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Ss. Martiri Cesidio E Rufino: ” Invenzioni E Certezze “

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Amasia, Trasacco e i martiri Rufino e Cesidio: riscopriamo insieme le vere radici del cristianesimo in Marsica tra miti distorti e fatti storici.

Nel contesto degli Atti di Trasacco e di Assisi, si evidenzia una complessità storica che merita attenzione. In primo luogo, la città di Amasia viene erroneamente identificata in relazione ad eventi significativi, come la trascrizione della parola “A-MARSIA”, una confusione che ha dato origine a numerose fantasie storiche. Questo errore è stato amplificato da letture superficiali e dalla necessità di dare un background più illustre ai santi protagonisti. Difatti, la storia di Nicea e di altri eventi menzionati non ha fondamento nei fatti storici riguardanti i martiri Rufino e Cesidio.

Un altro elemento di confusione risiede nell’attribuzione di excessi anacronistici, come la presenza di un Vescovo in Amasia, tralasciando che una sola comunità ecclesiastica sarebbe stata più realistico considerare per Marsica durante il periodo delle prime persecuzioni cristiane. Gli Atti parlano di eroici rifiuti al paganesimo, ma ciò riflette più un cristianesimo già affermato che non il contesto delle persecuzioni del III secolo.

Il periodo d’inizio delle persecuzioni sotto l’imperatore Massimino è storico, ma l’eccesso di esperienze vissute dai martiri in tempi brevi appare improbabile. Le peripezie descritte raggiungono quasi l’assurdo, e suggerire un’azione in Amasia è fuorviante rispetto alla reale localizzazione delle vicende, che potremmo collocare piuttosto in Trasacco e nei villaggi circostanti. La presenza di Apollo come divinità venerata in Marsica è confermata archeologicamente, e una dedicazione a questo dio attraverso un epigrafe rinvenuta nei pressi di Trasacco si allinea con le tradizioni locali.

Infine, motivi sociali e culturali delineano una Regione dei Marsi fortemente caratterizzata, dove i primi evangelizzatori come Rufino e Cesidio avevano un ruolo centrale nella diffusione del cristianesimo, in particolare favorendo l’integrazione delle classi meno abbienti e schiavistiche, attraverso l’ausilio della comunità di Missino (Trasacco) e la cittadina fiorente di Marruvio. Si delinea quindi un quadro storico complesso, che seppur affetto da interpretazioni errate, mostra la rilevanza della Marsica nell’evoluzione della fede cristiana nelle campagne italiane.

Riferimento autore: Don Evaristo Evangelini.

A) Invenzioni

Le considerazioni fin qui fatte hanno sfiorato, ma non affrontato nel merito i tre Atti. Ci proviamo adesso. Chi legge non tanto gli Atti di Pistoia quanto quelli di Trasacco e di Assisi prova delle vertigini da cui è difficile riprendersi. A un certo punto ci si domanda: ma come si è ingarbugliata tanta matassa? Si può riprendere il filo e riordinarla? A queste domande legittime daremo, senza presunzione, una nostra risposta, lasciando pienamente agli altri il condividerla o meno.

Pensiamo a quante volte nella storia, sia civile che religiosa, l’errata interpretazione di una parola abbia fatto prendere degli abbagli e fatto dire un sacco di sciocchezze. Così crediamo che tante fantasticherie che ritroviamo negli Atti di Trasacco e quindi in quelli di Assisi siano inizialmente sorte da una errata lettura della parola A-MARSIA con AMASIA e poi portata avanti e ripetuta ingenuamente. Tutta colpa di una lettera interna sottintesa con qualche segno convenzionale dell’epoca. Ma quante se ne son dette! Molte le giustificazioni: l’ignoranza generale anche in mezzo agli ecclesiastici (Giorgio è ben accettato nel monastero di Anagni, perché aveva una infarinatura di lettere); un po’ la mania di dar lustro alla storia dei Santi facendoli venire da lontano (stesso trucco negli Atti di Cèlano); maggiormente per riempire distanze create dal ritrovarsi una Amasia o nell’Oriente (Cappadocia) o nell’Occidente (Germania).

