pecore, capre; a Morino c’erano seimila capre, adesso non c’è più niente”. Luigino Manni raccontava: “Mio padre mi raccontava che ci stavano tante bestie: buoi, vacche, cavalle. Mi ricordo che mi diceva che a Morino ci stavano circa 2500 vacche, almeno due a famiglia, e circa 5000 capre e pecore. Ci stava la rimessa fuori in mezzo alla campagna, queste erano tutte rimesse. E facevano latte, formaggio, ricotta e siero.”
Dopo il terremoto, a Morino, si diffuse anche la produzione di carbone. Il comune comprendeva una grande quantità di boschi. Secondo Luigino Manni: “Morino era il secondo paese della provincia de L’Aquila con più boschi, il primo era Cappadocia“. Enrico Giovarruscio aggiunse: “I carbonai c’erano dopo la guerra del quindici-diciotto, ma non erano di Morino, erano di Veroli.” All’epoca c’era una mulattiera che calava vicino al cimitero nuovo e le donne andavano a prendere l’acqua al fiume, incollandosi fino a tre conche, una sopra all’altra, mi raccontava mia madre, in testa con la spara.
La produzione del carbone impegnava la popolazione in primavera fino all’autunno. Pochi però furono i morinesi coinvolti in questa attività; la maggior parte dei carbonai arrivava dalla Ciociaria: Alatri, Veroli e Frosinone, ma anche dalla Toscana e dal Salento. La pastorizia, l’agricoltura e la silvicoltura, integrandosi l’una con l’altra, garantivano la sussistenza della popolazione. I prodotti e le materie prime che non potevano essere coltivati nella valle a causa del clima e dell’altitudine venivano scambiati con i paesi limitrofi.
All’agricoltura erano legate anche la produzione del vino, dell’olio e della farina; tuttavia del vecchio mulino e del frantoio non resta nulla. Si trattava certamente di un’economia priva di sperperi, in cui nulla veniva gettato tranne ciò che non poteva essere riutilizzato. Il legno veniva usato per il riscaldamento e dagli artigiani per la costruzione di mobili per la casa. Le parti di scarto venivano impiegate per la fabbricazione di utensili da cucina. Gli scarti della frutta e della verdura venivano buttati nell’orto come fertilizzanti; le scarpe e gli oggetti rotti non venivano ammucchiati nelle discariche, ma piuttosto gettati nelle stufe.
Gli avanzi dell’uomo venivano dati agli animali, tutto veniva usato in mille modi e riciclato fino all’ultimo. Tutti i componenti di una famiglia provvedevano al suo sostentamento. Lavoravano sia gli uomini che le donne, le quali spesso svolgevano compiti faticosi. Gina Vernile racconta: “Sono andata pure alla galleria… alla prima centrale, sapete? Quella al primo salto, sopra all’Enel, allora stavano i carrelli sopra ai binari, no come mo’, e coi muli li tiravamo… io portavo il mulo col carrello appresso”. Angelina Tenerini afferma: “Io ho sempre lavorato, prima e dopo che mi sono sposata. Facevo la donna di servizio. So’ stata pure all’Enel, facevo pure il cemento con i calcinacci. Si metteva un sacchetto di cemento, si girava con la pala due o tre volte e si impastava, poi si andava alla galleria… Alla galleria dell’Enel, quella che sta sopra alla montagna”.
Riferimento autore: Serena Di Fabio.