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Le Monete Nella Grotta Del Cervo

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Scoperta straordinaria in Abruzzo: 18 monete romane emergono dalla Grotta del Cervo, rivelando legami ancestrali e culti perduti.

Nel mese di aprile del 1984, il gruppo del CAI di Roma scoprì la Grotta del Cervo a Pietrasecca, un’importante cavità naturale fino a quel momento sconosciuta. Durante le esplorazioni, vennero ritrovate 18 monete romane disposte su un pavimento ricoperto di calcite. La speleologa Federica Giaffei raccolse le monete per consegnarle alla Sovrintendenza ai Beni Archeologici per l’Abruzzo, che si occupò dei restauri e della catalogazione. Le monete, nonostante il notevole degrado, risalgono al IV secolo d.C., con la loro coniazione avvenuta tra il 335 e il 395; tuttavia, risulta improbabile il loro utilizzo come valuta dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476.

Si ipotizza che il deposito delle monete sia avvenuto dopo il 476, periodo in cui la grotta era più accessibile. La pratica della deposizione di monete in luoghi come la Grotta del Cervo è stata associata a offerte votive alla divinità naturale della cavità, frequentata dai pastori e, secondo Apuleio, da briganti. Le 18 monete ritrovate, principalmente in bronzo, provengono in gran parte da Roma, con una che potrebbe essere emessa dalla zecca di Antiochia durante il regno dell’imperatore Valente o Valentiniano I.

Questo ritrovamento offre l’opportunità di riflettere su un periodo storico dalla morte di Costantino il Grande (337) alla morte di Teodosio (395), in un’epoca in cui i cristiani guadagnavano libertà di culto grazie all’editto di Costantino nel 313. Nonostante i tentativi di Giuliano l’Apostata di restaurare il paganesimo, il cristianesimo continuava a diffondersi tra le nuove popolazioni barbariche integrate nell’impero. Le monete della grotta riflettono la potenza di Roma, illustrando l’imperatore come una divinità e evidenziando l’influsso barbarico crescente anche nell’arte numismatica.

La presenza delle monete nella Grotta del Cervo indica che il territorio di Carseoli aveva relazioni con Roma, testimoniando l’espansione dell’impero. Nonostante la mancanza di documentazione specifica, ritrovamenti come questo, associato a studi su materiale reperito in altre zone, suggeriscono che ricerche future potrebbero rivelare ulteriori dettagli su come queste monete siano giunte nella grotta. Infine, è d’obbligo segnalare un’altra scoperta avvenuta nella grotta: uno scudo di Carlo VIII di Valois, coniato a Chieti. Sebbene non confermi definitivamente la frequentazione della grotta nel XV secolo, rappresenta un legame tangibile con il passato e offre spunti per ulteriori riflessioni storiche.

Riferimento autore: Foglio di Lumen.

Nel mese di aprile del 1984, a seguito della disostruzione dell’ingresso bloccato dal fango, un gruppo del CAI di Roma entrò in una cavità naturale fino ad allora sconosciuta: la Grotta del Cervo a Pietrasecca. A qualche decina di metri dall’ingresso ci fu un importantissimo ed interessante ritrovamento: 18 monete romane. Su un pavimento leggermente inclinato, coperto di calcite ricamata a vaschette, la speleologa Federica Giaffei vide disseminate qua e là queste monete. Le raccolse insieme agli altri speleologi che avevano scoperto la grotta, per consegnarle alla Sovrintendenza ai Beni Archeologici per l’Abruzzo con sede in Chieti, perché questa provvedesse agli opportuni restauri e ad una catalogazione scientifica.

I trattamenti eseguiti hanno riguardato dapprima la ripulitura dalla patina calcarea che si era formata nel tempo. Poi l’intervento di protezione ha bloccato il degrado ormai troppo avanzato. Questo degrado non ha, infatti, permesso, per alcune di esse, una datazione certa; e poiché parecchie delle 18 monete, oltre a non esser ben conservate, sono anche spezzate, si deve arguire che siano state depositate nella grotta quando erano ormai fuori corso, quando non avevano più valore legale. La coniazione di esse risale al IV secolo d.C. (tra il 335 e il 395); anche se l’uso e la validità si è protratto fin nella prima metà del V secolo. Sembra improbabile, in ogni caso, che esse possano essere state utilizzate come moneta corrente dopo il 476, data della caduta dell’Impero Romano d’Occidente.

