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La Storia Di Santa Felicita…L’Interrogatorio Dei Figli

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Fratelli sfidano il prefetto romano, pronti al martirio per difendere la loro fede: una storia di coraggio e convinzione incrollabile.

Dopo la prova della madre, toccò ai figli mostrare la propria fermezza. A Gennaro, il maggiore, il Prefetto Publio ordinò di obbedire all’Imperatore, minacciandolo di torture. Gennaro rispose con determinazione, affermando che disobbedire al vero Dio per timori umani sarebbe stato da pazzi. Sostenne quindi che i loro dei non erano che finzioni, e che l’unico Dio meritava adorazione.

Il secondo figlio, Felice, interruppe Publio, rifiutando l’idea di sacrificare a dei che considerava semplici statue, opere umane senza valore. La sua convinzione nella fede cristiana emerse con forza, esprimendo la volontà di affrontare il martirio piuttosto che cedere. Dopo di lui, il terzo figlio, Filippo, dichiarò che i simulacri non erano divinità ma idoli insensibili, e che sacrificarsi sarebbe stato un rischio eterno. Anche il quarto figlio, Silvano, si oppose, affermando che temere una morte effimera sarebbe stato vano rispetto alla promessa di vita eterna.

Alessandro, il quinto figlio, mostrò un’incredibile determinazione, sottolineando il suo legame con Gesù Cristo e la ferma volontà di resistere. Alla fine, i più giovani, Vitale e Marziale, furono interrogati. Publio sperava di ottenere un cedimento, ma i ragazzi si dimostrarono fermi nella loro fede, decisi a non sacrificare agli idoli. Vitale rimarcò che adorare il vero Dio fosse la scelta migliore, mentre Marziale affermò con coraggio la sua appartenenza cristiana, condannando i falsi dei.

La loro determinazione provocò l’ira di Publio, che, frustrato dalla loro resilienza, decise di rinchiuderli nel carcere. Tutti e sette i figli, forti nella loro fede, si trovarono uniti nell’affrontare il destino, dimostrando che il cristianesimo era la religione non solo dei deboli, ma dei forti e degli indomiti in nome della fede.

Riferimento autore: Emilio Martorelli.

Testi tratti dal libro “Santa Felicita e sette figli M. M. Protettori di Collarmele”. (Testi a cura di Emilio Martorelli)

Dopo la prova della madre, viene quella dei figli. A Gennaro, il maggiore dei sette, Publio rivolge queste parole: “Giovane caro, sii più savio di tua madre, obbedisci all’Imperatore, adora i nostri dei poiché tu diversamente mi costringi a farti battere a colpi di sferze ed a condannarti a supplizi ancora maggiori”. Gennaro gli rispose: “Mia madre è molto savia e istruita; ed io sarei ben pazzo se per timore dei tuoi tormenti deviassi dagli insegnamenti da lei datimi e mi procaccerei così una morte eterna. Ditemi, è forse saviezza disobbedire al vero ed unico Dio per obbedire agli uomini? No, certamente io non disobbedisco mai al mio Dio per obbedire all’Imperatore. Non temo né i colpi di sferza, né altri tormenti più duri, poiché spero che il mio Dio mi farà la grazia di sopportare tutto volentieri fino alla morte.”

Del resto, che cosa sono i vostri dei? Un nulla, peggiori anzi del nulla, poiché sono tristi, sono nefandi, sono demoniaci. Gli Imperatori, con quali reali titoli hanno per pretendere adorazioni dai popoli? Sono forse divini, come spesso da voi idolatri vengono chiamati? Ah! essi non sono che mortali, come lo sono tutti gli uomini e come lo furono tant’altri Imperatori che tutt’ora vengono adorati nelle loro statue come potenti dei”. Senz’altro, proferire, il giudice lo fece battere con le verghe e lo ricondusse in carcere.

Il Prefetto Publio chiama il secondo figlio, Felice, e lo spinge a sacrificare, elogiando la potenza degli dei. Felice lo interruppe dicendo: “Basta avere solo un po’ di ragione per capire subito che i vostri dei non sono altro che finzioni, pezzi muti nei quali hanno sede i demoni. Invero, quelle statue, quelle figure non sono forse opere dell’uomo? Quale beneficio potrebbe recarmi una divinità che io avessi a formarmi con le mie mani? Ritenete, o giudici, che non vi è né vi può essere che un solo vero Dio ed è soltanto a questo che noi dobbiamo offrire il sacrificio del nostro cuore e le nostre adorazioni. Questa dunque è la mia fede e quella di mia madre e di tutti i miei fratelli; i vostri tormenti non giungeranno ad indebolirci o a rimuoverci dall’amore che noi portiamo al nostro Divino Salvatore, a gloria del quale ci stimiamo ben fortunati di poter dare la vita anche in mezzo ai più lunghi ed atroci tormenti”.

