Con il nome di panarda si indica, specialmente nell’Aquilano, un rituale collettivo di consumo del cibo. Spesso il banchetto è di impostazione devozionale ed è allestito in precise ricorrenze del calendario religioso popolare. L’origine del vocabolo è piuttosto oscura, ma Ernesto Giammarco trova che il termine riconduca alla radice indoeuropea pan, intesa nel senso di abbondanza, tutto.
A Villavallelonga, Capistrello, Pietrasecca, Carsoli e Pereto, la tradizione è rinnovata in onore di Sant’Antonio abate; a Luco dei Marsi è organizzata dal primo Signore della Compagnia dello Spirito Santo per la festività di Pentecoste. A Goriano Sicoli, la Confraternita di Santa Gemma la prepara per rifocillare i pellegrini di Bisegna, paese che, a sua volta, la ripete nella vigilia di San Sebastiano ad agosto per San Domenico Abate.
La panarda, almeno nella forma più elementare e ridotta, può essere considerata il pranzo rituale che le coppie degli sposi consumano sui prati circostanti la chiesa di Santa Scolastica, il 12 febbraio a Corropoli. Al di fuori della sfera sacrale, la panarda è un pranzo solenne, come a Scanno dove apre i festeggiamenti nuziali, o a Paganica dove in passato era indetta dalle famiglie signorili del luogo per solennizzare avvenimenti pubblici e di interesse sociale.
Principi e schemi analoghi a quelli della panarda si riscontrano anche in altri sistemi di consumo e ridistribuzione alimentare: le cene di san Giuseppe, ancora praticate, seppure sporadicamente in Val di Sangro, ed assai più comuni in Molise, in Puglia e in Sicilia, rispondono allo stesso criterio per il quale il cibo, messo in relazione con la divinità, assume valori e connotazioni che superano il dato materiale.
L’aspetto più spettacolare della panarda, almeno attualmente, sta nella quantità delle portate che possono superare anche il numero di cinquantà e nella etichetta che impone ai commensali di onorare la tavola, consumando tutte le vivande allestite. Si narra che in passato, specie in quei casi in cui la cerimonia aveva carattere civile, esistesse la figura del guardino della panarda che, armato di schioppo, impediva agli ospiti di lasciare a metà l’impresa. Racconti popolari tramandano la memoria di epici colpi di cannone sparati ad ogni portata affinché tutti si potessero rendere conto della solennità e dell’abbondanza del banchetto.
In tutti i casi però, il consumo rituale del cibo è associato a un’occasione celebrativa e festiva, e il fatto potrebbe indurre a ipotizzare la sopravvivenza, individuabile in molte altre zone centro-meridionali, di antichi e disgregati residui cultuali di cerimonie di rinnovamento e rifondazione agraria, del tipo dei lectisternia, basati su un rapporto di riconciliazione con la divinità. L’ipotesi, per quanto suggestiva e verosimile, non trova però seri motivi riscontrabili documentali che riescano a risalire oltre il processo di formazione delle confraternite laicali e della riformulazione della drammaturgia medioevale, a cui si riferisce l’assetto cerimoniale e formale di simili espressioni religiose.
È anche il caso di sottolineare, sia pure marginalmente, che il consumo eccessivo del cibo sembra assumere in Abruzzo, in generale, e nella Marsica, in particolare, un valore fortemente simbolico e rituale, anche in occasioni più generiche. Edward Lear, ospite a Trasacco della famiglia De Gasperis, annota: “il pranzo non aveva mai fine e poiché i nostri piatti erano riempiti in continuazione, c’era seriamente da temere un colpo d’apoplessia. I maccheroni, una parola usata in Abruzzo per indicare lunghe strisce di pasta, in estate condita generalmente con pomodoro, furono la cosa che meno potemmo rifiutare, e fin dal giorno di San Beniamino non si vide trangugiare tanta roba quanta noi ne mandammo giù a gran fatica. Bisogna mangiare! E un piatto nazionale! Esclamavano i sei fratelli se indugiavamo di fronte al compito che ci toccava. Non possiamo più, dicevamo noi. Ed essi: Mangiate, mangiate, sempre mangiate.”
Angelo Melchiorre, esaminando la panarda come espressione cerimoniale, traccia una precisa mappa di riferimenti geografici e storici che evidenziano il fondamento del rito più nel consumo collettivo e pubblico del cibo che nella varietà e nell’abbondanza delle vivande, che forse all’origine si riducevano a una minestra di legumi e poche altre semplici pietanze. “Una modestissima cena offerta dalla popolazione di Luco dei Marsi ai preti forestieri che si recavano a predicare nel loro paese, ma che ben presto dovette diventare tutt’altro che modesta”, anzi un vero e proprio banchetto orgiastico “con ubriachezze et altre indecenze, et eccesso de’ secolari dell’uno e dell’altro sesso, non senza scandalo e offesa di Dio.”
Attualmente a Villavallelonga, la panarda presenta una notevole e forse anche discutibile varietà di cibi, che in qualche caso hanno perso i caratteri della gastronomia tradizionale e contadina, uniformandosi al gusto della alimentazione borghese e cittadina. Del tutto assenti, sia a livello di coscienza individuale che di consapevolezza di gruppo, sono gli atteggiamenti di rottura della morale abituale e degli schemi di riferimento uomo-donna nella sfera erotico-sessuale, come ormai perduto il principio della esibizione e della ridistribuzione dei beni alimentari. Questo ha subito nel tempo una modificazione delle logiche e delle ragioni, in cui non si coglie più la posizione dualistica di una classe detentrice del potere economico in contrapposizione con un’altra subalterna e più debole, ma piuttosto l’idea di celebrazione comunitaria e consumo collettivo e devozionale del cibo, con forti permanenze magico-sacrali da cui si dirama una serie di norme comportamentali e di etichette.
Riferimento autore: “La Panarda” (Testi di Maria Concetta Nicolai).