Ed ecco la prima dose di aggiunte fantasiose: tutti quegli avvenimenti che si fanno svolgere nella presunta Amasia. Tra l’altro, la storia di Nicea e Aquilina, ripresa di sana pianta dagli Atti di S. Cristoforo, anche questi favolosi, non ha nulla a che vedere con la storia reale dei nostri Martiri. Riprenderemo questo aspetto quando si parlerà delle “certezze”. Il visitatore della Basilica di Trasacco potrà vedere queste due donne nel ciclo istoriato nelle lunette della Sacrestia e nei pannelli dell’altare ligneo della medesima, ma capirà che sono dei personaggi inesistenti; tutt’al più potrà apprezzare il valore artistico dell’opera.

Se contrastanti sono i pareri dei primi studiosi della “questione rufiniana” (si possono leggere a riguardo tanto i Bollandisti che sono per il sì, quanto Ughelli che è per il no) circa l’importanza dell’Amasia del Ponto tale da richiedere la presenza di un Vescovo, completamente da escludersi tale presenza o esigenza nell’Amasia della Germania, dove si può accettare una semplice infiltrazione della nuova religione tramite spedizioni militari, tra le quali ci potevano essere dei cristiani. Il De Vincendiis, tenendo presenti le ultime indagini, a pag. 11 dice: “…a quei tempi la Germania non godeva ancora del lume della Fede”.

Leggendo gli Atti di Trasacco e di Assisi (quelli di Pistoia sono decisamente differenti), ci si trova di fronte a verità di fede espresse in modo troppo preciso, come la formula battesimale, la professione del dogma trinitario, la maternità verginale di Maria, il Dio-Uomo, ecc… Ora queste verità, tutte sacrosante, non erano poi tanto chiare nella metà del III secolo; erano ancora in gestazione e ci volevano secoli per maturare completamente. È evidente dunque che si mettono in bocca ai SS. Martiri verità chiarite e divulgate molto dopo. Anche il modo di comportarsi dei Martiri rimane strano. Essi mostrano una eloquenza formidabile nel rintuzzare le credenze pagane e nel far propaganda della nuova Religione, il che secondo Sosio Pezzella (cfr. op. cit. pag. 109) rivelerebbe non il momento storico del martirio, ma lo stato psicologico di un cristianesimo ormai già vincitore del paganesimo.

L’editto di persecuzione contro i cristiani fu emanato effettivamente in Germania; da dove Massimino non si mosse nemmeno per far ratificare dal Senato la sua elezione ad Imperatore. Coincide anche la caratteristica della persecuzione, che fu diretta contro i Capi delle comunità cristiane, ma non ci pare umanamente possibile far soffrire ai SS. Martiri tante peripezie di cui è piena la loro vita nello spazio di un anno o al massimo di due (235-237). Infatti non crediamo possibile che Massimino emanasse l’Editto il giorno stesso della sua elezione (12 marzo 235); tempo ce ne volle per la fuga, la cattura, la prigionia, l’interrogatorio, le varie conversioni ottenute nel carcere, la stessa conversione dei persecutori; altro tempo fu necessario per lasciare la Germania e arrivare nella Regione dei Marsi; più tempo ancora per organizzare una comunità cristiana a Marruvio e a Trasacco, patire altre persecuzioni, la prigionia a Roma di Rufino, il martirio a Rieti o, se si vuole, la partenza alla volta dell’Umbria per finire martirizzato in Assisi. Se dunque sono impensabili tante eroiche gesta in così breve tempo, ci pare da escludere dalla verità storica tutto ciò che viene fatto accadere nella presunta Amasia.

A questa divinità vengono comandati i Martiri di sacrificare in Amasia. Non sappiamo se Apollo fu mai venerato dai Germanici; certo è che non veniva invocato nei processi. Massimino esigeva: “che gli esponenti del clero cristiano negassero Cristo, riconoscessero il dio Sole e giurassero per la Fortuna” (cfr. GIANNELLI, Storia Romana, pag. 319, nota).

