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Luigi Susi, Le Poesie

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Scopri l’eternità tra rocce e cieli: viaggio nella mistica terra dove sussurra il tempo tra speranza e memoria.

Nel regno delle cose che implorano la luce vive la speranza. Dietro i confini del tempo, dove i solchi dell’inganno trasformano le amarezze, siamo radici tra la terra grigia e il cielo opaco. I secoli in cammino rendono l’uomo libero, sebbene condannato a rimanere nell’angolo delle promesse in attesa. Nell’arida pianura degli affanni, dove non germoglia il fiore del nuovo, il destino intreccia la tela dell’esistenza. L’uomo, curvo sulle ginocchia, canta il salmo del perdono, cercando verità sperdute come chi rovista tra ragnatele e polvere.

Mentre l’anima smania, il pendolo del tempo culla le ore, le ansie e le pene, mantenendo il filo della speranza fra tenere illusioni e mille sogni, dove l’alba nuova rimane sempre lontana. L’uomo che porta dentro il segno della fede, nell’ombra muta dell’attesa, continua a cantare in ginocchio il suo salmo di perdono.

Sotto il cielo, una croce si ergerebbe solitaria a Mont’àute, testimone dei tempi passati. Ho contato il tempi su ogni roccia e i canti delle cornacchie che chiudono il volo stanco sulla torre. A guardare, il cielo azzurro rischiara la croce dei ricordi di gente trapassata. Sola, nell’eterno silenzio della cima, la croce diventa la muta balaustra del tempo, dove si perde lo sguardo all’infinito e dove si avvertono i rumori delle ale festose dei passeri.

Nel suo isolamento, la croce è testimone di un mondo divino che si nasconde tra rocce grigie e dirupi, privo di selciato e di vapore d’asfalto. Qui, dove la luna gioca a nascondino nelle nuvole, inizia ogni giorno. Sola, nascosta fra le nebbie d’autunno, la croce, priva di fiori e lume, continua a chiamare e implorare il cielo, cercando un luogo nell’infinito. Questo silenzio eterno avvolge la cima, richiamando un’assenza di canto e preghiera.

Riferimento autore: I Péndele ‘je témpe (Il Pendolo del tempo).

IL PENDOLO DEL TEMPO

Nel regno delle cose che implorano la luce, vive la speranza. Dietro i confini del tempo, dove i solchi dell’inganno tramutano i liquori delle amarezze, ancora siamo radici fra la terra grigia e il cielo opaco. I secoli in cammino fanno l’uomo libero, ma condannato all’angolo delle promesse in sosta.

Nell’arida pianura degli affanni, dove non germoglia il fiore del nuovo, le ore del destino tessono “alla muta” la tela dell’esistenza. Quando l’uomo, curvo sulle ginocchia, nel cantare il salmo del perdono, cerca, a tentoni, verità… sperdute… come rovistare nella scansia, tra ragnatele, polvere e scartoffie.

Mentre l’anima smania, il pendolo del tempo… avanti e indietro… culla le ore, le ansie e le pene, e il filo della speranza la trattiene fra tenere illusioni e mille sogni, dove sempre è lontana l’alba nuova.

E l’uomo che porta dentro il segno della fede, nell’ombra muta dell’attesa, in ginocchio canta il salmo del perdono.

LA CROCE A MONT’ÀUTE

Só cuntàte i témpe ‘n ógne róccia. Só cuntàte i cante ‘lle curnàcchije, che chiùdene a lla tórre i vóle stracche. Sò mmiràte cùmma i céle azzurre, allùma a lla mentagna la cráce ‘je ricòrde de ggènte trapassata.

Sóla sta la cróce, a j’etèrne silenzije ‘lla cimàta, bbalaùstra muta de je témpe; addó se pèrde i sguàrde a je nfinite; addó arrivane i remóre ‘ll’ale allègre ‘je pàssare festùse; addó tutte è divine, fra le rocce grigge e j’adderrùpe, addó ‘n ce sta selciàte e sfùmmeche d’asfàlte, e tórre de tralicce e cimminière attive.

Sóla, addó la luna fa a nnascunnarèlla, fra le schiumáse nùvele; addó chemènza i jùrne; ddó véde gne mmatina cùmma sàlle i sóle, cùmma càla i véspre a lla bborgàta, addó repósa i ritme ‘lle speranze, dóppe i jùrne a spàseme e fatije.

Sóla, nnascósta fra le nébbije ‘j’autunne, chepèrta da je véle ‘lle ggelàte, ddó i vénte a schiaravénte urla e piagne. A vràccia apèrte chiama e mplóra i céle, cùmma a cercà lòche a je nfinite.

Na cróce solitaria, ‘n cima a ll’ómbre sè, senza fiore e lume, senza mai ne cante, na preghiera… lòche… a j’etèrne silènzjie ‘lla cimàta.

LA CROCE SU MONTE ALTO

Ho contato il tempo su ogni roccia. Ho contato i canti delle cornacchie, che chiudono sulla torre il volo stanco. Ho visto come il cielo azzurro rischiara sulla montagna la croce dei ricordi di gente trapassata.

Sola sta la croce, nell’eterno silenzio della cima, muta balaustra del tempo; dove si perde lo sguardo all’infinito; dove arrivano i rumori delle allegre ali dei passeri festosi; dove tutto è divino, fra le grigie rocce e i dirupi, dove non c’è selciato e vapore d’asfalto, e torri di tralicci e ciminiere fumanti.

Sola, dove la luna gioca a nascondino, fra le schiumose nuvole; dove inizia il giorno; dove vede ogni mattino come sorge il sole, come scende il vespro sulla borgata, dove riposa il ritmo delle speranze al terminare il giorno di spasimi e fatiche.

Sola, nascosta fra le nebbie dell’autunno, coperta dal velo delle gelate, dove il vento a raffïche urla e piange. A braccia aperte chiama e implora il cielo, come a cercare un luogo nell’infinito.

Una croce solitaria, sulle sue ombre, senza fiori e lumini, senza mai un canto, una preghiera… lì… nell’eterno silenzio della cima.

Riferimento autore: I Péndele ‘je témpe (Il Pendolo del tempo).

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