Gli astanti, al sentire parlare così, giovani belli, robusti e pieni delle più floride speranze, rimangono meravigliati. La nuova religione cristiana non è dunque solo delle femminette, né dei deboli; tutt’altro, il Cristianesimo è la religione dei forti. Sebbene pagani, gli stessi giudici e funzionari provano sentimenti di ammirazione, ma li devono soffocare per la carica che rivestono e, spinti dal timore, continuano l’interrogatorio. Flagellato e ricondotto in carcere anche Felice, fu fatto salire dinanzi al tribunale il terzo figlio, Filippo.

A lui Publio disse: “L’Imperatore Antonino, mio e tuo signore, ha ordinato di sacrificare agli dei onnipotenti”. Con fermezza gli rispose Filippo: “I simulacri di cui mi parlate non sono né dei né onnipotenti, ma idoli vani, muti ed insensibili, e chi acconsentirà a sacrificare incorrerà in un pericolo eterno”. Anche Filippo fu trattato come i primi due e, portatolo via, fecero venire il quarto figlio, Silvano.

A lui Publio rivolge queste parole: “A quel che vedo vi siete messi d’accordo con la misera vostra madre per disprezzare gli ordini dei principi e correre tutti insieme alla rovina”. Silvano rispose: “Se temiamo una morte passeggera, incorreremo in un supplizio eterno. Ma siccome sappiamo quali ricompense sono preparate per i giusti e quale pena aspetta i peccatori, noi disprezziamo con sicurezza la legge romana per obbedire ai precetti divini; disprezzando gli idoli per servire il Dio Onnipotente, noi otteniamo la vita eterna. Coloro che adorano i demoni andranno con loro nella morte e nel fuoco eterno”.

I giudici chiudono il cuore, la mente e l’animo ad ogni sentimento di umanità. Il loro ufficio li ha privati anche della libertà di sentimento e agiscono come automi. Flagellano e riconducono al carcere Silvano, come hanno fatto per i primi tre, e chiamano Alessandro, al quale Publio fa questa esortazione: “Abbi pietà della tua età e della tua vita ancora infantile. Non essere ribelle e fa quello che è più gradito al nostro Imperatore, sacrifica dunque agli dei per essere amico degli Augusti, per salvarti la vita ed acquistarti il loro favore”.

Alessandro gli rispose: “Io sono servo di Gesù Cristo, lo confesso con la mia bocca, a lui resto unito di cuore e lo adoro continuamente. Questa età che tu vedi così debole ha la prudenza della vecchiaia ed adora un solo Dio. I tuoi dei ed i loro adoratori periranno”. Molti giudici si mostrano oltremodo adirati non avendo potuto vincere la fortezza cristiana dei primi e, perciò, li rinchiudono nella prigione e passano ad interrogare i più piccoli, Vitale e Marziale.

Pensano ora che la mamma si intenerirà davanti ai figli più piccoli e cederà, ed insieme a lei i figli. Non fu così. La grazia di Cristo e la fermezza nella sua dottrina, che impone di rinunziare pure al padre ed alla madre se è necessario ad ottenere la vita eterna, li rende irremovibili. Sperano che Felicita si farà vincere dagli affetti più cari. Publio, dapprima tenta con carezze di persuadere i piccoli, poi passa alle minacce, ma ogni tentativo fu inutile. A Vitale, singolarmente preso, disse: “Sceglierai forse di vivere o di morire”.

Vitale gli rispose: “E chi fa migliore scelta, chi adora il vero Dio o chi cerca il favore del demonio?” Publio soggiunse: “Chi è il demonio?” Vitale rispose: “Tutti gli dei delle nazioni sono demoni e così pure tutti quelli che li adorano. Non credete, o giudici, che per essere io più giovane degli altri cinque miei fratelli, che avete già interrogati e messi in carcere, sia meno generoso di questi; anche io sono pronto a morire a difesa della mia fede”.