B) Certezze

Tenendo presenti gli Atti di Pistoia per la loro purezza di narrazione e assenza di immaginazione, già abbiamo detto che questi Atti, nella parte centrale, hanno il carattere di un rogito improntato a distacco e onestà, professionale. È storico che Massimino Primo succedesse ad Aurelio (o Severo) Alessandro (222-235), figlio di Pammmea; è storico che Severo Alessandro governasse con grande severità e “per questo, in una sommossa militare fu ucciso”; è storico che Massimino Primo fu proclamato Imperatore con la sola decisione dei soldati; è vero che scatenò una persecuzione contro i Capi della Chiesa e che fu ucciso ad Aquileia da un certo Poppieno, dopo circa tre anni di impero; è archeologicamente accertato l’Arco di Augusta posto tra Collarmele e Castelvecchio Subequo; è esatta (per quei tempi) la distanza tra l’Arco di Augusta e Roma (112 Km. circa); è esatto che al tempo in cui furono scritti i primitivi Atti trasaccani (IV secolo d.C.) il Lago Fùcino non esisteva più (habebatur); è vero che il monte alle spalle di Trasacco si chiamava come si chiama oggi: MONTE CARBONARO come risulta dalla Tavola Peutingeriana fatta risalire al IV secolo d.C. Non c’è indizio fuori tempo e fuori posto; il quadro è ben delineato e preciso.

Dicono gli Atti di Pistoia: “Accadde pertanto che un certo Luciano, dirigendosi dalla provincia Picena a Roma, transitasse per la Regione Valeria”. Non è una trovata fantasiosa. Il particolare corrisponde esattamente alla situazione giuridico-amministrativa del IV secolo d.C. Scrive infatti Cesare Letta (cfr. I Marsi e il Fùcino nell’antichità. Cisalpino-Goliardica, Milano, 1972, pag. 146): “Da Aureliano al 350 circa, i Marsi figurano sotto il corrector Flaminiae et Piceni, forse come parte della Valeria, suddivisione del distretto sotto un praeses. Dal 350 fin oltre il 400, e forse oltre il 471, figurano sotto un consularis Piceni, con riferimento al Picenum suburbicarium.

L’anonimo trascrittore degli Atti dei nostri Santi, contenuti nelle “antiquiores schedulae”, attenendosi al testo originale del IV secolo d.C., indica il territorio, teatro delle gesta, con l’espressione: “in regione marsorum”; diversamente indicando lo stesso territorio secondo la denominazione del suo tempo, V-VI secolo d.C.: “provincia Valeria”. Anche in questo il quadro politico-amministrativo è preciso. Dice ancora Cesare Letta: “Negli ultissimi tempi, fino all’arrivo dei Longobardi, i Marsi, gli Equi, i Sabini e parte dei Vestini formarono provincia a sé nella Valeria, e in questa i Marsi rimasero anche dopo che fu divisa in Nursia e Valeria, tanto che la Valeria appare in S. Gregorio Magno come provincia Marsorum; e trapassa nell’ordinamento ecclesiastico come Marsia; per questo Paolo Diacono manifesta qualche incertezza nello stabilire se fosse esistita o no nell’ordinamento romano una provincia Marsorum o Marsia.

Sempre negli Atti di Pistoia, par. 7, leggiamo: “Il beato Cesidio in verità, si era fatta una piccola abitazione nel sopradetto Municipio (Missino) che si dice sia stato edificato da Claudio Nerone…” Anche qui l’anonimo trascrittore con l’abituale semplicità di informazione riporta quanto ricavato “dai più antichi Documenti” risalenti al IV secolo d.C. Questa presenza qui testimoniata di Claudio a Trasacco, tanto lunga quanto occorreva per edificare un centro abitato a livello di Municipio romano, praticamente per tutti gli undici anni impiegati per realizzare l’Emissario, è rimasta sempre viva nella tradizione non solo orale, ma anche scritta.

