Il Vescovo Mari rimpianto in Colombia. Lo Stato colombiano gli ha intitolato una strada per l’attività religiosa e culturale svolta a favore degli indios.
Padre Eusebio, il nome da religioso, Settimio Mari, all’anagrafe del Municipio di Trasacco, nasce il 24 marzo 1916. All’età di 10 anni, ancora bambino, diviene fratino nell’ordine dei Cappuccini, prima a Manoppello e poi a Vasto.
Molto tenace nel carattere ma con animo gentile e cortese, appare sempre tra i primi. Lesto, impegnato negli studi, riservato e talvolta schivo e silenzioso, rivela subito un’intelligenza superiore e un cuore buono e virtuoso. Il 22 ottobre 1932, a Penne, dopo il noviziato, indossa l’abito dei Cappuccini e prende i voti solenni in Santa Chiara a L’Aquila il 26 settembre 1937. Qui si dedica agli studi di Filosofia e Teologia, distinguendosi come animatore e sostenitore della rivista giovanile «Cordi et Menti», organo dell’Associazione Missionaria «Divina Pastora», curando con scrupolo musiche e poesie.
Nel luglio 1939, a Giulianova, è ottimo Vice Direttore e insegnante di Materie Letterarie in uno studentato di Filosofia. Nel 1941 ricopre l’incarico di Segretario Provinciale e nel 1942, a L’Aquila, dopo aver ottenuto la maturità classica, dirige lo studentato di Teologia e presta servizio come Lettore. Diventa Definitore Provinciale nel 1944 e lascia L’Aquila nel 1946 per Roma, dove viene chiamato presso la Curia Generalizia come Vice-segretario.
Successivamente è Ministro Provinciale nel periodo 1947-1953. Nel 1952, laureatosi in Lettere all’Università di Roma, viene nominato Rappresentante Legale della Provincia, incarico che assolve fino al 1954. Assistente dei Maestri Cattolici a L’Aquila, è spesso chiamato come conferenziere e predicatore illustre.
Fortemente ispirato alla chiarezza e fermezza nel suo governo, chiede sempre l’osservanza cortese, il buon rendimento negli studi e la fermezza nelle vocazioni. Nutre un forte desiderio per la Missione della Guajiria in Colombia per i Cappuccini d’Abruzzo, tanto da ottenere il 27 ottobre 1951 l’onore di benedire i primi missionari e il 21 febbraio 1954 la nomina a Vicario Capo storico di Riohacha nella missione della Guajiria.
Prima di partire per il grande viaggio, S.E. Rev.ma Mons. Costantino Stella lo consacra vescovo il 1 maggio 1954 in L’Aquila. Ai primi di luglio di quello stesso anno, inizia con profonda e intensa attività pastorale il suo attesissimo Episcopato Missionario. Si impegna a costruire e organizzare ex-novo il collegio della «Divina Pastora», destinato all’accoglienza scolastica dei ragazzi della Guajiria, dalle elementari fino agli studi superiori.
Come Ispettore Nazionale delle Scuole, ha sempre nel cuore i giovani. Per loro, fa edificare uno stadio moderno, tre «Internadi», 32 scuole, una tipografia per il foglio della Diocesi «La Cruz» e la rivista «Amanecer» (Aurora), dedicata ai giovani. La sua opera continua con la ricostruzione della Chiesa Cattedrale, la costruzione dell’Episcopio e del Seminario di Riohacha.
La sua opera immensa, voluta per Dio, viene interrotta il 21 dicembre 1965. Nella mattinata, verso le 8.15, il vescovo titolare di Pacnemunis e Primo Vicario Apostolico di Riohacha, mons. Eusebio Settimio Mari, porge la sua anima a Dio. Un mese e mezzo prima, riceve l’ultimo attestato per un Episcopato tenuto in alta considerazione, già oggetto di riconoscimenti ufficiali e onoranze da parte delle Autorità Colombiane e del Consolato Italiano.
A Riohacha, il Consiglio Comunale gli intitola una «Avenida», un viale della città per ricordare, con una plaquette in alluminio con lettere in alto rilievo, il vescovo abruzzese. La sua opera è descritta come quella di un vero benefattore dei poveri e afflitti, riconosciuto per il suo amore e zelo apostolico.
Homo Religiosus fino alla fine, non si è mai stancato di animare e sostenere le iniziative del bene. Anelante per la missione della Guajiria, Mons. Mari ha operato per molti anni a favore dei suoi nuovi figli. Homo humanus, si avventurava, con lunghe giornate di viaggio, attraverso Carrettas difficili e Caminos di fortuna, incontrando genti e affrontando la fatica apostolica.
Ha costruito chiese, scuole, «Internadi» e organizzato un’attività zelante per approfondire la cultura e la coscienza cristiana, sia tra i bianchi civilizzati che tra gli indios nei ranchos e nei pueblos. Ha promosso il culto liturgico comunitario, l’insegnamento del catechismo e l’assistenza sociale, esortando la gioventù a partecipare ai «Cursillos de Cristianidad para una revision de vida».
Come terapeuta della cristianità, ha individuato nell’avvicinamento e nella penetrazione fra gli «Indios Guajiros» le prime cure somministrate agli «Indios Arnacos» che vivono sugli altopiani della Sierra Nevada. Non si è mai stancato di rivedere e aggiornare l’organizzazione del piano di lavoro missionario, lavorando per formare un «Equipo Misionero» volante e stimolando la cooperazione tra la Provincia e la Missione.
L’intensità interiore ed esteriore della sua vita è stata il preludio della sua immatura morte, accolta dopo una lunga malattia con la solennità dell’olocausto. Egli scrisse una missiva al nipote Padre Settimio Del Vecchio, esprimendo che il dolore ci accompagna e ci avvicina a Dio. Mantenendosi forte fino alla fine, desiderava tornare nella «Guajiria Amada» per vivere ancora sotto la protezione della «Virgen de los remedios» o morire in pace all’ombra della cattedrale.
Questa sofferenza deve essere stata la più atroce, poiché partendo, aveva scritto un saluto alla Guajiria, che esprimeva speranza dopo tanti fallimenti, augurando che con la benedizione di Dio si potessero realizzare i desideri di progresso sociale.
Riferimento autore: Romolo Del Vecchio.