Nel regno delle cose che implorano la luce vive la speranza. Dietro i confini del tempo, dove i solchi dell’inganno trasformano le amarezze, siamo radici tra la terra grigia e il cielo opaco. I secoli in cammino rendono l’uomo libero, sebbene condannato a rimanere nell’angolo delle promesse in attesa. Nell’arida pianura degli affanni, dove non germoglia il fiore del nuovo, il destino intreccia la tela dell’esistenza. L’uomo, curvo sulle ginocchia, canta il salmo del perdono, cercando verità sperdute come chi rovista tra ragnatele e polvere.
Mentre l’anima smania, il pendolo del tempo culla le ore, le ansie e le pene, mantenendo il filo della speranza fra tenere illusioni e mille sogni, dove l’alba nuova rimane sempre lontana. L’uomo che porta dentro il segno della fede, nell’ombra muta dell’attesa, continua a cantare in ginocchio il suo salmo di perdono.
Sotto il cielo, una croce si ergerebbe solitaria a Mont’àute, testimone dei tempi passati. Ho contato il tempi su ogni roccia e i canti delle cornacchie che chiudono il volo stanco sulla torre. A guardare, il cielo azzurro rischiara la croce dei ricordi di gente trapassata. Sola, nell’eterno silenzio della cima, la croce diventa la muta balaustra del tempo, dove si perde lo sguardo all’infinito e dove si avvertono i rumori delle ale festose dei passeri.
Nel suo isolamento, la croce è testimone di un mondo divino che si nasconde tra rocce grigie e dirupi, privo di selciato e di vapore d’asfalto. Qui, dove la luna gioca a nascondino nelle nuvole, inizia ogni giorno. Sola, nascosta fra le nebbie d’autunno, la croce, priva di fiori e lume, continua a chiamare e implorare il cielo, cercando un luogo nell’infinito. Questo silenzio eterno avvolge la cima, richiamando un’assenza di canto e preghiera.
Riferimento autore: I Péndele ‘je témpe (Il Pendolo del tempo).