I Bollandisti (tom. VI, pag. 664, col. b.) così sunteggiano gli scrittori precedenti: “Il Febonio nel passo teste citato (lib. 3, pag. 150) afferma che dall’imperatore Claudio fu edificata una residenza ivi (Trasacco) che per il numero dei Sovraggiunti divenne Oppido. Che quella stessa residenza fu da S. Rufino trasformata in chiesa lo scrivono con lui alcuni altri”. Ughelli, tom. 1, col. 883, così parla di Trasacco: “Li Rufino costruì un rispettabile Oratorio sulle rovine della residenza dell’imperatore Claudio che ivi a suo tempo sontuosamente aveva costruito affinché da lì potesse assistere con la moglie Agrippina ai divertimenti navali…”. Successivamente riportano la tradizione il Corsignani (De viris, pag. 85), il Di Pietro (Agglomerazioni, pag. 234), il De Gasperis nei suoi scritti inediti e nel Diploma del 1752, il Mezzadri, il Brogi (La Marsica antica e medievale, pag. 60), il Fernique (De Regione Marsorum, pag. 72), il Blasetti (op. c. pag. 39), il De Vincentiis (op. c. pag. 15) ecc… La tradizione è confermata anche da una epigrafe che si legge tuttora in chiesa: QUOD HIC CLAUDIUS NERO ROM.IMP. EMISSARIUM FUCINI OPERE INENARRABILI UNDENOS ANNOS TRIGINTA HOMINUM MILLIA CONFECTURUS DOMUM QUAe MODO ECCLESIA EST A S. RUPHINO MARSORUM EPISCOPO CONSECRATA ANNO CCXXXVII SUAE STATIONIS SOLATIUM EREXIT. QUOD TRAIANUS AUGUSTUS EUMDUM PURGATURUS ADVENERIT STETERITQUE. HIS RELIQUIIS PRAETER ALIA VETUSTATIS MONUMENTA DUORUM CAESARUM DOMUM LECTOR AGNOSCE.

“Che qui Claudio Nerone imperatore Romano, per realizzare l’Emissario del Fùcino con opera indescrivibile, per undici anni e con trentamila uomini, per comodità della sua permanenza eresse una casa che adesso è chiesa consacrata da S. Rufino vescovo del Marsi nel 237. Che Traiano Augusto per ripulire il medesimo qui venne e si fermò. Da questi resti, oltre le altre antiche testimonianze, la casa dei due Cesari: “conosci o lettore”.

Si ricava senza tanti sforzi da una attenta lettura degli Atti. Quelli di Pistoia sono completamente ambientati nella Regione marsa; la constatazione è anche dello stesso Brunacci che nell’op. cit. dice: “…che la fonte in cui attinse l’anonimo scrittore Pistoiese sia un Documento di origine marsicana e certissimo. Unico teatro delle gesta di S. Rufino e la Regione dei Marsi”. Ma anche gli Atti di Trasacco e di Assisi rispecchiano lo stesso ambiente, pur nascosto dietro le quinte; parlano di caverne, di nascondigli rupestri dove i SS. Martiri si nascosero: “Inter latebras petrarum sese latendo absconderunt (Atti di Trasacco)…in cavernis petrarum absconditos…deforis civitatis Amasiae non longe positae (Atti di Assisi)”.

Noi oggi non conosciamo la topografia dei dintorni di Amasia, sia essa della Cappadocia che della Germania, tanto meno la poteva sapere il monaco Giorgio o l’anonimo scrittore di Trasacco che scriveva intorno al Mille; di modo che questi scrittori, pur condizionati dall’errore di trascrizione dell’originale luogo (Amasia per A-MARSIA), descrivevano con estrema precisione la parte Sud-Est della Regione dei Marsi, ricca appunto di grotte, di antri, di rifugi rupestri, in particolare intorno ai centri abitati di Marruvio e di Missino. Infatti gli Atti specificano che tali rifugi montani si trovavano “non longe”, non lontani dai due centri abitati proprio perché Marruvio e Missino sono situati in pianura, ma “non lontani” dai monti.

Che sia la Regione dei Marsi e non la immaginaria Amasia si deduce da un passo degli Atti di Trasacco all’inizio del Cap. III; si nomina ancora la città di Amasia (populus civitatis Amasiae), ma appena pochi righi dopo si dice che Andrea, neoconvertito, si trova nella Provincia dei Marsi: “in Marsia deget Provincia”. Anzi già dal paragrafo precedente (16) viene riferito che i SS. Martiri sono nella Marsica e a Trasacco: “Et ad Marsorum partes confugientes, in loco, qui Transaquae dicitur, latitantes, ibi ecclesiam coeperunt construere”. Le parole adoperate in questo passo indicano piuttosto un movimento nell’interno della Marsica e non una provenienza da lontano.

