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Ss. Martiri Cesidio E Rufino: ” Epoca Degli Atti”

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La controversia secolare su San Rufino rivela nuove verità storiche: tensioni, tradizioni e miracoli svelano un passato marsicano più complesso e affascinante.

Tutti gli scrittori che affrontano la “questione rufiniana” si basano sugli Atti esistenti. All’inizio dell’anno Mille, ad Assisi non era nota alcuna storia scritta di S. Rufino. San Pier Damiani, nel suo Sermone databile tra il 1060 e il 1070, parla di un rinvenimento recente riguardante il santo. Infatti, all’epoca, Rufino era venerato come semplice martire, con la sola festa della Dedicazione della chiesa a lui dedicata.

Il popolo assisano, legato alla tradizione di un S. Rufino solamente martire, si oppose all’idea che il vescovo Ugo introducesse l’onore di Vescovo associato a Rufino, creando tensione con la nuova narrazione che abbinava anche Cesidio. Questo impulso alla venerazione si ritiene risalire a prima del 1050, mentre gli Atti di Trasacco, risalenti a tempo precedente, includono la testimonianza di miracoli avvenuti, come quello dei Saraceni nel 937, e descrivono una popolazione generosa, come i Conti dei Marsi, intenta a risollevare il clero.

Un secolo dopo, l’Appendice dei Miracoli è considerata più credibile, poiché l’autore, avendo accesso a notizie più recenti, narra avvenimenti storici significativi dell’epoca. A differenza degli Atti di Assisi, più tardi e meno precisi, quelli di Trasacco sono fedeli e risentono meno delle manipolazioni storiche, conservando informazioni utili sulle origini del culto di Rufino.

La questione della denominazione di Trasacco è particolarmente interessante: nei documenti dal 978 al 1187, si trova quasi sempre l’appellativo Transaque, che si italianizza solo intorno al 1180. Gli Atti di Pistoia, considerati anteriori a quelli di Trasacco e Assisi, offrono un ulteriore riscontro sulla diffusione della venerazione per i martiri trasaccani, suggerendo che il culto era già noto in Toscana e sottolineando l’importanza di contesti storici diversi nel riflessionare sulla vita di questi santi.

Riferimento autore: Don Evaristo Evangelini.

(Testi tratti dal libro “Rufino e Cesidio”)

(Testi a cura di Don Evaristo Evangelini)

Tutti gli scrittori accennati, trattando la “questione rufiniana”, si basano naturalmente sulla lettura degli Atti esistenti. Vediamo quali erano le posizioni precedenti delle tre chiese di Trasacco, Assisi e Pistoia.

Assisi, all’inizio dell’anno Mille, non conosce per il suo S. Rufino alcuna storia scritta, mentre S. Pier Damiani, che compone il suo Sermone non prima del 1050, quindi tra il 1060 e il 1070, ne parla come di un rinvenimento recente.

In Assisi dunque non solo non si aveva una PASSIO all’inizio dell’anno Mille e quindi non si conosceva una vera storia di S. Rufino, ma questi era venerato come semplice martire e non Vescovo. A lui era riservata solo la festa della Dedicazione della chiesa. In questo ultimo aspetto concorda anche il Brunacci, che a pag. 17 dice: “… All’inizio del secolo XI non possedendosi alcuna storia del martire, si celebrava solamente l’annua Dedicazione della parva basilica”.

L’ansiosa ricerca dei cittadini di Assisi si trasmette e traspare nell’infelice Maurino del Prologo degli Atti di Assisi, il quale, come si dirà, non trovando nell’Umbria un canovaccio della Vita di S. Rufino martire, è costretto a girare mezza Italia centrale per approdare finalmente nel Lazio, dove però trova la storia di un Rufino e di un Cesidio insieme.

Questo avvenimento va fatto risalire a prima del 1050 (ultima data del Vescovo Ugo, vivente) e intorno all’anno 1030 secondo il Brunacci, che a pag. 38 dice: “… Essendo la nostra Passione quella ritrovata dal vescovo Ugo di cui ne parla il Damiani, ne deriva che si leggeva in Assisi qualche anno prima del 1030“.

Dietro questo ritrovamento, che poi è una storia rimanipolata e dettata dal monaco Giorgio, in Assisi avviene un capovolgimento: dalla venerazione di un semplice martire si passa alla venerazione di un Martire-Vescovo e dalla venerazione del solo Rufino a quella di Rufino e Cesidio insieme. Tale capovolgimento, imposto dal vescovo Ugo, non passa sotto silenzio.