È lecito pensare, a questo punto, che il deposito sia stato operato proprio in una data successiva al 476, quando, si sarebbe trattato di denaro non utilizzabile. Questa conclusione fa chiaramente supporre che in quel periodo la grotta fosse molto più facilmente accessibile di quanto non lo sia stata al momento della scoperta nel 1984, quando per creare un passaggio che permettesse lo scivolamento di una persona, hanno dovuto scavare per 14 giorni. Secondo gli studiosi di tradizioni popolari, la deposizione di monete (anche se fuori corso) nelle vaschette calcaree di una cavità naturale, rientra nelle pratiche di culto pagane: si tratterebbe di offerte votive alla divinità naturale della grotta.

Queste, infatti, erano frequentate comunemente come rifugio dai pastori o, come ci fa pensare Apuleio, anche da briganti che ne facevano base delle loro scorribande. Si potrebbe anche immaginare (ma l’ipotesi è molto fantasiosa) che qualche malcapitato si sia rifugiato qui per sfuggire ad un’incursione di barbari o di briganti, o per salvarsi da pericolosi fenomeni atmosferici. A salvezza raggiunta avrebbe ringraziato la divinità della grotta con l’offerta di queste monete. Fin qui siamo nel campo delle ipotesi. Ma cosa sono veramente queste monete? Si tratta di 18 monete in bronzo, di cui soltanto quattro conservate in modo accettabile. Raffrontandole con altre dell’epoca meglio conservate e consultando i manuali di numismatica, si è potuto stabilire, per alcune con certezza, per altre solo in modo vago ed ipotetico, la zecca di conio e la data di emissione.

La maggior parte provengono certamente da Roma, mentre una, emessa dall’imperatore Valente o Valentiniano I (tra il 364 e il 380), verrebbe addirittura dalla zecca di Antiochia. Il periodo storico di riferimento è quello che va dalla morte di Costantino il Grande (337) alla morte di Teodosio (395). Gli imperatori (augusti o cesari, secondo la divisio delle cariche imperiali operata da Diocleziano) che compaiono sulle monete sono quelli del periodo intermedio che hanno governato in occidente: Costanzo II cesare, Costanzo II augusto, Valente, Valentiniano I e II, Onorio e Arcadio.

Le monete della Grotta del Cervo ci offrono l’occasione per richiamare un secolo movimentato di storia romana quando, a seguito dell’editto di Costantino (313), fu concessa ai cristiani libertà di culto. Con questo atteggiamento di tolleranza l’imperatore voleva garantirsi la fedeltà di tutti i sudditi; aveva compreso che la crudeltà delle persecuzioni ripugnava ormai a tutti, anche ai pagani, e che queste servivano solo a rinsaldare tra loro i cristiani; prova ne era che le chiese crescevano sia per numero che per dislocazione geografica in tutto l’impero.

Giuliano l’Apostata (361-363) tenterà di far rivivere il paganesimo, convinto come era che solo con l’eliminazione dei cristiani sarebbe stato possibile restaurare un impero unitario e riportarlo all’antico splendore. Ma era una illusione antistorica: troppe cose erano cambiate con l’allargamento dei confini di Roma; numerose popolazioni barbariche erano entrate a pieno titolo nell’impero; interi reparti dell’esercito che difendevano i confini erano formati da barbari; il senato e l’aristocrazia romana non avevano più autorità. Personaggi provenienti da tutte le terre dell’impero avevano raggiunto le massime cariche politiche e militari. Il Cristianesimo, inoltre, predicava l’universalità e la fratellanza, trovando così più facile accoglienza presso questi popoli nuovi.