L’espressione: “ad Marsorum partes” esprime qualcosa di più reale sotto l’aspetto geografico e storico. A quei tempi (III secolo d.C.) la Marsica propriamente detta era ridotta alla parte Sud-Est della conca fucense, appartenendo il resto all’Alba Fucense e ad Angizia. Ciò è evidenziato bene dal Cippo De Rosa scoperto a Luco Dei Marsi il 9 aprile del 1973 da Sinibaldo De Rosa da cui ha preso la denominazione (cfr. SQUILLA G. Cippo terminale a Luco dei Marsi, 1973). Considerato che il Cippo è stato rinvenuto dentro l’alveo del Fùcino a circa 900 metri dalla riva, e da ritenersi che poteva essere sistemato ivi solo dopo il totale prosciugamento del Lago e quindi un centinaio di anni prima della predicazione dei SS. Martiri.

Il verbo poi che accompagna l’espressione: “Confugientes” significa trovare rifugio, asilo e non suppone un lungo spostamento. Tutta la frase sta ad indicare dove si diressero Rufino e Cesidio: da Marruvio alla parte restante della Marsica nella quale primeggiava il municipio MISSINO. Più precisi a riguardo sono gli Atti di Assisi. Quando descrivendo lo stesso fatto (parag. 15) dicono testualmente: “exierunt in Regione Marsorum in locum qui dicitur Tresaque“. Il verbo “uscire” indica appunto un movimento all’interno della Marsica dove i Santi agivano. Diversamente, quando si vuole indicare Marruvio viene sempre usata l’espressione: “In civitate marsorum”; così quando si vuole indicare l’antico territorio marso viene usata l’espressione: “In marsia Provincia”. Un’altra prova che si tratta della Marsica è la decisione dell’imperatore di spedire subito i soldati per catturare i Martiri. Si può ragionevolmente immaginare una spedizione militare da Roma a una lontana Amasia? Più logico pensarla nella Marsica stessa, dove erano presenti i soldati romani e una capillare organizzazione politico-amministrativa.

Ma la prova più lampante si ricava dall’ultimo miracolo ripreso dal “Manoscritto longobardo” e riportato dal De Gasperis, tanto nel Protocollo (pag. 106) quanto in un’altra copia dal formato più piccolo che fu esemplata e corretta dall’Antinori. Tale miracolo si può leggere alla fine di questo studio. L’ambiente è decisamente trasaccano, eppure ritorna la erronea Amasia. Ammessa pure la possibilità che un cittadino di Rieti, così mal ridotto, potesse trovarsi nel territorio della Marsica o a Trasacco, come avrebbe potuto vedere dirigersi verso la Basilica dei nostri SS. Martiri pellegrini della città di Amasia, sia essa dell’orientale regione del Ponto o della germanica Frisia? Irreale dunque la presunta venuta dei Martiri da tanto lontano, come già detto, più irreale che turme di devoti, fosse pure in un periodo diverso da quello indicato all’inizio del racconto, si partissero da migliaia e migliaia di chilometri per portarsi a Trasacco.

Si è per principio contrari a ricorrere ad errori di trascrizione per superare difficoltà interne al testo, ma qui non se ne può fare proprio a meno. Correggendo la parola RHEATINA con RHESTINA (località vicino a Venere) e Amasia con A-MARSIA (l’odierna S. Benedetto dei Marsi), il racconto apparirà più realistico e veritiero.

Altro elemento tipicamente marso che trapela negli Atti. Nella redazione prima di Trasacco lo ritroviamo nel:

Cap. I, parg. 6: …Erant autem in ipsa civitate duae mulieres turpissimae, quae ita in magica arte erant edoctae.

Cap. I, parag. 2: … Vos esse imbutos artibus magicis.

Cap. I, parag. 8: …Ut video, seductae estis per maleficia Ruphini…

Cap. II, parag. 11: …Ecce mentes hominum immutatis magicae artis studiis.

