Parlare di Morino significa parlare della val Roveto, la parte terminale della valle del Liri, eterna porta di penetrazione alla regione fucense dal Lazio meridionale e soprattutto dalla vicina Campania. Essa appare in pieno Medioevo col nome di Vallis Urbeti o Vallis Orbevetana, sicuramente derivato dal toponimo altomedievale di Vallis Urbis Veteris, riferibile alla distrutta antica città marsa di Antinum.
Le più antiche testimonianze della frequentazione umana nel settore vallivo descritto risalgono all’età del Bronzo, con resti provenienti da “le Fosse” di Civitella Roveto e le grotte Cola I e Cola II di Petrella Liri, risalenti a circa 4500-2900 anni fa. Altre attestazioni riguardano la media valle del Liri, che mostrano presenze umane già dal Paleolitico Superiore e Medio, attestando la longevità della presenza umana in questa area.
Durante l’età del Bronzo, l’occupazione territoriale si fondava su insediamenti agricoli aperti, posti sui terrazzi fluviali e ai margini dei torrenti che si versavano nel Liri. Con la prima età del Ferro, circa 2900-2800 anni fa, si assistette a un cambiamento della struttura insediamentale. Si passarono dai villaggi di pianura a centri fortificati, conosciuti come “ocres” in lingua locale, situati su alture dominanti i territori agricoli e di pascolo.
Le genti lirine della valle dello Schioppo, membri dell’unità culturale italica Safina (Sabina in latino), decisero di insediarsi sull’altura a quota 583, attualmente occupata dall’abitato diruto di Morino Vecchio. Questa posizione strategica permetteva di difendersi da eventuali assalti provenienti dalle comunità circostanti e dalle bande armate transitanti lungo il Liri. La forma ovale dell’altura è tipica degli ocres safini, fortificati da re e principi guerrieri dal IX al termine del VI secolo a.C.
Durante il V secolo, i centri fortificati, racchiusi da alte mura composte da grossi blocchi di pietra locale, costituivano piccole città-stato in conflitto fra loro per il possesso dei terreni agrari e delle aree di pascolo. La comunità lirina si trovò così parte integrante del nascenti stato federale dei Marsi fino alla Guerra Sociale degli inizi del I secolo a.C. A conferma di questa antica presenza sono stati rinvenuti a Morino Vecchio tegolame e ceramica di età ellenistica, assieme a un ripostiglio monetale di quasi trecento monete di bronzo, databile tra il 240 e il 250 a.C.
Le emissioni monetali rinvenute attestano l’esistenza di una mobilità geografica legata al mercenariato marsicano, che portava i Marsi verso le città greche e italiche della Magna Grecia, oltre alla partecipazione nell’esercito romano nella prima metà del I secolo a.C. Nel 502, infatti, i Marsi, sconfitti da Valerio Massimo, firmarono un trattato di alleanza con Roma, che li obbligava a fornire truppe in caso di guerra.
Durante l’età repubblicana, alla base dell’altura del centro fortificato, nell’area dell’attuale Taverne di Morino, dovettero sorgere dei vici italico-romani, il cui ricordo è rimasto vivo nella leggenda della “città di Fiorino”, un insediamento antico distrutto da un’alluvione. Nei terreni della località Molino sono stati rinvenuti frammenti fittili, tegole e vasellame che confermano la continuità della vita in quest’area.
Con la fine del mondo antico, le notizie su Morino si ridussero notevolmente fino all’XI secolo, quando compaiono per la prima volta la chiesa benedettina di San Pietro e quella di Santa Lucia di Rendinara, donate a Montecassino nel 1060-63 da Rainaldo di Civita d’Antino. Questo è il primo documento in cui compare il nome di Morino. La chiesa diventò monastero e prepositura lirina di Montecassino fino al XIII secolo, ma nel 1308-10 la vita monastica era probabilmente cessata, lasciando solo la chiesa a testimoniare l’antica grandezza.
Il periodo medievale è caratterizzato dalla presenza di un’importante chiesa cistercense, Sanctae Mariae de Pertuso, di cui si hanno notizie dalla prima metà del XII secolo, ma la cui vita si concluse nel XV secolo. Oggi rimane solo una parte presbiterale della chiesa, nota localmente come Santa Maria del Cauto, caratterizzata da affreschi del XIII secolo.
Morino, situato in una valle di fondamentale importanza strategica, fu interessato a eventi bellici significativi, come il passaggio dell’esercito imperiale di Ludovico II nel 866 e l’invasione di Ungari nel 937. Alla fine del X secolo, nella Contea dei Marsi si iniziò a registrare un primitivo incastellamento, interessando l’altura di Morino Vecchio, probabilmente per opera di un esponente fucense della Contea.
Il castello di Morino risale al 1150 e nel 1167-68 era sotto il controllo del conte Ruggero di Albe. Da questo periodo e per tutto il Medioevo, Morino rimase nella Contea di Albe, nel Regno di Napoli, fino all’abolizione del feudalesimo nel 1806. La dominazione della famiglia Colonna è evidente nei timbri e negli stemmi dell’Universitas terre Morini, così come nella devozione alla Madonna del Buon Consiglio.
Il XIII e il XIV secolo segnarono l’edificazione di un burgo attorno all’incastellamento e la costruzione di una nuova cinta muraria. La storia di Morino è segnata da conflitti territoriali con i paesi vicini, culminando nel potenziamento delle fortificazioni nel XV secolo e con la creazione di bastioni cilindrici. Nonostante le difficoltà, il paese continuò a svilupparsi, con un picco di popolazione che raggiunse 2.430 abitanti nel 1921, grazie anche all’apertura di una Ferriera dal governo borbonico.
Dopo la seconda metà dell’Ottocento, il paese visse il cambiamento demografico legato al brigantaggio e agli eventi dell’Unità d’Italia, registrando anche il drammatico terremoto di Avezzano nel 1915. Da ciò si sviluppò un esodo costante della popolazione verso fondovalle, accentuato anche da una politica omologante e consumistica del dopoguerra.
Questa è la storia della comunità lirina e marsicana del vecchio insediamento d’altura di Morino Vecchio, un abitato attualmente in attesa di essere riportato alla luce, per riannodare il legame tra le attuali popolazioni e il loro passato. Merito va ai partecipanti del Primo Cantiere Internazionale di Morino, che con il loro lavoro di ricerca hanno aperto la possibilità di recupero delle “tracce” degli antenati.
Riferimento autore: prof. Giuseppe Grossi.