Notifica

La Ricostruzione E L’Abbandono

Aggiungi qui il testo del titolo

Morino, memoria di un terremoto: scoprite come un borgo abbandonato lotta per mantenere viva la storia di una comunità resiliente.

Dopo il terremoto, il borgo di Morino è stato completamente abbandonato, con la popolazione costretta a scendere nel fondovalle per cercare lavoro e sopravvivere. Prima del sisma, le attività economiche si concentravano nella pianura sottostante, dove si trovavano i campi coltivati e le vie di collegamento con i centri della Marsica come Pescina, Cèlano, Canistro e Civita d’Antino. I lavori di ricostruzione sono iniziati durante il primo conflitto mondiale, ma le baracche che sono state costruite non hanno mai fornito una vera soluzione al problema abitativo.

Molti residenti, come Angelina Tenerini, ricordano le difficoltà del periodo: “Prima siamo stati sopra alle baracche poi siamo andati a Grancia.” Dopo il devastante terremoto del 1915, gli abitanti hanno trovato rifugio in tende e stalle, prima che le baracche di cemento prendessero il posto delle abitazioni distrutte. In questo contesto, gli ex abitanti del borgo si sono dovuti adattare, trovando riparo in vagoni ferroviari o in altre sistemazioni temporanee, come raccontato da Maria Vernile.

Nonostante la situazione critica, alcune persone hanno scelto di rimanere nel vecchio paese, vivendo in stalle e costruendo abitazioni provvisorie. Concetta D’Amico ha condiviso la sua esperienza, sottolineando le dure condizioni di vita nei due anni successivi al terremoto. Gli sforzi per ricostruire hanno portato anche a decisioni controverse, come l’ordinanza del sindaco Antonio Ferrante, che ha imposto lo sgombero del borgo, forzando così la popolazione ad abbandonare i luoghi a loro cari.

Nel XIV secolo, Morino era stato costruito in una posizione strategica per tutelarsi dai conflitti con altre popolazioni e dalle calamità naturali. Tuttavia, con il progressivo miglioramento delle condizioni di sicurezza grazie ai progressi della scienza e della tecnologia, la necessità di rimanere in luoghi protetti è venuta meno. Non tutti hanno lasciato il paese: nel tempo, alcune famiglie, come quella del fabbro e sua moglie Caterina, hanno scelto di rimanere nonostante le avversità. La memoria collettiva conserva storie di persone che, in modo eroico, hanno continuato a vivere nei luoghi abbandonati, contribuendo a mantenere viva la storia di Morino e della Marsica.

Riferimento autore: Ambulanti a Morino, a cura di Serena Di Fabio.

Testi tratti dal libro Ambulanti a Morino
(Testi a cura di Serena Di Fabio)

Dopo il terremoto, il borgo è stato totalmente abbandonato. La popolazione è scesa nel fondovalle, spinta dal desiderio di avvicinarsi al posto di lavoro. Era infatti sotto la collina che, già prima del terremoto, ruotava l’attività economica del paese. In pianura c’erano i campi coltivati, la ferrovia e le strade di collegamento con i restanti paesi della valle. Anche negli altri centri limitrofi gli abitanti hanno lasciato la collina; Canistro, Civita d’Antino, San Vincenzo e Pero dei Santi sono tutti costituiti da un insediamento sulla collina e uno nel fondovalle.

I lavori di ricostruzione sono iniziati immediatamente dopo il terremoto negli anni in cui l’Italia e l’Europa erano impegnate nel primo conflitto mondiale. In pianura è iniziata la ricostruzione del paese ed è qui dove sono state costruite le baracche. Ancora oggi si possono riconoscere “le casette”, anche se i padroni hanno portato delle modifiche di restauro. Angelina Tenerini racconta: “Prima siamo stati sopra alle baracche, poi siamo andati a Grancia. Le baracche erano di legno, poi le hanno fatte in cemento, tutte uguali, stanno pure ad Avezzano. Prima ci arrangiavamo nelle tende e nelle stalle”.

Nel vecchio borgo non è stato fatto nessun lavoro di riedificazione e i suoi abitanti hanno abbandonato i loro luoghi cari. L’esodo dal paese è stato dettato da motivi pratici: i padroni delle terre e i loro braccianti hanno preferito insediarsi nelle baracche situate sopra i terreni. Altri adattarono ad abitazioni i vagoni ferroviari nella stazione di Morino-Civita. Maria Vernile racconta: “Dopo le persone, la gente, un po’ è andata ad abitare nelle carrozze della stazione, ai vagoni ferroviari, ma tanti li hanno portati a San Michele; a Roma ci siamo andate pure noi all’ospedale San Michele”.

Molti sono stati coloro che, subito dopo il terremoto, sono rimasti nel vecchio paese, utilizzando stalle e baracche. Altri hanno costruito abitazioni provvisorie nel piazzale San Rocco, dove erano state montate le tende dei soldati giunti a Morino per i primi soccorsi. Concetta D’Amico ricorda di aver vissuto in tenda per circa due anni: “Poi mi ricordo che dopo fecero le baracche qui sotto, ma per due inverni siamo rimasti al freddo e tra la neve nelle tende. L’anno del terremoto perché il terremoto è avvenuto a gennaio e poi tutto l’inverno, dopo che fecero le baracche di legno”.

