Le nostre conoscenze sulle culture dell’età del bronzo nel Fùcino e in particolare della cultura appenninica, nella sua fase di attività economica prevalentemente basata sulla pastorizia, si limitavano, prima delle ricerche dell’Archeoclub di Avezzano, al villaggio di Fondjo a Collelongo, scavato nel 1959 da Giorgio Tempesti.
La mancanza di altri indizi sulla presenza di resti appenninici nella piana del Fùcino mi aveva portato a dire erroneamente, nel 1968, che le genti della civiltà appenninica non avevano fissato la loro dimora nella pianura, forse perché non era adatta alla pastorizia, ma anche perché abitata da agricoltori, i quali non avrebbero potuto convivere con i nuovi venuti, i cui greggi avrebbero potuto distruggere le loro messi.
Davo inoltre per certo che gli appenninici, non molto numerosi, pur vivendo ai margini dell’area occupata dagli agricoltori, avessero bisogno dei prodotti alimentari di quest’ultimi. Ben presto, quindi, nel Fùcino cominciarono contatti e scambi fra le due popolazioni, che portarono all’aspetto culturale subappenninico, documentato da una datazione al C14 attorno al 1403 a.C. più o meno 136 anni. Oggi, tuttavia, possiamo esprimere riserve sulla validità di tale datazione, dato che si tratta di una singola misurazione e vi è il fondato rischio che i campioni prelevati contenessero carboni di età diverse. Inoltre, la data, non calibrata, appare troppo antica per appartenere a quell’aspetto culturale.
Le ricerche di superficie condotte da alcuni membri dell’Archeoclub di Avezzano hanno dimostrato che, dall’età del bronzo fino alle soglie dell’età del ferro, nella piana del Fùcino si sono succeduti villaggi su una superficie di circa 18 ettari, i quali si estendono di circa 500 metri verso il centro del lago, rispetto al villaggio eneolitico di Ortucchio.
Altri villaggi dell’età del bronzo sono stati individuati da Umberto Irti a Venere, a Trasacco, a Cèlano e a Cerchio, e ancora dall’Archeoclub a Luco dei Marsi. È evidente, quindi, che in quell’epoca il territorio, ai margini del lago fucense, era densamente abitato da gruppi appartenenti alla cultura appenninica, caratterizzati da un’economia prevalentemente pastorale, e da gruppi di cultura subappenninica, che praticavano un’economia mista agricolo-pastorale. Questi ultimi vissero anche nelle grotte e stabilirono contatti con le popolazioni terramaricole e con quelle protovillanoviane.
La presenza di oggetti protovillanoviani nei livelli subappenninici delle grotte La Punta, Maritza e Ortucchio e la situazione analoga nel villaggio all’aperto nella piana antistante la grotta Continenza suggeriscono che nel Fùcino e nella parte interna dell’Abruzzo le genti subappenniniche, assimilando alcuni elementi terramaricoli e protovillanoviani, abbiano comunque conservato la loro individualità.
I contatti con i terramaricoli e con i centri metallurgici di Allumiere, Tolfa, Terni e Monteleone di Spoleto hanno portato alla scoperta, dopo il prosciugamento del lago, di un gran numero di oggetti di bronzo, la cui provenienza è spesso molto vaga. Questi oggetti, in base alla loro tipologia, datano dall’XIV al IX secolo a.C. e provengono da sepolture, ripostigli e dai villaggi della piana. Recentemente, l’Archeoclub di Avezzano ha rinvenuto tre oggetti di bronzo in superficie nella piana.
Dal territorio di Ortucchio sono provvenuti trentaquattro oggetti, tra cui un coltello, a suo tempo definito da Renato Peroni come di “tipo Ortucchio“, oltre a una freccia con codolo e alette, una falce, alcuni pugnali, un ago con cruna, una punta di lancia a cannone, uno spillone, alcune fibule e un rasoio.
Nella piana del Fùcino, all’epoca del prosciugamento del lago, furono rinvenuti anche un notevole numero di spade di bronzo. È probabile che si trattasse di offerte votive alle acque o alle divinità delle acque, dato che in Italia il rinvenimento di spade nei fiumi e nei laghi è piuttosto comune. Durante l’epoca romana, le acque del lago erano considerate molto salubri e si credeva che vi dimorasse un nume, come riportato da Febonio nel suo Libro II, capitolo 6. Pertanto, è verosimile che alla Divinità delle acque siano state fatte offerte di statuine e di organi del corpo, rinvenute in contesti votivi nelle grotte Maritza e Di Ciccio Felice, e in un anfratto tra Luco e Avezzano, il cui materiale si è purtroppo disperso.
L’assenza di materiali della II età del ferro nei villaggi della piana e le scarse notizie sui villaggi degli italici non ci permettono una ricostruzione sufficiente delle vicende storiche del Fùcino dalla prima età del ferro fino all’occupazione romana del territorio.
Nel secondo Convegno Nazionale della Cultura Abruzzese, tenuto nel 1968, Giacomo Devoto sostenne che i Marsi erano un gruppo di Sabini immigrati nella zona. Non si può escludere la possibilità di una migrazione di un gruppo di Sabini nella Marsica, che può aver influenzato la cultura degli indigeni di tradizione subappenninica, senza però sostituirsi ad essi. Questo tema è supportato anche da un singolare documento sulla tradizione orale che è la grotta Maritza e merita di essere approfondito l’ipotesi di Ugo Rellini e ripresa da Pietro Barocelli, secondo la quale l’origine dei popoli italici vada ricercata nelle popolazioni indigene di tradizione subappenninica. Auspichiamo che le future ricerche nel territorio di Ortucchio possano portare nuova luce anche su questo affascinante momento della nostra storia.
Riferimento autore: Storia di Ortucchio dalle origini alla fine del medioevo – Ed. Urbe (Testi a cura del Prof. Antonio Mario Radmilli).