Le monete, che sono pur sempre un insostituibile documento della Storia, sembrano non avvertire questi cambiamenti, tanto che in esse compare sempre l’imperatore con le attribuzioni della divinità e anche la stessa ROMA è raffigurata come una dea. Ancora sulle monete ritroviamo l’esaltazione della potenza militare di Roma, simboleggiata dai soldati armati, dal simbolo della Vittoria ed anche, in una moneta di Valente o Valentiniano I, dove appare l’imperatore che trascina per i capelli un nemico sconfitto. Le caratteristiche dei ritratti sono simili a quelle dei bassorilievi dell’epoca, segno che tra i canoni della scultura e quelli delle incisioni numismatiche corre un rapporto molto stretto; i rilievi non sono molto pronunciati, il volto dell’imperatore viene ritratto piatto di profilo, per alcuni versi abbastanza stilizzato; le figure dei soldati sono abbastanza rozze, anche rispetto a raffigurazioni precedenti. Nelle monete, come anche nell’arte, comincia a notarsi l’influsso barbarico.

La presenza di queste monete nella Grotta del Cervo indica chiaramente che il territorio dell’antica Carseoli aveva stretti rapporti con Roma. Anche se non riscontriamo in altri documenti qualche fatto specifico che testimoni una stretta connessione delle terre di Pietrasecca con gli interessi di Roma, possiamo ugualmente dire che l’ubicazione delle monete nella grotta è una importante testimonianza dell’espansione e della presenza di Roma stessa. Questo materiale, anche se minimo, deve essere accostato a quello molto più abbondante trovato nella Stipes di Carseoli.

Gli studi e le ricerche continueranno e non si può escludere che qualche altra importante scoperta possa venire alla luce per farci capire meglio come queste monete possano essere andate a finire nelle vaschette di questa grotta. Non posso chiudere questa noterella senza menzionare un’altra moneta trovata nella Grotta del Cervo; non nelle vaschette, ma tra il terriccio di riempimento che ostruiva l’ingresso della grotta: uno scudo di Carlo VIII di Valois, re di Francia e delle Due Sicilie.

La moneta risulta coniata nella zecca di Chieti, come si legge sul retro (TEATINA CIVITAS); sull’altro lato sono raffigurati i tre gigli di Francia con la scritta KROLUS. D.G.FR (Carlo re di Francia per grazia di Dio). Di per sé questa presenza non è la testimonianza certa che ancora nel XV secolo la grotta fosse frequentata, anche stando al luogo, piuttosto esterno, del ritrovamento. Potrebbe esser caduta a qualcuno che si era rifugiato sotto l’arco di pietra nella calura estiva o esservi arrivata per caso a seguito di un dilavamento dalla stradina superiore; o anche (ma l’ipotesi è abbastanza fantasiosa) esservi stata lanciata da qualcuno che aveva notato l’angusto foro di accesso, sotto l’arco di roccia (rottélla) che ha spinto gli speleologi a scavare.

Da questo punto, specialmente nel periodo, si nota la fuoruscita di un flusso di aria fresca, come confermato dai paesani che ancora qualche decennio fa andavano a sedersi vicino alla rottélla per ripararsi dalla calura estiva durante la mietitura. Successivamente, l’apertura sarà stata quasi completamente ostruita da una frana a seguito di qualche forte evento sismico, quale potrebbe essere quello particolarmente forte del 1456, storicamente testimoniato e rilevabile dallo studio su alcune stalattiti spezzate all’interno. La presenza delle monete romane, in conclusione, sono segno di una frequentazione certa; quella di Carlo VIII, no; ma indica pur sempre che qualcosa della cavità fosse ancora visibile nel XV secolo prima dell’ostruzione definitiva che durerà fino al mese di aprile 1984.

Riferimento autore: Angelo Bernardini.

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Nel mese di aprile del 1984, a seguito della disostruzione dell’ingresso bloccato dal fango, un gruppo del CAI di Roma entrò in una cavità naturale fino ad allora sconosciuta: la Grotta del Cervo a Pietrasecca. A qualche decina di metri dall’ingresso ci fu un importantissimo ed interessante ritrovamento: 18 monete romane. Su un pavimento leggermente inclinato, coperto di calcite ricamata a vaschette, la speleologa Federica Giaffei vide disseminate qua e là queste monete. Le raccolse insieme agli altri speleologi che avevano scoperto la grotta, per consegnarle alla Sovrintendenza ai Beni Archeologici per l’Abruzzo con sede in Chieti, perché questa provvedesse agli opportuni restauri e ad una catalogazione scientifica.

