(Testi tratti dal libro “Trasacco prima di Roma”)
(Testi a cura di Don Evaristo Evangelini)
Molti studiosi di Storia marsicana hanno scritto con un preciso intento: quello di glorificare il paese di origine, mettendo in secondo ordine tutto il resto. A tale scopo hanno di proposito e con una certa malizia taciuto di quei documenti che li avrebbero portati a un diverso risultato.
Il più singolare sembra l’ing. Loreto Orlandi che, nella sua farraginosa opera postuma: “I Marsi e l’origine di Avezzano“, tutto convoglia per affermare la supremazia storica della sua città di fronte agli altri paesi della Marsica. Ebbene, un po’ per reazione, un po’ per riprendere il discorso, con i benevoli lettori ci siamo tuffati anima e corpo in quella che è la vera origine della storia marsicana, per la quale, essendo nata ed essendosi sviluppata nella Valle Transaquana e sui monti che tutt’intorno la incoronano, giustamente è stato scelto il titolo: “Trasacco prima di Roma“.
Naturalmente qui i nomi hanno un valore relativo. La realtà di una Roma, quale abbiamo avuto fin da bambini nel pronunziare questo nome fatidico, cioè il concetto di una Roma epicentro e fulcro di tutta l’Italia, è un fatto più vicino a noi di quanto si pensi. Prima della tradizionale fondazione della Città Eterna (753 a.C.), vivevano nella Penisola tante popolazioni immigrate o indigene.
L’egemonia di Roma si andò formando col passare dei secoli per uno di quei fenomeni che ha del miracoloso. Così, quando diciamo Trasacco, non intendiamo dire che questo centro abitato già esistesse prima di Roma, ma piuttosto che l’attuale cittadina fu fondata dai genuini Marsi quando, per ragioni diverse, lasciarono i monti e scesero a valle. È certo però che il territorio alle spalle di Trasacco costituì la culla e la casa dei Marsi forti e gentili.
Nel sostenere questa ardua tesi, non andremo avanti per supposizioni, congetture, fantasticherie ed elucubrazioni mentali, ma ci serviremo di documenti veri, reali e convincenti. Tali documenti sono costituiti da un gruppetto di epigrafi, una, quella fondamentale, del tutto inedita, la cui arcaicità parla da sé. Le esamineremo singolarmente, le studieremo nel loro contenuto storico e linguistico, le confronteremo una con l’altra, così che da questa analisi ognuno possa rivivere avvenimenti tanto lontani.
A semplificare il lavoro e ad evitare ripetizioni inutili, si dà alle epigrafi la seguente enumerazione:
EPIGRAFE N.1
Testo:
T. VABIICI HIIRCOLOI DONON (M)? (L)LUBIIS MIIRIT (O)
Traduzione:
T. VABECIUS HERCOLI DONUM LUBENS MERITO
Significato:
Tito Vabecio dona ad Ercole volentieri e meritatamente.
Descrizione: L’epigrafe è stata rinvenuta il giorno 12 agosto 1971 dal sottoscritto e dal signor Renato Ciarrocchi, perlustrando la zona detta “La Maria” e precisamente sulla cima più alta che si prospetta tra la piana del Fùcino e la Valle Transaquana. Era tra un cumulo di pietre di un antico fabbricato, inizialmente un tempio ad Ercole, successivamente adibito ad altri usi dai monaci benedettini fino all’inizio del 1500. È costituita da una pietra calcarea non propriamente omogenea, probabilmente di tipo locale. Misura cm. 28 di altezza, 20 di larghezza e 10 di spessore; la parte superiore appare evidentemente spezzata, ma ciò nulla ha tolto all’integrità della iscrizione.
EPIGRAFE N. V
È la ben nota iscrizione che parla di Supino e di cui si sono interessati gli archeologi più famosi: Garrucci, Melchiorri, Brocchio e altri. Così la presenta Mommsen: “A Trasacco, una volta davanti a una stalla (del macellaio Egidio Colella), dietro i fossi. Oggi si trova a Luco nella vigna della famiglia Placidi”. I trasaccani riferirono a Brunnio che l’epigrafe era stata trasferita a Napoli; erroneamente. Effettivamente, l’errore sussiste e non solo quello, come vedremo, perché non a Napoli si trova, ma ad Alvito (Frosinone) presso la Prof.ssa Walda Graziani della famiglia Placidi, trasferitasi colà con tutti i reperti archeologici ricuperati a Luco e a Trasacco.
