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La Panarda ( I Cibi )

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La Panarda di Fùcino e Cèlano, tra banchetti nuziali e polemiche storiche, celebra la ricchezza culturale e gastronomica della Marsica.

La panarda si distingue da un banchetto comune per la sua cerimonialità e il valore simbolico attribuito all’eccesso e allo spreco, riconosciuto dalla comunità come sacro. Ogni alimento, se presentato con una riconosciuta etichetta comunitaria, può essere incluso nella panarda. Accanto a un repertorio di specialità locali, alcuni cibi tradizionali come il brodo di gallina, i maccheroni carrati e le fave lessate hanno un significato identitario. Questi ultimi, in particolare, sono al centro di una polemica storica tra Villa e Collelongo, riguardo alla loro origine e importanza rituale nel contesto della panarda.

Nel 1982, la disputa tra il poeta Walter Cianciusi, che sminuiva il piatto a base di fave di Villa, e il sindaco Domenico Grande, che difendeva il valore della tradizione, ha evidenziato il forte attaccamento alla cultura agricola della zona. Questo collegamento con le fave è sintetizzato nell’affermazione che chi non consuma fave non può partecipare alla festa, visto che esse onorano il Santo.

Strettamente legato alla tradizione, il rituale del consumo dei cereali e legumi si collega ai festeggiamenti agrari che iniziano con San Martino e culminano in Sant’Antonio Abate. Ovidio, nei suoi Fasti, menziona l’importanza di festeggiare questi eventi con cibi rituali che uniscono il mondo visibile e quello sacro. L’aggiunta di altri piatti alla panarda si è evoluta nel tempo, arricchendosi anche durante periodi di difficoltà economica, come in tempo di guerra, quando i piatti sono rimasti sempre abbondanti.

Oggi, la panarda si è trasformata in un pranzo nuziale con una vasta selezione di piatti, dall’antipasto ai dolci. Ad esempio, quella di Nella è stata particolarmente ricca, celebrando un doppio voto a Sant’Antonio Abate. Nella sua cucina, c’erano piatti tradizionali come il timballo e la carne al forno, mescolati con preparazioni moderne e dolci industriali. Anche le panarde di altri partecipanti, come Giuseppe Bianchi, hanno mostrato una soddisfacente varietà di pietanze, riflettendo la ricchezza gastronomica della Marsica.

Nel contesto di queste celebrazioni, il vino gioca un ruolo centrale, con scelte che variano dal locale a vini considerati più distintivi. Nonostante l’assenza di giovani e bambini, gli anziani partecipano con grande allegria, senza promiscuità, creando un’atmosfera festosa. Durante le veglie, vi è un’usanza di offrire liquori e dolci, un chiaro segno di ospitalità e rispetto verso gli invitati.

Riferimento autore: Maria Concetta Nicolai.

La panarda, per quanto riguarda il cibo, si differenzia da un comune banchetto in quanto l’esibizione e il consumo dei beni alimentari sono cerimonializzati entro il livello simbolico dell’eccesso e dello spreco. Questo aspetto è attribuito pubblicamente da tutto il gruppo a un valore eccezionale, che supera gli schemi materiali per collocarsi nella sfera del religioso. È evidente che qualsiasi alimento, purché presentato con un’etichetta riconosciuta comunitariamente, può essere inserito nella panarda.

Accanto a un repertorio generico di vivande e specialità gastronomiche locali, alcuni cibi fissi assumono una connotazione precisa e identificante. Essi includono: brodo di gallina e vitella, carne lessa, maccheroni carrati all’uovo con ragù di carne di pecora (chiamati di Sant’Antonio), pecora alla cottora, fave lessate e condite, frittelle di pasta lievitata, ferratelle e della frutta con cui sono confezionate le corone. Riguardo alle fave, ho osservato che esse sono state consumate all’inizio a casa dell’avvocato, durante il pasto senza una collocazione fissa da Nella e dal vigile urbano, per poi essere chiuse da Giuseppe Bianchi, che però è tenuto ad adempiere all’obbligo della favata.