Cap. II, parag. 12: …Ut video, confisae maleficiis vestris.

Cap. IV, parag. 25: … Vos estis qui magicis artibus mentes hominum…

Logicamente lo stesso elemento ritroviamo negli Atti di Assisi in quanto dipendenti da quelli di Trasacco. Riflettiamo.

È vero che i pagani, per giustificare la loro ignoranza e la loro reazione, accusavano comunque e dovunque i cristiani di ricorrere alle arti magiche; ma è anche vero che il popolo più addentro era quello marso. La letteratura a riguardo è vastissima. Ora il ritornare martellante di questo particolare è un altro indizio che l’ambiente in cui si svolgono le azioni del SS. Martiri è quello marso.

Qui facciamo appello all’Archeologia. Negli Atti di Trasacco e di Assisi il Proconsole romano Andrea impone più volte ai SS. Martiri di sacrificare al dio Apollo. Ebbene, se nella Regione dei Marsi il culto a questo dio era molto diffuso, precisamente nel territorio di Trasacco si trovava un santuario il più antico in assoluto. La conferma è venuta dal ritrovamento di una epigrafe dedicata ad Apollo, da noi in anteprima pubblicata il 31 agosto 1974 su “Il Tempo”, riportata dagli scrittori Cesare Letta e Sandro D’Amato nella Epigrafia della Regione dei Marsi (1975) e poi inserita nel nostro studio: Trasacco nell’Impero Romano. Essa dice:

C.CESIIIDIO = APLONII DIID C.CISIEDIO = APLONE DED C. CESIDIO AD AFOLLO DEDICA

Di questa epigrafe Letta-D’Amato dicono: “È la prima attestazione del culto di Apollo tra i Marsi e certamente la sua più antica attestazione epigrafica in ambiente italico dopo quelle mamertine di Messana.

Passiamo ora a vedere in quale centro abitato i SS. Martiri predicarono primieramente. Rotto l’incantesimo dell’errata trascrizione di Amasia per A-MARSIA, questo luogo emerge dove indirettamente (Atti di Trasacco e di Assisi) e dove direttamente (Atti di Pistoia). Prendiamo perciò in esame questi ultimi.

In essi leggiamo: “…habitabat autem episcopus ipse in civitate Marsorum… = …lo stesso vescovo Rufino abitava pertanto nella Città dei Marsi…” E inoltre: “…inter quod et civitatem stagnum illud nobile, quod Lacus Fucini dicitur… = Tra il quale (municipio MISSINO) e la CITTÀ (Marruvio) c’era una volta quel celebre stagno che è detto Lago di Fùcino. Entrando nel merito di queste parole, pare che l’originale autore, quello delle “schede più antiche” scriva quando il Lago era stato prosciugato ad abbia solo come un remoto ricordo l’esistenza del vero Lago che egli indica con distacco: “stagnum illum nobile”. Allora veramente ci troviamo a contatto con i primitivi Atti, scritti appena dopo il martirio avvenuto nel 237, quando il Lago era stato quasi tutto (se non del tutto) prosciugato fino alla sua originale ricostruzione nel VI secolo d.C.

Il termine STAGNUM che qui ricorre è tipico di alcuni scrittori romani che scrivevano prima dell’impresa di Claudio; tanto più il Lago Fùcino prendeva tale forma quanto più l’Emissario assolveva il suo compito (cfr. Giuseppe Mincione, Il navale proelium: “Fùcino cento anni”, pagg. 180-184). Gli altri termini sono di una precisione topografica e storica così impressionante che solo uno scrittore del posto poteva usare; il trascrittore pistoiese non ha fatto altro che riprendere di sana pianta (almeno nella sua storia centrale) l’antichissimo Documento trasaccano. Ma torniamo all’assunto.