I trattamenti eseguiti hanno riguardato dapprima la ripulitura dalla patina calcarea che si era formata nel tempo. Poi l’intervento di protezione ha bloccato il degrado ormai troppo avanzato. Questo degrado non ha, infatti, permesso, per alcune di esse, una datazione certa; e poiché parecchie delle 18 monete, oltre a non esser ben conservate, sono anche spezzate, si deve arguire che siano state depositate nella grotta quando erano ormai fuori corso, quando non avevano più valore legale. La coniazione di esse risale al IV secolo d.C. (tra il 335 e il 395); anche se l’uso e la validità si è protratto fin nella prima metà del V secolo. Sembra improbabile, in ogni caso, che esse possano essere state utilizzate come moneta corrente dopo il 476, data della caduta dell’Impero Romano d’Occidente.

È lecito pensare, a questo punto, che il deposito sia stato operato proprio in una data successiva al 476, quando, si sarebbe trattato di denaro non utilizzabile. Questa conclusione fa chiaramente supporre che in quel periodo la grotta fosse molto più facilmente accessibile di quanto non lo sia stata al momento della scoperta nel 1984, quando per creare un passaggio che permettesse lo scivolamento di una persona, hanno dovuto scavare per 14 giorni. Secondo gli studiosi di tradizioni popolari, la deposizione di monete (anche se fuori corso) nelle vaschette calcaree di una cavità naturale, rientra nelle pratiche di culto pagane: si tratterebbe di offerte votive alla divinità naturale della grotta.

Queste, infatti, erano frequentate comunemente come rifugio dai pastori o, come ci fa pensare Apuleio, anche da briganti che ne facevano base delle loro scorribande. Si potrebbe anche immaginare (ma l’ipotesi è molto fantasiosa) che qualche malcapitato si sia rifugiato qui per sfuggire ad un’incursione di barbari o di briganti, o per salvarsi da pericolosi fenomeni atmosferici. A salvezza raggiunta avrebbe ringraziato la divinità della grotta con l’offerta di queste monete. Fin qui siamo nel campo delle ipotesi. Ma cosa sono veramente queste monete? Si tratta di 18 monete in bronzo, di cui soltanto quattro conservate in modo accettabile. Raffrontandole con altre dell’epoca meglio conservate e consultando i manuali di numismatica, si è potuto stabilire, per alcune con certezza, per altre solo in modo vago ed ipotetico, la zecca di conio e la data di emissione.

La maggior parte provengono certamente da Roma, mentre una, emessa dall’imperatore Valente o Valentiniano I (tra il 364 e il 380), verrebbe addirittura dalla zecca di Antiochia. Il periodo storico di riferimento è quello che va dalla morte di Costantino il Grande (337) alla morte di Teodosio (395). Gli imperatori (augusti o cesari, secondo la divisio delle cariche imperiali operata da Diocleziano) che compaiono sulle monete sono quelli del periodo intermedio che hanno governato in occidente: Costanzo II cesare, Costanzo II augusto, Valente, Valentiniano I e II, Onorio e Arcadio.

Le monete della Grotta del Cervo ci offrono l’occasione per richiamare un secolo movimentato di storia romana quando, a seguito dell’editto di Costantino (313), fu concessa ai cristiani libertà di culto. Con questo atteggiamento di tolleranza l’imperatore voleva garantirsi la fedeltà di tutti i sudditi; aveva compreso che la crudeltà delle persecuzioni ripugnava ormai a tutti, anche ai pagani, e che queste servivano solo a rinsaldare tra loro i cristiani; prova ne era che le chiese crescevano sia per numero che per dislocazione geografica in tutto l’impero.

Giuliano l’Apostata (361-363) tenterà di far rivivere il paganesimo, convinto come era che solo con l’eliminazione dei cristiani sarebbe stato possibile restaurare un impero unitario e riportarlo all’antico splendore. Ma era una illusione antistorica: troppe cose erano cambiate con l’allargamento dei confini di Roma; numerose popolazioni barbariche erano entrate a pieno titolo nell’impero; interi reparti dell’esercito che difendevano i confini erano formati da barbari; il senato e l’aristocrazia romana non avevano più autorità. Personaggi provenienti da tutte le terre dell’impero avevano raggiunto le massime cariche politiche e militari. Il Cristianesimo, inoltre, predicava l’universalità e la fratellanza, trovando così più facile accoglienza presso questi popoli nuovi.