Testo:
VECOS. SUPNA VICTORIE. SEINO (Q?) DONO DEDET LUBS. MERETO QUEISTORES SA. IvIAGIO. ST. F. PAC. ANAIEDIO. Q(?). F.
Prima di pensare all’interpretazione di questa epigrafe, è necessario notare i molti errori che hanno commesso archeologi, pur grandi, i quali errori certamente denotano la superficialità della interpretazione stessa che ne hanno data. Brunnio raccoglie “a voce di popolo”, mentre Mommsen trascrive Brocchio, e così viene fuori la frittata. Basta pensare che il Mommsen, nel riportare l’epigrafe al N. 3849 del C.I.L., tralascia le due lettere laterali A e F che stanno dopo SUPN e alla fine dell’ultimo rigo; anzi, a proposito della F dice: “neque est, neque fuit”. A questo errore elementare l’insigne archeologo pare cada di frequente: lo ritroviamo sia nell’epigrafe dell’Ara votiva al dio Fùcino, sia in quella al N. 3848.
Il mistero della parola SEINO viene svelato ricorrendo in aiuto a quello scrigno della lingua ufficiale, che è il dialetto marsicano e, ancora più precisamente, il dialetto trasaccano, nel quale la consonante G è sostituita dalla vocale I, pronunciata con suono che si avvicina alla Y. Tra i tanti, alcuni esempi classici: ainuccio = agnellino; iatta = gatta; ienca = giovenca; meio = meglio. Questo substrato dialettale ci rafforza la convinzione che la parola SEINO debba intendersi con SEGNO. Che sia SEINO e non SEINQ lo si può osservare dall’effetto fotografico della epigrafe.
Ciò premesso, passiamo alla trascrizione corretta:
VICUS SUPINA VICTORIAE SIGNO DONO DEDIT LUBENS MERITO QUAESTORIBUS SA. MAGIO. ST. F. PAC. ANAIEDIO. Q. F.
Traduzione:
Il Vico Supino, in segno di vittoria, offri in dono liberamente e meritatamente ai questori Salvio Magio figlio di Staiedio e Pacio Anaiedio figlio di Quinto.
Non si nasconde che tale interpretazione cozza con quella di valentissimi studiosi quali il Mommsen e il Fernique, ma, come questi commisero errori nel riportare l’iscrizione nelle loro opere, così potrebbe darsi che errarono anche nella interpretazione.
Quello che maggiormente ci interessa in questo lavoro è il confronto linguistico delle più antiche testimonianze dei genuini Marsi. Al primo confronto globale tra la prima e la quinta, risulta evidente che l’una è più antica dell’altra. La finale in OS di Vecos ricorda quanto giustamente osserva l’Orlandi nell’opera citata, a pag. 275: “Nella parola VEIVOS, la terminazione in OS è di influsso osco per US. Anche nel latino arcaico (IV-III sec. a.C.) che va sovrapponendosi all’etrusco troviamo OS per US…”.
L’epigrafe in sé è interessantissima sotto molti punti di vista. Per le famiglie illustri che ricorda, come i Salvius e i Staiedius, e per il fatto che si parla di Questori. Gli uomini che ricoprivano tale carica nel periodo repubblicano, oltre a riscuotere le tasse per l’erario pubblico, erano al comando dell’esercito. La presenza di questori a Supino dà la certezza di una perfetta organizzazione militare-amministrativa in questo centro abitato.
In particolare, essendo la guerra sociale (82 a.C.) un tema cruciale in questa narrazione, risalta il contributo non indifferente che il centro abitato diede con i suoi soldati ai questori Magio e Pacio Anaiedio. Essa rimase in evidenza, anche dopo la guerra sociale, di monito per i Romani a non disturbare più i forti Marsi.
Da allora la Marsica restò sempre oasi di pace, di riposo e di vita felice. Tuttavia, il tempo ha gettato nell’oblio i centri abitati e i campi di rifugio dei guerrieri italici.
Abbiamo letto con estremo interesse le relazioni che il Prof. Cesare Letta ha fatto seguire alle varie campagne di scavi dal 1968 ad oggi. È importante ricordare che i Marsi, sia nelle guerre sannitiche che in quella sociale, miravano a proteggere la loro autonomia da Roma.
In conclusione, i due antichi castelli, Supino e Valle d’Amplero, rappresentano il teatro della guerra sociale, il centro dei Marsi al tempo delle guerre sannitiche, qui l’originario nucleo della Marsica.
Riferimento autore: Don Evaristo Evangelini.