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Terremoto Del 1915 Che Distrusse

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Geologia antica e tragedie moderne si intrecciano nel racconto di Collarmele, una comunità segnata dalla storia e dalle ferite del terremoto del 1915.

Durante il periodo delle glaciazioni, un ghiacciaio sceso dalle cime del Sirente avrebbe eroso il terreno creando il “Vallone”, dove ora si trova Collarmele. Quest’area era precedentemente conosciuta come “Collis Armelis” e, sebbene si ipotizzi che il termine “Armelis” possa significare “ameno”, il suo significato è incerto. Si attribuisce anche a Marsia, re della Lidia, il merito di aver soggiornato sulle rive del Fùcino e di aver fondato villaggi nella Marsica, incluso Collarmele.

Il terremoto del 1915 sconvolse la Marsica con scosse devastanti, radendo al suolo città come Avezzano e Collarmele. Si stimano circa 28.257 morti. Collarmele si trovò tra i centri più colpiti, con testimonianze strazianti dei sopravvissuti. Una di queste racconta di come una famiglia, risvegliata dall’orrore, trovò la figlia Paolina morta e la madre gravemente ferita, mentre altri membri di famiglia riuscirono a salvarsi miracolosamente.

Successivamente al disastro, molti feriti furono trasferiti a Sulmona, dove vennero attivate strutture per l’emergenza. In questo periodo, Don Orione si distinse per il suo impegno nell’assistere gli orfani. Tra coloro che ricevettero il suo aiuto c’erano i fratelli Tranquill, come Ignazio Silone, e molti altri provenienti da vari centri della Marsica. Don Candido Di Stefano, orfano anche lui, divenne un esempio di come Don Orione si prendesse cura della comunità locale.

Il paese pre-terremoto era caratterizzato da una ragnatela di strade e piazze, tra cui spiccava quella centrale di fronte alla chiesa, e il Largo dedicato a Leandro Calcagnetti, un avvocato importante per la Curia Romana. La vecchia chiesa parrocchiale di Collarmele era imponente e ricca di opere d’arte, con altari dedicati a santi locali, la cui bellezza si spera venga conservata.

Nonostante il cambiamento repentino dopo il terremoto, i legami con la storia rimangono forti. L’eredità culturale e storica di Collarmele e della Marsica è testimoniata anche dai ricordi di edifici come la scuola e la farmacia, tutti simboli di una comunità resiliente che ha saputo affrontare la tragedia e ricominciare.

Riferimento autore: Don Francesco Prosia.

Testi tratti dal libro “Collarmele (ieri…e…oggi)”, (Testi a cura di Don Francesco Prosia)

Nel periodo delle glaciazioni, si sarebbero formate le caratteristiche terre della Marsica a causa dell’erosione causata da un ghiacciaio che scendeva dalle alte cime del Sirente. Questa erosione avrebbe creato la grande valle conosciuta come “il Vallone”, situata nella locale “Fossa dei Cavoli”. È qui che si sarebbe originata, stratificandosi nel tempo, l’ampia altura dove sorgeva “Collis Armelis”, l’antico paese di Collarmele, distrutto completamente dal terribile terremoto del 1915.

Il significato etimologico del binomio “Collis Armelis” è oggetto di discussione, in particolare il secondo termine “Armelis”. Alcuni studiosi avanzano l’ipotesi che significhi “ameno”. Non si può negare che Collarmele abbia certamente caratteristiche di un luogo “ameno”, grazie alla sua esposizione solare e a un clima sano, seppur rigido in inverno. Tuttavia, l’idea che “armele” significhi “ameno” è considerata infondata. Inoltre, vi è la leggenda che narra il soggiorno in Italia di Marsia, re della Lidia, il quale, considerando i Marsi come suoi sudditi, avrebbe fondato paesi nella Marsica, incluso Collarmele, dando loro nomi orientali come Celene (Cèlano) e Cappadocia.

Il terremoto che colpì la Marsica produsse effetti disastrosi: paesi come Avezzano, San Benedetto, Paterno, Gioia dei Marsi e San Pelino furono pressoché rasi al suolo, con una cifra ufficiale di 28.257 morti, come riportato dall’Enciclopedia Treccani. Collarmele è stato uno dei centri più colpiti, subito dopo Avezzano, e al terzo posto si collocava Paterno.

Molte sono le testimonianze delle persone che sopravvissero a quell’immane tragedia. Una delle più toccanti è quella di un ragazzo riportata tramite i racconti dei suoi genitori. La mattina del 13 gennaio, prima delle sei, i membri della famiglia erano già impegnati nel lavoro in stalla. Quando scattò il terremoto, trovarono la giovane Paolina, di nove anni, morta nel letto, e la madre con una gamba rotta. Il racconto continua con il drammatico salvataggio del bambino rimasto intrappolato nella casa.

I feriti vennero portati a Sulmona dai soldati accorsi da Roma, ma l’unico ospedale di Annunziata non bastava. Altri locali furono adibiti come ricovero, tra cui l’ospizio di Santa Chiara. Qui venne fondato un oratorio gestito da Don Orione, il quale si dedicò agli orfani che il terremoto lasciò in difficoltà. Tra questi vi era Don Candido Di Stefano, orfano a soli nove anni, che ricordava con affetto il suo salvatore, Don Orione, descrivendolo come un padre spirituale.

