Nei primi anni dell’Impero di Marco Aurelio Antonino (161-180), l’Impero Romano era scosso da insurrezioni che infuriavano in tutta la penisola iberica e in Bretagna. In questo periodo di crisi, il fanatismo del popolo, alimentato dalla stessa credenza dell’Imperatore filosofo, portò alla ricerca di vittime da sacrificare per placare l’ira degli dei, individuando nella famiglia di Santa Felicita e nei suoi sette figli le prescelte per tale destino. Dalla morte del marito, Felicita aveva dedicato la sua vita a Dio, pregando incessantemente con i suoi figli e divenendo un simbolo di purezza per quanti la circondavano.
La fama della donna giunse fino ai Pontefici, i quali, preoccupati per la minaccia rappresentata ai culti pagani, informarono l’Imperatore: “Questa vedova oltraggia i nostri dei, se non li adora, sappi che la loro ira non potrà essere placata”. In risposta, Marco Aurelio ordinò al Prefetto della città di forzare Felicita e i suoi figli a sacrificare agli dei. Pur essendo di nobili origini, Felicita fu arrestata e collocata ai domiciliari presso la sua residenza.
Questa dimora, ritrovata nel 1832 presso le terme di Tito, divenne in seguito un oratorio dedicato a Santa Felicita e ai suoi sette figli. All’interno dell’oratorio, una stanza rettangolare ospita un affresco del V-VI secolo che ritrae Felicita con i suoi figli; una scritta sul muro attesta: “Qui era la casa di Alessandro”. Le immagini all’interno dell’oratorio suggeriscono la vigilanza sotto cui si trovava la martire, con figure che, sebbene di dimensioni ridotte, esprimono il dramma della loro reclusione, tra cui un personaggio con una chiave che simboleggia il carceriere.
Riferimento autore: Emilio Martorelli.


