Prigioniera nella sua stessa casa, Felicita non aveva la possibilità di esercitare neanche il suo apostolato. Del resto, i pagani volevano impedire questo, perché il suo esempio trascinava alla Fede cristiana. Aveva però con sé Dio e l’arma potente della preghiera, che nessuno poteva toglierle. Per questo, l’attesa del suo interrogatorio si era trasformata in una veglia di preghiere. Giunse pertanto il giorno in cui Publio, Prefetto della città, si fece condurre dinanzi a Felicita e, ora con dolci parole, ora con minacce, la spingeva a sacrificare.
Felicita, ferma nella sua Fede, parlò con fermezza: “O giudici, voi non conoscete né me né il nostro Dio, né la religione che noi cristiani professiamo. Questa religione ci impone di obbedire ai nostri Imperatori e Governatori, ma soltanto in quelle cose che non siano offese al nostro Dio. Ci vieta quindi di sacrificare agli dei falsi e bugiardi, quali sono i vostri. Io quindi vi dichiaro che non tengo alcun conto delle promesse di onori e di beni terreni che mi avete fatte, e neppure temo i tormenti che avete voluto ugualmente minacciarmi. Infatti, anche se insorgeranno contro di me tutte le violenze degli uomini e dell’inferno, lo Spirito Santo che abita dentro di me potrebbe facilmente rendermi vittoriosa; se invece egli permettesse che io morissi, morendo io riporterei una vittoria ancora più grande.”
Tutta la mia confidenza è riposta nel Signore Gesù Cristo, nel Dio unico, vero creatore e conservatore di tutto. Spero che, essendo io e i miei figli a Lui fedeli, non potremo essere vinti né dalle carezze né dai tormenti”. Alle insistenze di Publio, che minacciava l’estremo supplizio, Felicita replicò: “Tu non potrai sedurmi con le tue carezze, né scuotermi con le tue minacce, perché ho in me lo Spirito Santo che non permette che io sia vinta dal demonio; perciò io sono certa che, se mi farai morire, morta trionferò su di te anche meglio”.
Offeso e adirato, Publio le disse: “Infelice donna, se è dolce per te morire, lascia almeno vivere i tuoi figli”. Felicita rispose: “I miei figli vivranno onoratissimi e non per poco tempo, ma in eterno, se essi stessi scelgono di morire per una causa così santa per amore del nostro Signor Gesù Cristo; al contrario, io li considererei già morti, se, per evitare momentanei supplizi e per poter vivere pochi anni ancora su questa misera terra, avessero la debolezza di sacrificare ai vostri falsi dei. Così facendo, essi andrebbero incontro a supplizi interminabili e a una morte non momentanea, ma eterna”.
In questo caso io sarei una donna misera ed infelice, poiché, dopo che il Signore mi ha affidato dei figliuoli, io non li avrei restituiti a Lui virtuosi, come è dovere di tutti i genitori, ma li vedrei lontani per sempre ed in mano ai demoni. Terminato il primo giorno dell’interrogatorio, Felicita, che si era dimostrata l’esemplare più bello della forte madre cristiana, ritornò a casa. Raccontò ai figli tutte le minacce e tutte le lusinghe fattele, esortandoli a mantenersi forti in ogni circostanza.
Alla sera pregò con loro, e con maggior devozione, affinché il grande Iddio li aiutasse tutti nell’ora della prova. Ma mentre invisibile sale al cielo la preghiera dei giusti e su di essi ridiscende la grazia di Dio che li conforta, nei pubblici uffici della Roma pagana si trama, ci si agita per escogitare il modo di strappare alla giovane Chiesa di Cristo una delle più belle famiglie cristiane. A questo fine, il mattino seguente, Publio si assise nel Foro di Marte e comandò che in pubblico gli fosse condotta Felicita con i suoi figli.
L’Imperatore, vedendo quei figli così belli, disse alla madre: “Abbi pietà dei tuoi figliuoli, bravi giovanetti e ancora nel fiore degli anni; essi saranno i primi nelle cariche pubbliche”. Rispose Felicita: “La tua misericordia è ampia e la tua esortazione è crudele. Dite piuttosto che volete loro apportare un male senza rimedio, ossia che li rendete eternamente infelici; la pietà vostra verso di loro è un inganno e la compassione che in me cercate di eccitare, se accondiscendessi, mi renderebbe una crudelissima ed indegnissima madre”.
Rivolgendosi poi ai figliuoli, soggiunse: “Alzate gli occhi al cielo, figliuoli miei, e guardate lassù in alto dove il Cristo vi aspetta con i suoi Santi. Combattete per le anime vostre e mostrate in voi l’amore di Cristo, cari figliuoli; ecco il giorno del vostro trionfo, quel giorno che tanto bramaste. Non volgete il vostro sguardo ai potenti di questa terra, bensì all’Onnipotente lassù nei cieli. Colà vi è il nostro Dio, cioè il Salvatore nostro Gesù Cristo, che vi attende e presenta a ciascuno di voi una ben vaga corona, una corona di somma gloria.”
Gli dei pagani non portano alcun bene, sono dei bugiardi, sono demoni. Il nostro Dio, invece, è il Creatore e Signore di tutte le cose, il rimuneratore di ogni bene. Già voi sapete che Gesù Cristo ha sparso generosamente tutto il suo sangue per la nostra salvezza. Ebbene, spargete anche voi il vostro sangue per la sua gloria e per il debito della riconoscenza. Non badate né alle pene né ai supplizi, e neppure alla morte che i vostri nemici minacciano. Badate piuttosto alla gloria che certamente avrete in Paradiso. I tormenti di quaggiù sono di un momento, e la gloria del cielo è eterna.
Combattete dunque da forti; dimostratevi fedeli a Gesù Cristo, e, tenendovi con la divina sua grazia più forti della nostra fede fino all’ultimo respiro, avrete la gloriosa palma del martirio”. Al sentire queste parole, irritato, Publio, perché S. Felicita si permetteva, perfino alla sua presenza, di esortare i figli a trasgredire i comandi dell’imperatore, diede ordine che fosse schiaffeggiata. Neppure con un fiore è lecito toccare la donna, specialmente quando è soffusa dalla celestiale bellezza della grazia divina. Eppure, Felicita, è la donna santa e virtuosa, che subisce per amore di Cristo la più vile umiliazione degli schiaffi.
Cosi umiliata, ma sempre calma e serena nello spirito, assiste all’interrogatorio dei suoi figli, ai quali, con le lacrime agli occhi, fa sostegno e conforto.
Riferimento autore: Emilio Martorelli.