Le monete, che sono pur sempre un insostituibile documento della Storia, sembrano non avvertire questi cambiamenti, tanto che in esse compare sempre l’imperatore con le attribuzioni della divinità e anche la stessa ROMA è raffigurata come una dea. Ancora sulle monete ritroviamo l’esaltazione della potenza militare di Roma, simboleggiata dai soldati armati, dal simbolo della Vittoria ed anche, in una moneta di Valente o Valentiniano I, dove appare l’imperatore che trascina per i capelli un nemico sconfitto. Le caratteristiche dei ritratti sono simili a quelle dei bassorilievi dell’epoca, segno che tra i canoni della scultura e quelli delle incisioni numismatiche corre un rapporto molto stretto; i rilievi non sono molto pronunciati, il volto dell’imperatore viene ritratto piatto di profilo, per alcuni versi abbastanza stilizzato; le figure dei soldati sono abbastanza rozze, anche rispetto a raffigurazioni precedenti. Nelle monete, come anche nell’arte, comincia a notarsi l’influsso barbarico.

La presenza di queste monete nella Grotta del Cervo indica chiaramente che il territorio dell’antica Carseoli aveva stretti rapporti con Roma. Anche se non riscontriamo in altri documenti qualche fatto specifico che testimoni una stretta connessione delle terre di Pietrasecca con gli interessi di Roma, possiamo ugualmente dire che l’ubicazione delle monete nella grotta è una importante testimonianza dell’espansione e della presenza di Roma stessa. Questo materiale, anche se minimo, deve essere accostato a quello molto più abbondante trovato nella Stipes di Carseoli.

Gli studi e le ricerche continueranno e non si può escludere che qualche altra importante scoperta possa venire alla luce per farci capire meglio come queste monete possano essere andate a finire nelle vaschette di questa grotta. Non posso chiudere questa noterella senza menzionare un’altra moneta trovata nella Grotta del Cervo; non nelle vaschette, ma tra il terriccio di riempimento che ostruiva l’ingresso della grotta: uno scudo di Carlo VIII di Valois, re di Francia e delle Due Sicilie.

La moneta risulta coniata nella zecca di Chieti, come si legge sul retro (TEATINA CIVITAS); sull’altro lato sono raffigurati i tre gigli di Francia con la scritta KROLUS. D.G.FR (Carlo re di Francia per grazia di Dio). Di per sé questa presenza non è la testimonianza certa che ancora nel XV secolo la grotta fosse frequentata, anche stando al luogo, piuttosto esterno, del ritrovamento. Potrebbe esser caduta a qualcuno che si era rifugiato sotto l’arco di pietra nella calura estiva o esservi arrivata per caso a seguito di un dilavamento dalla stradina superiore; o anche (ma l’ipotesi è abbastanza fantasiosa) esservi stata lanciata da qualcuno che aveva notato l’angusto foro di accesso, sotto l’arco di roccia (rottélla) che ha spinto gli speleologi a scavare.

Da questo punto, specialmente nel periodo, si nota la fuoruscita di un flusso di aria fresca, come confermato dai paesani che ancora qualche decennio fa andavano a sedersi vicino alla rottélla per ripararsi dalla calura estiva durante la mietitura. Successivamente, l’apertura sarà stata quasi completamente ostruita da una frana a seguito di qualche forte evento sismico, quale potrebbe essere quello particolarmente forte del 1456, storicamente testimoniato e rilevabile dallo studio su alcune stalattiti spezzate all’interno. La presenza delle monete romane, in conclusione, sono segno di una frequentazione certa; quella di Carlo VIII, no; ma indica pur sempre che qualcosa della cavità fosse ancora visibile nel XV secolo prima dell’ostruzione definitiva che durerà fino al mese di aprile 1984.

Riferimento autore: Angelo Bernardini.

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