Notifica

Le Questioni Civiche

Aggiungi qui il testo del titolo

Conflitti e comunità: come l’acqua ha segnato storia e lotte nella Marsica tra il XVI e il XVIII secolo.

Dal XVI al XVIII secolo, il territorio della Marsica era regolato da un regime feudale che influenzava l’uso delle risorse e la gestione delle proprietà private. Documenti storici mostrano tensioni tra i cittadini di Collelongo e Villa Collelongo riguardo l’uso delle fonti acquifere, che rappresentavano un aspetto cruciale per la comunità. Un atto notarile del 1583 attestava che agli abitanti di Collelongo era consentito abbeverare gli animali presso le fonti di S. Leucio, a patto che non danneggiassero i terreni della Villa e non si dedicassero ad attività agricole in quella zona. La questione, evolvendosi, portò a una divisione concordata delle risorse nel 1696, stabilendo aree promiscue per l’accesso alle fonti, riconosciute come fonte di conflitto anche in epoche successive.

Nonostante gli accordi, le disputazioni continuarono a sorgere. Nel 1700, il Duca Sannesio intervenne per risolvere una controversia riguardante l’uso delle acque e la promiscuità del tratturo, mentre nel 1811, dopo l’eversione della feudalità, fu stabilito che i cittadini di Collelongo avrebbero potuto continuare a utilizzare le fonti di S. Leucio pagando un canone annuale. Le difficoltà di accesso alle risorse idriche si rivelavano esistenziali, in particolare nei periodi di siccità, sottolineando l’importanza vitale delle fonti per le comunità locali.

Un’altra questione si manifestò relativi al Duca Pignatelli, il quale, nel XX secolo, affermava il suo dominio esclusivo su alcune aree montuose, mentre i cittadini di Villa Collelongo organizzavano le loro esigenze pascolative. Diverse liti legali e scontri continuarono a caratterizzare le relazioni tra i cittadini e l’autorità feudale. Negli anni successivi, gli abusivi vengono spesso segnalati, mentre la situazione si complicava ulteriormente con l’aggravarsi delle tensioni e delle richieste locali, che spingono verso una graduale liberazione dal sistema feudale stesso, culminando nelle leggi del 1806 che abolirono le imposizioni feudali.

Durante questi trascorsi, si osserva un attento monitoraggio della situazione fondiaria. Antichi catasti documentano la distribuzione della proprietà terriera tra il XVI e il XVIII secolo, rivelando una variegata composizione dei proprietari e la loro attaccamento al territorio. Le registrazioni indicano chiaramente l’eterogeneità della comunità e la presenza di beni appartenenti a forestieri, ponendo l’accento sulla complessità delle relazioni sociali e sulla meticolosa protezione delle risorse naturali. La graduale rimozione dei vincoli feudali inizia a rappresentare un cambiamento sociale significativo per le diverse comunità locali.

Riferimento autore: “Storia di Villavallelonga” (Testi del prof. Leucio Palozzi).

Tratto dal libro “Storia di Villavallelonga” (Testi del prof. Leucio Palozzi)

Dal XVI al XVIII secolo, sono attestati alcuni documenti che riferiscono le questioni civiche e descrivono la situazione fondiaria del tempo. Il territorio, sottoposto al regime feudale, pose i cittadini nella necessità di regolare l’uso delle risorse, perseguire l’equa ripartizione delle medesime e tutelare lo stato della proprietà privata. Una prima questione civica concerne l’uso delle fonti acquifere, che hanno costituito uno dei punti di attrito tra Collelongo e Villa Collelongo.

Un documento notarile attesta che fino al 1583 l’Università (Comune) di Villa Collelongo aveva consentito ai cittadini di Collelongo di abbeverare gli animali presso le fonti di S. Leucio (fonte dritta e fonte canale o fonte vecchia) e di sostare con greggi ed armenti sotto l’ombra delle piante circostanti. Tuttavia, ai collelonghesi era posto il divieto di “coltivare, casare, pascolare” nel territorio della Villa ed incombeva l’obbligo di costruirsi le strade per raggiungere le fonti, con l’impegno di non danneggiare i terreni limitrofi.

A fronte delle concessioni, l’Università di Collelongo avrebbe corrisposto alla Villa la somma di carlini 37 e grana 5 per ogni anno, fermo restando il pagamento della bonatènza sui beni posseduti nel territorio della Villa. L’evoluzione di tale questione si registra nell’atto notarile del 25 agosto 1696, redatto presso il palazzo baronale del Duca Sannesio a Collelongo.