Qual è la Città dei Marsi dove abitava e predicava Rufino? Precisamente la “Splendidissima Città di Marruvio“. In quei tempi Marruvio era il più organizzato e fiorente centro politico-amministrativo, era la CIVITAS, la Città per eccellenza della Regione dei Marsi, la CIVITAS MARSORUM; ed era logico che Rufino, seguendo un metodo generalizzato della crescente religione cristiana, si stabilisse in essa con tutta la prerogativa di Vescovo, gettando le prime e fondamentali basi di una chiesa cristiana che giustamente sarà dai Pontefici eletta e dichiarata “Matrice di tutte le chiese” della Marsica (cfr. Ughelli, op. cit. Tomo I, col. 903). Diversamente, cioè senza la presenza di Rufino in Marruvio, non si spiegherebbe questa realtà storica.

Ora comprendiamo meglio come la descrizione topografica che dagli Atti di Trasacco e di Assisi viene riferita ad Amasia, si confà benissimo a Marruvio e ai suoi dintorni. In questa Città si devono ambientare dunque tutti gli episodi (e son tanti!) che negli Atti predetti si fanno svolgere in Amasia, anche se non reggono alla critica.

Intanto: “Cesidius vero presbyter in municipio Messino…habitabat”. = Il prete Cesidio nel frattempo dimorava nel Municipio MISSINO“. Quanta sincerità storica in queste poche parole! C’è stato chi ha azzardato, con qualche fondamento, l’ipotesi che anche Cesidio sia stato Vescovo dei Marsi, almeno dopo la partenza di Rufino per altri luoghi (cfr. Blasetti, op. cit. nota a pag. 60) Corsignani, op. cit. tomo II, l. 4, cap. 2 Gams, pag. 634, riportato in Bibl. Sanct., voce Cesidio, col. 1159). In quei tempi l’organizzazione ecclesiastica non era così precisa come oggi, per cui in centri di una certa importanza, anche se vincitori, potevano esserci dei Vescovi. Trasacco, come è stato detto in un altro studio, viveva un felicissimo momento storico, ma il termine Presbyter ricorrente sempre in tutti e tre gli Atti dice chiaramente che Cesidio era semplice prete. Infatti, per indicare un Vescovo si ricorreva alle parole: Antistes, Sacerdos, Episcopus (cfr. G. Marinangeli, Noterelle di storia ecclesiastica nella Provincia Valeria, in B. D. S. P., 1973, pag. 398). Del resto, nelle antiche pitture (Catacombe di Trasacco, Pala di Assisi) Cesidio è sempre raffigurato con le vesti di semplice prete a confronto di Rufino che indossa le insegne vescovili. La quasi contemporaneità del martirio non poteva permettere a Cesidio di succedere canonicamente al padre nella carica vescovile.

Dicono gli Atti di Pistoia: “CESIDIO SE NE STAVA NE MUNICIPIO MISSINO“. Ritorna qui la non sopita disputa se Trasacco, all’epoca del martirio dei nostri Santi, sia stata Municipio Romano. Abbiamo dimostrato in altri studi che in Trasacco si rinvengono epigraficamente tutte le cariche pubbliche proprie di un Municipio romano, con un precedente superiore a molti Municipi marsicani. Anche dagli Atti di Pistoia, che più risentono del mondo romano, si ricava che Trasacco era effettivamente Municipio; sta di fatto che dopo aver iniziata e diffusa l’evangelizzazione di Marruvio, i SS. MM. fissarono gli occhi su Trasacco per i tanti motivi che abbiamo spiegato altrove. (cfr. Trasacco nell’Impero Romano, pagg. 43-65).

Rispettando il metodo di evangelizzazione, si deduce che Trasacco, dopo Marruvio, era la parte della Marsica più idonea alla nuova religione. Il Municipio viene chiamato: MISSINO. Ci pare qui di rintracciare ancora una volta la originale stesura degli Atti trasaccani che rispecchiano un periodo abbastanza ristretto della gloriosa storia del paese. Non trovandosi altra testimonianza scritta all’infuori di questa, è probabile la seguente ricostruzione: i combattenti della classe MISENA, resi liberti dopo la battaglia navale, ebbero modo di sistemarsi prevalentemente nel nostro territorio anche per soprintendere allo scolo delle acque del Fùcino, ed essendo un numero cospicuo, diedero un momentaneo nome al paese abitato. È la spiegazione più plausibile per rendersi conto dei tantissimi personaggi dal nome grecizzante che si leggono nelle epigrafi dell’epoca a Trasacco.