Il vecchio paesaggio di Collarmele prima del terremoto presenta ancora immagini vivide: si sa che un tempo vi era una grande chiesa parrocchiale con tre navate, un’architettura romanica imponente e dipinti sui soffitti. Come si può riconoscere dai racconti, l’altare maggiore era un capolavoro di lavorazione in legno dorato, simile a quello che si trova ora nel Santuario della Madonna delle Grazie.

Inoltre, il sito comunale, il postale e le scuole elementari di Collarmele erano posizionati lungo la storica Via Rotonda. Le scuole erano in cattivo stato prima del terremoto, e l’unico edificio scolastico rimasto era quello situato vicino al Largo, dove ora si erge un crocefisso commemorativo. La vecchia farmacia era collocata lungo Via Cerfennia e, dopo il terremoto, fu riaperta dalla famiglia Angelucci.

La memoria storica del paese, la sua topografia e la vita quotidiana sono testimoni di un fiorente passato cancellato bruscamente, ma che continua a vivere nei racconti degli anziani e nel ricordo degli eventi significativi per la comunità di Collarmele.

Riferimento autore: Don Francesco Prosia.

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Ospitalità e servizi

Testi tratti dal libro “Collarmele (ieri…e…oggi)”, (Testi a cura di Don Francesco Prosia)

Nel periodo delle glaciazioni, si sarebbero formate le caratteristiche terre della Marsica a causa dell’erosione causata da un ghiacciaio che scendeva dalle alte cime del Sirente. Questa erosione avrebbe creato la grande valle conosciuta come “il Vallone”, situata nella locale “Fossa dei Cavoli”. È qui che si sarebbe originata, stratificandosi nel tempo, l’ampia altura dove sorgeva “Collis Armelis”, l’antico paese di Collarmele, distrutto completamente dal terribile terremoto del 1915.

Il significato etimologico del binomio “Collis Armelis” è oggetto di discussione, in particolare il secondo termine “Armelis”. Alcuni studiosi avanzano l’ipotesi che significhi “ameno”. Non si può negare che Collarmele abbia certamente caratteristiche di un luogo “ameno”, grazie alla sua esposizione solare e a un clima sano, seppur rigido in inverno. Tuttavia, l’idea che “armele” significhi “ameno” è considerata infondata. Inoltre, vi è la leggenda che narra il soggiorno in Italia di Marsia, re della Lidia, il quale, considerando i Marsi come suoi sudditi, avrebbe fondato paesi nella Marsica, incluso Collarmele, dando loro nomi orientali come Celene (Cèlano) e Cappadocia.

Il terremoto che colpì la Marsica produsse effetti disastrosi: paesi come Avezzano, San Benedetto, Paterno, Gioia dei Marsi e San Pelino furono pressoché rasi al suolo, con una cifra ufficiale di 28.257 morti, come riportato dall’Enciclopedia Treccani. Collarmele è stato uno dei centri più colpiti, subito dopo Avezzano, e al terzo posto si collocava Paterno.

Molte sono le testimonianze delle persone che sopravvissero a quell’immane tragedia. Una delle più toccanti è quella di un ragazzo riportata tramite i racconti dei suoi genitori. La mattina del 13 gennaio, prima delle sei, i membri della famiglia erano già impegnati nel lavoro in stalla. Quando scattò il terremoto, trovarono la giovane Paolina, di nove anni, morta nel letto, e la madre con una gamba rotta. Il racconto continua con il drammatico salvataggio del bambino rimasto intrappolato nella casa.

I feriti vennero portati a Sulmona dai soldati accorsi da Roma, ma l’unico ospedale di Annunziata non bastava. Altri locali furono adibiti come ricovero, tra cui l’ospizio di Santa Chiara. Qui venne fondato un oratorio gestito da Don Orione, il quale si dedicò agli orfani che il terremoto lasciò in difficoltà. Tra questi vi era Don Candido Di Stefano, orfano a soli nove anni, che ricordava con affetto il suo salvatore, Don Orione, descrivendolo come un padre spirituale.

Il vecchio paesaggio di Collarmele prima del terremoto presenta ancora immagini vivide: si sa che un tempo vi era una grande chiesa parrocchiale con tre navate, un’architettura romanica imponente e dipinti sui soffitti. Come si può riconoscere dai racconti, l’altare maggiore era un capolavoro di lavorazione in legno dorato, simile a quello che si trova ora nel Santuario della Madonna delle Grazie.

Inoltre, il sito comunale, il postale e le scuole elementari di Collarmele erano posizionati lungo la storica Via Rotonda. Le scuole erano in cattivo stato prima del terremoto, e l’unico edificio scolastico rimasto era quello situato vicino al Largo, dove ora si erge un crocefisso commemorativo. La vecchia farmacia era collocata lungo Via Cerfennia e, dopo il terremoto, fu riaperta dalla famiglia Angelucci.

La memoria storica del paese, la sua topografia e la vita quotidiana sono testimoni di un fiorente passato cancellato bruscamente, ma che continua a vivere nei racconti degli anziani e nel ricordo degli eventi significativi per la comunità di Collarmele.

Riferimento autore: Don Francesco Prosia.

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