I deputati delle due Università, al fine di evitare le controversie circa l’uso delle fonti di S. Leucio, individuano una zona promiscua che partiva dal Colle Aringo, attraversando il campo coltivato, giungendo fino alla cima del monte Ara dei Merli; nella direzione opposta, attraversava la Valle di Cerro e giungeva fino alla vetta del Frontone. I luoghi promiscui intorno alle fonti si estendevano dai piedi della chiesa di S. Leucio fino al molino vecchio, e ancora oggi questa porzione di territorio della Villa conserva l’antica denominazione di lesche della Villa per la funzione promiscua assolta nei riguardi di Collelongo.

Per effetto di questa promiscuità, la Villa riceveva da Collelongo la somma di 250 ducati, in unica soluzione, mentre venivano confermati i pagamenti annuali stabiliti nell’“istrumento tra loro celebrato fino all’anno 1583.” Nonostante le pattuizioni notarili, qualche abuso doveva pur verificarsi, se il Duca Sannesio, nel 1700, era chiamato a comporre bonariamente la vertenza civile relativa all’uso delle acque e alla promiscuità del tratturo che dal Castelluccio conduceva alle fonti.

Anche in epoca anteriore sono attestate alcune liti che avevano portato le due Università alla rissa del 1624. Dopo l’eversione della feudalità, le discussioni vengono riproposte innanzi alla Commissione feudale e il verbale del 1811 esegue le determinazioni del caso. Ai cittadini di Collelongo veniva mantenuto l’uso delle fonti di S. Leucio per la prestazione annua di carlini 37, mentre il mantenimento del tratturo comportava la cessione alla Villa di 23 coppe di territorio in contrada Scalelle, nonché il pagamento di carlini 20.

La riduzione di quest’ultimo compenso veniva giustificata con il numero maggiore degli abitanti di Collelongo e il mantenimento della proprietà ai concedenti dei terreni promiscui. L’uso delle fonti non era un fatto marginale; anzi, si poneva come problema esistenziale durante i periodi di siccità. La tradizione riconosce la pregevole qualità di quell’acqua e la perenne alimentazione dalle falde sotterranee.

Una seconda questione civica prospetta i problemi emersi tra i cittadini e il Duca Pignatelli, feudatario del luogo. Alcune pressioni in direzione dell’eversione feudale sono attestate sullo scorcio del XVIII secolo. Nel 1781, il Duca inviava alla Regia Camera della Sommaria una dichiarazione in cui sosteneva che le cimate erbose delle montagne erano di suo esclusivo dominio, mentre le parti boscose sottostanti potevano essere utilizzate dai cittadini dell’Università di Villa Collelongo.

Il privilegio del Pignatelli consentiva di affittare gli erbaggi ai locali di Puglia; infatti, il Duca riceveva dai locati di Gioia la somma di 400 ducati a titolo di fida. Al contrario, i naturali del luogo, non locati, potevano utilizzare i pascoli feudali per un tempo determinato (dopo il 24 giugno) e per lo stretto bisogno, cioè senza pernottare con il bestiame e senza commerciare.

La situazione di svantaggio e il rigore dei vincoli erano certamente esagerati, sicché mancava il rispetto dei divieti. Il Pignatelli, nel 1783, doveva convenire in giudizio gli abitanti di Collelongo. La corte locale, dipendente dalla regia Udienza di L’Aquila, aveva accertato l’uso dei pascoli feudali prima del 24 giugno e l’avvenuto pernottamento in quei luoghi, poiché il bestiame non era stato ricondotto negli stazzi del bosco civico.

Con decisione della Sommaria di Napoli, i naturali di Collelongo venivano mantenuti nel “possesso di pascere e pernottare dopo il 24 giugno e soltanto per il proprio bisogno”; mentre, se avessero agito diversamente, dovevano pagare la fida al Duca. Questa decisione non era pacifica né duratura, in quanto nel 1789 i collelonghesi rinnovavano gli abusi e la corte locale doveva incaricare Romualdo e Francesco Bianchi, quali periti designati dal Consiglio di Villa, per l’accertamento del danno ed il rilievo degli stazzi abusivi.

Questi documenti rappresentano una importante fonte storiografica, sebbene il loro vigore sia stato breve. Infatti, l’invasione dei francesi nel Regno di Napoli comporta, fra le molte innovazioni, anche la compilazione del catasto provvisorio, avviato nel 1809 e concluso nel 1817, il quale è oggi impropriamente chiamato catasto antico, per essere anteriore a quello attuale, risalente al periodo fascista.

Aggiungi qui il testo del titolo

Ospitalità e servizi

Resta connesso con Terre Marsicane

TERRE MARSICANE MEWS

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Avezzano (AQ) n.9 del 12 novembre 2008 – Editore web solutions Alter Ego S.r.l.s. – Direttore responsabile Luigi Todisco.

copyright: TERREMARSICANE Servizi e Comunicazione S.r.l.s.

Informazioni e contatto

Invia suggerimenti o materiale integrativo

Utilizza il form sottostante per segnalare delle modifiche o inesattezze e inviare del materiale utile all'ottimizzazione dei contenuti