(Testi tratti dal libro “Trasacco prima di Roma”)
(Testi a cura di Don Evaristo Evangelini)
Le lunghe e meditate riflessioni su questo importantissimo centro italico ci permettono di abbozzarne una prima e rudimentale topografia, che certamente risulterà più precisa e dettagliata quando le indagini saranno affrontate scientificamente.
Per quanto riguarda il nucleo, in considerazione dei pochi avanzi di mura megalitiche delimitanti l’abitato, esso presenta la forma di un esagono irregolare con il lato minore a Nord e il lato maggiore a Sud.
In due lati, precisamente a destra del lato nord e a sinistra del lato sud, sono ben visibili avanzi di fortificazioni che probabilmente dovevano costituire le porte della cittadella. Impressionano per la loro mole i massi squadrati che si osservano a sinistra del lato sud, dando l’impressione di un grande monumento murario.
Le due entrate corrispondono esattamente ai due punti dello sviluppo viario: quello a nord per comunicare con il Vico Estianense sulle sponde del Lago Fùcino e col Fùcino stesso per la pesca; quello a sud per comunicare con i Castelli Marsi, situati in fondo alla Valle Transaquana.
Dentro il perimetro sono distribuite le abitazioni comuni e gli edifici pubblici. Questi ultimi sono stati identificati nella parte interna e centrale, mentre le abitazioni comuni appaiono per lo più nella parte periferica, con una simmetria che impressiona e che conferma una struttura urbanistica ben precisa.
Osservando la natura del terreno del lato Nord-Sud verso la montagna, si notano tre abitazioni a distanza uguale: una quasi all’inizio dell’angolo, la seconda al centro, la terza ancora più verso Sud. La stessa simmetria e la stessa distanza si notano andando da ovest ad est, in modo che le abitazioni appaiono distribuite a scacchiera.
Di edifici pubblici ne sono stati individuati due: uno di carattere sacro, per alcuni oggetti votivi portati in superficie dalla profonda aratura del terreno, l’altro di carattere civile, forse un mercato, con colonne perimetrali e vasta area lastricata con larghi tegoloni.
A detta dei contadini proprietari dei terreni, nei lavori di disosdamento e di scasso sono state rinvenute tubature di piombo e tratti di acquedotto sotterraneo certamente adibiti alla distribuzione dell’acqua potabile incanalata dalla sorgente di Fontignana. Forse non dovevano mancare le fognature.
Se il centro fosse stato distribuito in quartieri, è un fatto ancora da confermare. Tuttavia, dall’esame dei resti fittili si può indicare la casa dell’artigiano sacro, vicino a quello che supponiamo sia il Tempio; sulla sua superficie sono stati notati frantumi fittili di mani, piedi ed altre parti del corpo umano, in proporzioni ridotte, che dovevano essere dei donari alla divinità.
La vicinanza della bottega al Tempio ne spiega la funzionalità: i fedeli potevano agevolmente acquistare qui i segni di devozione da deporre nel luogo sacro per propiziare grazie o ringraziare dei favori ricevuti.
Vicino al mercato coperto notiamo il terreno costituito da un profondo strato di cenere; questa doveva essere la casa del fornaio. Più a sud, invece, identifichiamo la casa del vasaio: il terreno è completamente costituito di terra rossa bruciata.
In fondo, a Sud, collochiamo la casa del grano: qui sono stati riportati in superficie residui di grano carbonizzato custodito probabilmente in grandi vasi di terracotta o in cassette di legno. Curioso notare come dei chicchi di grano carbonizzato si rinvengano quasi rimpastati con la terracotta; evidentemente il tremendo calore sviluppatosi da un catastrofico incendio ha fuso i vasi sottili rimescolando terra e grano contenuto.
Nelle immediate vicinanze furono rinvenuti, tempo addietro, grossi vasi fittili rimasti sepolti dall’alluvione seguita all’incendio; si può intuire che nelle adiacenze si sviluppasse il quartiere dei commercianti. In effetti, in pieno periodo repubblicano, qui doveva svilupparsi un notevole commercio con le popolazioni rimaste arroccate tra i monti e con un’economia ancora basata sulla caccia: queste offrivano i saporiti cinghiali, gli alitanti di Supino ripagavano con grano e pesce.
Quando successivamente prevalse la potenza di Roma, il commercio dovette continuare e, in cambio del grano, i Supinati ricevevano i segni di una vita raffinata. Maggiormente nel centro dell’abitato si rinvengono scorie di ferro grezzo. Il fatto è molto importante.
Anche in tempi recenti i geologi hanno indicato la zona ricca di lignite; fu iniziato uno sfruttamento del minerale, ma con scarse prospettive. Sappiamo però quanto i romani andassero alla ricerca di ferro. Supino, dunque, potè essere una miniera di ferro già prima delle guerre sannitiche e fino a quando gli abitanti del luogo la abbandonarono per fondare l’odierna Trasacco.