Tuttavia, sembra che un’ordinanza pubblica abbia impedito agli abitanti del paese di rimanere nel borgo e siano iniziati subito i lavori di allestimento delle baracche. Luigino Manni racconta: “C’era uno che comandava, che sarebbe stato don Antonio Ferrante, che era un dottore e il sindaco di Morino. Hanno fatto le baracche qua sotto per i poveracci e i signori si so’ fatti le case più belle. Lì era pieno di morti e non ci stava più niente, e quello che c’era era stato distrutto”.

I morinesi ricordano che è stato un ordine del sindaco di allora a proibire di rimanere nel borgo, ma nessun decreto di sgombero è stato ritrovato nell’archivio comunale. Enrico Giovarruscio dichiara: “Era tutto un paese, poi il sindaco decise di fare il paese giù, ma la gente si ribellò, levarono le campane e le andarono a nascondere, non volevano venire qua. Io ero piccolo, ma me lo ricordo, e il sindaco fece venire i carabinieri da Civitella che achiappettero gli operai e gli dissero ‘In nome del popolo italiano, scavate qua’.” Alla fine fecero due paesi, ma il paese qua era troppo affossato; doveva stare vicino alla ferrovia. Non ci stava la strada, ma potevano fare un mezzo fisso con cui campavano due o tre famiglie.

Quando il paese è stato costruito, intorno al XIV secolo, aveva bisogno di una posizione sicura, in cui potesse essere al riparo sia dai conflitti con i popoli laziali, sia dalle alluvioni e dalle calamità naturali. “Il paese l’hanno fatto in un crinale perché avevano paura dell’acqua che te se incollava… Morino Vecchio stava lì sopra, Canistro stava sopra alla montagna e la stessa cosa Civita.” Ora che le guerre con le comunità vicine non c’erano più e la scienza e la tecnologia erano in grado di garantire agli uomini il controllo della natura, non c’era più la necessità di un luogo protetto e si poteva costruire il paese in uno spazio aperto.

Non tutti però hanno abbandonato il paese, come il fabbro e sua moglie. Anche in tempi più recenti c’è stato qualcuno che ha preferito vivere lì, come Benedetto Marinetti, il padrone di uno dei casali di costruzione più moderna situati dopo la piazza della periferia. Assunta Manni narra: “Dopo il terremoto a Morino Vecchio c’era la commare Binella, Virgilio Costanti, Amerigo, ma sono tutti morti. C’era Benedetto Marianetti.” Dopo il terremoto, quando è stato emanato l’ordine di sgombero, gli unici che hanno continuato a vivere nel paese ormai distrutto sono stati il fabbro e la ferrarella; quest’ultima è rimasta sola nel borgo, quando è morto il marito.

Tutti ricordano a Morino del fabbro e di zia Caterina. Enrico Giovarruscio ricorda: “Una famiglia sola, era gente di campagna, il fabbro, rimasero e lui è morto, e poi è morta sua moglie. Non era spostata casa loro perché vicino al campanile, a quei palazzi lì è morta la gente. Da quest’altra parte è caduta qualche pietra, ma le case erano dritte, non erano spostate… Si chiamava Giuseppe ed era sorano, la moglie si chiamava Caterina; prima è morto lui, invece lei se la stavano mangiando i gatti quando è morta perché non c’era nessuno con loro”.

La ferrarella, secondo la memoria collettiva, aveva poteri magici ed era in grado di guarire il corpo facendo pressione con le dita e recitando formule magiche. Gina Vernile afferma: “Sì, dopo il terremoto c’erano rimasti parecchi; c’era zio Peppino, che s’era fatta quella casa, quella casa vicino all’abate, che gli hanno rubato le finestre. E più giù c’era zio Checchino tanto tempo… Però sopra il paese c’era rimasta solo una vecchia, la ferrarella, come la chiamavano. Il marito faceva il fabbro, e allora ci dicevano il ferraro e la ferrarella. Questa ferrarella, quando ti si storcevano, ti veniva il torcicollo, lei rimetteva a posto, zia Caterina si chiamava e diceva: ‘Madonna della jnestra, levam’attorno sta tempesta, Madonna, deje r’solio, levam’attorno ste demonio’.”

Riferimento autore: Serena Di Fabio.

Aggiungi qui il testo del titolo

Ospitalità e servizi

Resta connesso con Terre Marsicane

TERRE MARSICANE MEWS

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Avezzano (AQ) n.9 del 12 novembre 2008 – Editore web solutions Alter Ego S.r.l.s. – Direttore responsabile Luigi Todisco.

copyright: TERREMARSICANE Servizi e Comunicazione S.r.l.s.

Informazioni e contatto

Invia suggerimenti o materiale integrativo

Utilizza il form sottostante per segnalare delle modifiche o inesattezze e inviare del materiale utile all'ottimizzazione dei contenuti