“Ma sei anche tu stanco di vivere?” “No, o Prefetto”, gli risponde il giovinetto, “non è che io sia stanco di vivere, ma è che sono disposto piuttosto a morire che sacrificare ai demoni. I vostri dei non sono che chimere trasformate in divinità dai vostri idolatri predecessori a fine di autorizzare la licenza dei costumi nonché le passioni più vituperevoli. I demoni prendono poi a dimorare in esse e se ne servono per spingervi ad ogni male, anzi ad una rovina eterna; e vorrete voi che io abbia ad offrire dei sacrifici? Ah no, minacciate pure di privarmi della vita, ma in questo non vi obbedirò mai”.

Ancora non finiva di parlare Vitale che si sente una voce di bimbo; era Marziale che gridava: “Ancor io, o giudici, sono Cristiano e lo dichiaro senza alcun timore, poiché chiunque non saprà confessare che Gesù Cristo è il vero Dio sarà gettato in un fuoco che non avrà mai fine. Ho poi tanto orrore per i vostri dei quanto ne hanno i miei fratelli”. Publio, inferocito e indispettito, esclama: “Nemici di voi stessi, voi disprezzate gli ordini degli Augusti e vi intestardite a morire”. Così furibondo, li lasciò tutti nel carcere e portò il processo verbale di quanto era accaduto all’Imperatore.

Riferimento autore: Emilio Martorelli.

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Testi tratti dal libro “Santa Felicita e sette figli M. M. Protettori di Collarmele”. (Testi a cura di Emilio Martorelli)

Dopo la prova della madre, viene quella dei figli. A Gennaro, il maggiore dei sette, Publio rivolge queste parole: “Giovane caro, sii più savio di tua madre, obbedisci all’Imperatore, adora i nostri dei poiché tu diversamente mi costringi a farti battere a colpi di sferze ed a condannarti a supplizi ancora maggiori”. Gennaro gli rispose: “Mia madre è molto savia e istruita; ed io sarei ben pazzo se per timore dei tuoi tormenti deviassi dagli insegnamenti da lei datimi e mi procaccerei così una morte eterna. Ditemi, è forse saviezza disobbedire al vero ed unico Dio per obbedire agli uomini? No, certamente io non disobbedisco mai al mio Dio per obbedire all’Imperatore. Non temo né i colpi di sferza, né altri tormenti più duri, poiché spero che il mio Dio mi farà la grazia di sopportare tutto volentieri fino alla morte.”

Del resto, che cosa sono i vostri dei? Un nulla, peggiori anzi del nulla, poiché sono tristi, sono nefandi, sono demoniaci. Gli Imperatori, con quali reali titoli hanno per pretendere adorazioni dai popoli? Sono forse divini, come spesso da voi idolatri vengono chiamati? Ah! essi non sono che mortali, come lo sono tutti gli uomini e come lo furono tant’altri Imperatori che tutt’ora vengono adorati nelle loro statue come potenti dei”. Senz’altro, proferire, il giudice lo fece battere con le verghe e lo ricondusse in carcere.

Il Prefetto Publio chiama il secondo figlio, Felice, e lo spinge a sacrificare, elogiando la potenza degli dei. Felice lo interruppe dicendo: “Basta avere solo un po’ di ragione per capire subito che i vostri dei non sono altro che finzioni, pezzi muti nei quali hanno sede i demoni. Invero, quelle statue, quelle figure non sono forse opere dell’uomo? Quale beneficio potrebbe recarmi una divinità che io avessi a formarmi con le mie mani? Ritenete, o giudici, che non vi è né vi può essere che un solo vero Dio ed è soltanto a questo che noi dobbiamo offrire il sacrificio del nostro cuore e le nostre adorazioni. Questa dunque è la mia fede e quella di mia madre e di tutti i miei fratelli; i vostri tormenti non giungeranno ad indebolirci o a rimuoverci dall’amore che noi portiamo al nostro Divino Salvatore, a gloria del quale ci stimiamo ben fortunati di poter dare la vita anche in mezzo ai più lunghi ed atroci tormenti”.

Gli astanti, al sentire parlare così, giovani belli, robusti e pieni delle più floride speranze, rimangono meravigliati. La nuova religione cristiana non è dunque solo delle femminette, né dei deboli; tutt’altro, il Cristianesimo è la religione dei forti. Sebbene pagani, gli stessi giudici e funzionari provano sentimenti di ammirazione, ma li devono soffocare per la carica che rivestono e, spinti dal timore, continuano l’interrogatorio. Flagellato e ricondotto in carcere anche Felice, fu fatto salire dinanzi al tribunale il terzo figlio, Filippo.