Nel 1982, su queste fave, nacque una curiosa polemica tra Walter Cianciusi, noto poeta e studioso di Collelongo, e Domenico Grande, sindaco di Villa. Il primo, rinfocolando un’ostilità storica tra i due paesi, riduceva con disprezzo l’uso di Villa a un semplice pasto a base di fave, rivendicando invece a Collelongo maggiori implicazioni antropologiche. La risposta del sindaco fu immediata e veemente, ribadendo il carattere di lauta e succulenta cena, valorizzando il rituale della consuetudine con ricerche etimologiche sul nome che, sebbene suscitarono l’ironia di Cianciusi, non erano del tutto infondate. La verità sta nel mezzo: all’origine, l’unico cibo rituale dovevano essere proprio le fave, a cui nel corso del tempo si aggiunsero, per estensione del concetto di opulenza, molti altri cibi, alcuni dei quali divennero istituzionali.

L’avvocato, che tra tutti i panarderi attuali conserva un atteggiamento più fondamentalista verso la tradizione, attribuisce un significato simbolico particolare alle fave. Prima di iniziare a mangiare, è consuetudine consumare le fave come un atto di devozione, in quanto esse rappresentano il cibo rituale della festa. Chi non le consuma non è ammesso alla panarda, a significare l’importanza di onorare la festa del Santo.

Oltre alle fave, cereali e legumi costituiscono un elemento costante nei rituali agrari del solstizio d’inverno, iniziando da San Martino e proseguendo attraverso le festività di San Nicola, Capodanno, fino a culminare in Sant’Antonio Abate e concludendosi solo con San Sebastiano e San Biagio. Nella cultura italico-sannita, prima ancora che latina, rappresentavano la base cultuale delle feriae sementive, in cui Ovidio prescrive riti specifici.

L’uso di aggiungere alle fave altri cibi deve risalire a tempi remoti. Molte persone anziane intervistate durante il rito hanno confermato che, anche in tempi di ristrettezze economiche, come durante la guerra, alle fave venivano sempre aggiunti almeno il brodo, il lesso e i maccheroni.

Attualmente, la panarda non differisce dalla qualità di un pranzo nuziale o, per lo meno, festivo. Oltre ai cibi già menzionati, ho potuto constatare la presenza di molte altre vivande, sia moderne che tradizionali. Tra queste, antipasti, salse di maionese, contorni preconfezionati e dolciumi di produzione industriale, insieme a timballo, polpettone, arrosto di agnello, verdure, insalate e ciambelle ripiene di marmellata. La panarda di Nella si è distinta per essere particolarmente sontuosa, in quanto rappresentava l’assolvimento di un doppio voto.Nella è infatti legata a una riconoscenza verso Sant’Antonio Abate per una grazia personale.

Gestire un ristorante le consente di disporre di un apparato strutturale adeguato e strumenti utili per allestire una cena per un gran numero di invitati. Anche le altre panarde, tuttavia, sono state caratterizzate da una notevole varietà di cibi e da un servizio accurato. Giuseppe Bianchi ha privilegiato 52 pietanze tradizionali, mentre Pasqualino Bianchi ha preparato un menù ricco di antipasti, tortellini in brodo, timballo e vari tipi di carne.

In particolare, da Gianbattista Coccia, le porzioni servite rispettavano l’etichetta dell’abbondanza, identificando uno spreco rituale come segno di benessere. Anche riguardo al vino, Gianbattista ha procurato un tipo bianco e fruttato, per conferire al suo convito un segno di distinzione e rispetto verso gli ospiti. Sebbene i partecipanti fossero prevalentemente anziani, il clima era vivace e allegro, senza episodi di eccesso. Il vino è stato consumato durante il pasto, mentre durante la veglia sono stati offerti liquori e dolci di vario tipo.

Riferimento autore: Maria Concetta Nicolai.

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