Il popolo, tenacemente attaccato alla tradizione quasi millenaria di un S. Rufino solamente martire, si ribella e accusa il Vescovo Ugo di superstizione e di leggerezza: “dicentes… supertiosumque esse domesticis adinventas studiis festivitates noviter introduci”, dicendo che era superstizioso introdurre all’improvviso feste inventate per amor patrio.

Quasi un secolo prima, venivano scritti gli Atti di Trasacco, ai quali si aggiungeva un secolo dopo l’Appendice dei Miracoli. Infatti, proprio immediatamente dopo il primo miracolo (quello avvenuto nell’invasione dei Saraceni del 937), l’anonimo autore fa una dichiarazione che qui vale la pena stralciare dalla redazione prima, quella del Febonio, dell’Ughelli e dei Bollandisti: “… Igitur quanta et qualia per suum dignatus est Dominus ostendere Famulum, nec ipsa vox vel eloquens lingua retexere sufficiat…”.

Questo Papa Telesforo viene identificato dallo stesso Brunacci (che riprende dal Di Costanzo) con Papa Benedetto VII (1012-1024) o con Benedetto IX (1033-1045). Tutta la seconda parte, quella dei Miracoli, rispetto alla Vita, viene considerata dai Bollandisti opera più recente e di più ragionevole credibilità, perché: “l’autore pote piu facilmente venire a conoscenza degli avvenimenti”.

Infatti, l’anonimo autore dei Miracoli, pur non avendo l’intenzione di scrivere una storia civile, narra avvenimenti storicissimi dell’epoca prima del Mille come la disastrosa venuta dei Saraceni a Trasacco, la devastazione delle chiese, la generosità dei Conti dei Marsi per risollevare le condizioni del clero, la contesa tra Odorisio e Balduino, ecc…

Agli Atti di Trasacco si possono meglio applicare le considerazioni che il Di Costanzo fa per gli Atti di Assisi. Queste Leggende iniziarono ad inserirsi negli Atti sinceri nei secoli IX e X. Tale tendenza ci riporta ai tempi immediatamente successivi alla devastazione dei Saraceni (937), quando, distrutti i Documenti originali, fu riscritta una nuova Vita, ma ormai con la mania del fantastico, dell’inverosimile, della provenienza da lontano, della morte in luogo diverso da quello reale.

Di questa nuova Vita si hanno due redazioni trasaccane, la prima che pone il martirio in Assisi; la seconda che lo pone a Rieti, ciò a dimostrazione della libertà degli anonimi autori di manipolare la storia secondo i propri gusti e le esigenze dei tempi. La prima redazione era in possesso del monaco Giorgio, che poi sarà passata a Maurino, riveduta e accomodata secondo la tradizione della chiesa di Assisi e scritta con una lingua più recente.

Ci sono alcuni nuovi elementi da evidenziare, come una più recente terminologia, dove, mentre negli Atti di Trasacco ci si attiene per lo più ad un lessico di latino classico, in quelli di Assisi affiora un lessico di latino medioevale. La prigionia di Amasia è chiamata “carceri Mamertine”.

Inoltre, viene anticipata la morte di Cesidio a quella di Rufino per giustificare la presenza del corpo di questo in Assisi. Tuttavia, è impensabile che Rufino lasciasse derelitta la comunità cristiana di Trasacco e della Marsica.

Negli Atti di Assisi, Trasacco viene detto “Tresaque”, mentre negli Atti trasaccani viene detto “Transaque”. La differenza non è di poco valore e contribuisce a chiarire la priorità dei due Atti. Limitandoci alla denominazione del nostro paese intorno al Mille, si riscontra che nei Documenti dal 978 al 1187 si fa sempre riferimento a Transaque o Transaquis.

È un fatto molto importante che Pistoia abbia gli Atti dei nostri SS. Martiri ritenuti già dal Baronio: “Fideliora sed imperfecta”. Qui si conclude una lunga riflessione sulla venerazione, dove si sottolinea che la fama dei SS. Martiri trasaccani sia giunta nella Toscana direttamente da Trasacco molto prima del Mille.

Riferimento autore: Don Evaristo Evangelini.

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