A lui Publio disse: “L’Imperatore Antonino, mio e tuo signore, ha ordinato di sacrificare agli dei onnipotenti”. Con fermezza gli rispose Filippo: “I simulacri di cui mi parlate non sono né dei né onnipotenti, ma idoli vani, muti ed insensibili, e chi acconsentirà a sacrificare incorrerà in un pericolo eterno”. Anche Filippo fu trattato come i primi due e, portatolo via, fecero venire il quarto figlio, Silvano.

A lui Publio rivolge queste parole: “A quel che vedo vi siete messi d’accordo con la misera vostra madre per disprezzare gli ordini dei principi e correre tutti insieme alla rovina”. Silvano rispose: “Se temiamo una morte passeggera, incorreremo in un supplizio eterno. Ma siccome sappiamo quali ricompense sono preparate per i giusti e quale pena aspetta i peccatori, noi disprezziamo con sicurezza la legge romana per obbedire ai precetti divini; disprezzando gli idoli per servire il Dio Onnipotente, noi otteniamo la vita eterna. Coloro che adorano i demoni andranno con loro nella morte e nel fuoco eterno”.

I giudici chiudono il cuore, la mente e l’animo ad ogni sentimento di umanità. Il loro ufficio li ha privati anche della libertà di sentimento e agiscono come automi. Flagellano e riconducono al carcere Silvano, come hanno fatto per i primi tre, e chiamano Alessandro, al quale Publio fa questa esortazione: “Abbi pietà della tua età e della tua vita ancora infantile. Non essere ribelle e fa quello che è più gradito al nostro Imperatore, sacrifica dunque agli dei per essere amico degli Augusti, per salvarti la vita ed acquistarti il loro favore”.

Alessandro gli rispose: “Io sono servo di Gesù Cristo, lo confesso con la mia bocca, a lui resto unito di cuore e lo adoro continuamente. Questa età che tu vedi così debole ha la prudenza della vecchiaia ed adora un solo Dio. I tuoi dei ed i loro adoratori periranno”. Molti giudici si mostrano oltremodo adirati non avendo potuto vincere la fortezza cristiana dei primi e, perciò, li rinchiudono nella prigione e passano ad interrogare i più piccoli, Vitale e Marziale.

Pensano ora che la mamma si intenerirà davanti ai figli più piccoli e cederà, ed insieme a lei i figli. Non fu così. La grazia di Cristo e la fermezza nella sua dottrina, che impone di rinunziare pure al padre ed alla madre se è necessario ad ottenere la vita eterna, li rende irremovibili. Sperano che Felicita si farà vincere dagli affetti più cari. Publio, dapprima tenta con carezze di persuadere i piccoli, poi passa alle minacce, ma ogni tentativo fu inutile. A Vitale, singolarmente preso, disse: “Sceglierai forse di vivere o di morire”.

Vitale gli rispose: “E chi fa migliore scelta, chi adora il vero Dio o chi cerca il favore del demonio?” Publio soggiunse: “Chi è il demonio?” Vitale rispose: “Tutti gli dei delle nazioni sono demoni e così pure tutti quelli che li adorano. Non credete, o giudici, che per essere io più giovane degli altri cinque miei fratelli, che avete già interrogati e messi in carcere, sia meno generoso di questi; anche io sono pronto a morire a difesa della mia fede”.

“Ma sei anche tu stanco di vivere?” “No, o Prefetto”, gli risponde il giovinetto, “non è che io sia stanco di vivere, ma è che sono disposto piuttosto a morire che sacrificare ai demoni. I vostri dei non sono che chimere trasformate in divinità dai vostri idolatri predecessori a fine di autorizzare la licenza dei costumi nonché le passioni più vituperevoli. I demoni prendono poi a dimorare in esse e se ne servono per spingervi ad ogni male, anzi ad una rovina eterna; e vorrete voi che io abbia ad offrire dei sacrifici? Ah no, minacciate pure di privarmi della vita, ma in questo non vi obbedirò mai”.

Ancora non finiva di parlare Vitale che si sente una voce di bimbo; era Marziale che gridava: “Ancor io, o giudici, sono Cristiano e lo dichiaro senza alcun timore, poiché chiunque non saprà confessare che Gesù Cristo è il vero Dio sarà gettato in un fuoco che non avrà mai fine. Ho poi tanto orrore per i vostri dei quanto ne hanno i miei fratelli”. Publio, inferocito e indispettito, esclama: “Nemici di voi stessi, voi disprezzate gli ordini degli Augusti e vi intestardite a morire”. Così furibondo, li lasciò tutti nel carcere e portò il processo verbale di quanto era accaduto all’Imperatore.

Riferimento autore: Emilio Martorelli.

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