Sempre dagli Atti di Pistoia leggiamo che il celebre “stagno” HABEBA TUR. È un’altra pennellata per indicare meglio l’epoca degli Atti originali trasaccani. Dietro l’impresa di Claudio e di Traiano le acque del Fùcino continuarono lentamente a defluire verso il Liri per tre secoli, ma, “…forse già nel V-VI secolo d.C. il Lago doveva essere tornato nei suoi limiti originari: un’opera che sembrava nata per sfidare l’eternità rimase quindi in funzione nello stadio definitivo per non più di tre secoli” (cfr. G. Messineo, L’Emissario di Claudio, in Fùcino cento anni, pag. 155). “La Marsica divenne un vero e proprio campo di battaglia anche quando con l’insediamento dei Longobardi il Territorio dei Marsi divenne un castaldato alle dipendenze del ducato spoletano, in cui fu primo duca Faroaldo (571-591) e non pochi insediamenti longobardi si registrarono a Luco e Penna. La situazione mutò allorché i monasteri di Subiaco e di Montecassino fecero, in qualche modo, sentire il loro benefico influsso, favorendo nuove installazioni, il cui significato sociale e culturale è innegabile; le popolazioni locali poterono relativamente risollevarsi dalla difficile situazione in cui versavano. In tale epoca, come era naturale, manco del tutto ogni sorveglianza al funzionamento dei canali di deflusso e l’Emissario principale fatto costruire dagli Imperatori romani e bisognoso di manutenzione continua, finì per ostruirsi progressivamente fino al punto in cui il Lago tornò alle antiche condizioni. Agli inizi del VII secolo, Gregorio Magno ricorda le continue invasioni della Provincia Valeria… (cfr. L. Gatto, Terre e vicende del Fùcino nell’età medievale, in “Fùcino cento anni”, pag. 216). Ora l’anonimo trascrittore di Pistoia parla di un Lago che non esisteva più. Quindi ci troviamo a prima del V-VI secolo d.C.

Su questo particolare riportiamo il pensiero del Di Costanzo: “L’altro (nome) mentovato dagli Atti Pistoiesi, è Mons Carbonarius, di cui, fuori della Tavola Peutingeriana, non si trova fatta menzione presso veruno scrittore, né in altri Monumenti. L’Olstenio nella nota a pag. 785 Ital. Antiq. di Cluverio lin. 19 rivelò 1’incontro, e scrisse sul vocabolo registrato nella stessa Tavola Peutingeriana Montis Carbonarii mentio habetur in Actis S. Caesidii, hodie dicitur Monte Labrone sopra Trasacco), e si riferisce agli Atti rufiniani di Pistoia, poiché in quelli di S. Cesidio di Trasacco non è nominato il Mons Carbonarius. Di questo vocabolo noto nel IV secolo sotto Teodosio, al cui tempo riportasi la Tavola di Peutinger, se ne perde in appresso la memoria, né mai s’incontra nelle carte appartenenti alla Religione dei Marsi del X e XI secolo, e molto meno dei seguenti; e da che ne fanno menzione gli Atti pistoiesi, è questo un altro indizio della più remota antichità” (cfr. op. cit. pag. 132). Appare strano che gli scrittori passati che si sono interessati delle antiche strade della Marsica (L. OrlandiC. Promis. – C. Tollis) o si sono limitati alla Via Valeria, oppure hanno riportato parzialmente un’altra strada importantissima descritta nella Tavola Peutigheriana, o infine l’hanno messa in dubbio, come fa il Fernique a pag. 37 della “De regione Marsorum”, riportando e accettando il giudizio di E. Dejardins. Eppure basta mettere gli occhi su questa Carta, aprendo al Foglio indicato con le parole: “SEGMENT V, 3”. Si nota benissimo un itinerario che partendo a ritroso da Sublacio (Catelvecchio Subequo) dove si ferma, tocca Vignas, località ignota comunque indicata a circa 10 Km., prosegue per IN MONTE CARBONARIO, continua per “In monte grani” localizzata nei pressi di Luco Dei Marsi

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