Testi tratti dal libro Ambulanti a Morino (Testi a cura di Serena Di Fabio)
La storia è celebrata da Mnemosine e decifrare l’invisibile implica una geografia del soprannaturale. Essa funge da ponte tra il regno dei morti e quell’aldilà nel quale ogni cosa che lascia la luce del giorno deve far ritorno. La memoria si trasforma in fonte di immortalità, come sostenuto da Jean-Pierre Vernant.
La principale fonte d’informazione di questo lavoro è la memoria collettiva. Le notizie su Morino Vecchio sono state raccolte attraverso i racconti delle persone anziane sopravvissute al terremoto del 1915. Molti di loro erano bambini o infanti e pochissimo ricordavano di quei tempi, ma sono stati preziosi per la nostra ricerca grazie alle storie raccontate da genitori e nonni. Nelle famiglie tradizionali, infatti, il sapere veniva affidato al racconto orale, mantenendo viva la memoria collettiva, senza la quale sarebbe stato impossibile ricostruire la storia del borgo.
È triste notare che pochi giovani e meno giovani conoscono la storia di Morino Vecchio e che molti di loro rare volte hanno visitato il borgo, anche solo per una escursione. Nessuna cultura dovrebbe permettere che il passato cada nell’oblio, così ogni popolo deve mantenere in vita la propria storia.
La memoria è stata mantenuta viva dalla tradizione orale, ma con la sua scomparsa la storia di piccoli popoli, culture minori e uomini meno autorevoli è andata perduta. Questo lavoro si è prefissato di non lasciare che la storia di una cultura così vicina a noi cada nell’oblio. Sarebbe presuntuoso credere di aver compiuto un’opera esaustiva; abbiamo cercato di fare luce sui ricordi remoti e di far riemergere i vecchi racconti che giacciono nel profondo della nostra memoria.
Visionando il passato, si sono riaperte anche le vecchie ferite. Spesso abbiamo notato la commozione dei nostri interlocutori nel ricordare alcuni episodi, in particolare la mattina del terremoto. La perdita della propria storia porta inevitabilmente alla perdita della conoscenza di sé, e ciò impedisce all’individuo di sentirsi parte della storia e quindi protagonista del proprio destino. L’identità di ogni popolo deve essere costruita piano per piano, senza interruzioni, similarmente alla biografia di una persona, che deve essere ricostruita senza ignorare l’infanzia, passando per la giovinezza fino all’età adulta.
Non possono esserci interruzioni. Il narrare e l’ascoltare storie riportano in vita gli uomini e le donne del nostro passato, con le loro esperienze e i loro vissuti. Per vivere il presente abbiamo bisogno di tutte le esperienze degli uomini del passato, poiché il nostro futuro dipende dall’agire del presente.
Nelle società tradizionali, il sapere era affidato alla memoria collettiva. Per i Greci, Mnemosine era la madre delle Muse, e Cicerone parlava dell’arte della memoria come parte integrante del buon oratore. La destorificazione annulla l’individuo e, senza la propria storia, la comunità regredisce in una massa anonima. L’identità culturale della società di massa è sincronica, centrata sul presente e priva di senso di diacronia, perdendo così l’esperienza tramandata. Quella della società di massa è un universo sincronico, in cui le epoche non si alternano.
Come era Morino
Tutto il periodo del cantiere dell’agosto 1999 e il periodo successivo sono stati impiegati per ricostruire la pianta del vecchio paese, per il quale non esisteva alcuna cartina, mappa o rilievo. Per arrivare alla struttura originaria del paese, si è dovuto procedere a uno studio architettonico e a un’analisi delle attività economiche, dei costumi, delle classi sociali e delle istituzioni. Grazie a questo lavoro abbiamo ricostruito la struttura del vecchio centro.
È emerso che a Morino Vecchio c’erano le mura di cinta, due chiese, un palazzo signorile, un frantoio, un convento, le scuole elementari, una fontana e un’osteria. Prima dell’istituzione del cantiere, il paese era totalmente abbandonato e ricoperto di rovi e cespugli. È stato necessario un primo lavoro di pulizia e decespugliazione. I nostri informatori, Luigino, Binella, Maria, Duilio, Anna ed Enrico, ci hanno aiutato a ricostruire strade e vicoli e a localizzare le posizioni di palazzi e abitazioni prima del terremoto, di cui oggi esistono solo ruderi.
La popolazione morinese era distintamente divisa in gruppi ben precisi. C’erano poche famiglie che detenevano il potere sociale ed economico, come i Facchini e i Ferrante, che possedevano il 50% delle terre, il frantoio e il mulino. Alcuni amministratori locali, fra cui la guardia campestre, la guardia municipale, il portalettere e l’insegnante, avevano anche un ruolo importante. La maggior parte della popolazione viveva di agricoltura e pastorizia, dipendendo dai padroni dei campi e delle mandrie, con una netta divisione economica tra i ricchi e i poveri.
I ricchi risiedevano nel centro del paese, mentre i poveri si trovavano nella periferia. Osservando i vicoli, si nota come andando dal centro verso la periferia ci si sposti da grandi abitazioni a case più piccole, spesso con cantine destinate a custodire animali. Nella piazza principale, si trovava la chiesa di Santa Maria, e dietro a essa il convento delle suore del Preziosissimo Sangue, che ospitava asilo e scuole elementari.
Una delle testimonianze più preziose è quella di Gina Vernile, che ricorda la scuola del vecchio paese, dove frequentò la prima elementare. Sotto la piazza di Santa Maria sorgeva il palazzo dei Facchini, di cui sono visibili i resti degli alti muri. Enrico Giovarruscio racconta che la parte più danneggiata fu quella vicino al campanile, dove molte persone rimasero intrappolate.
Presso il palazzo rimangono intatte le botti di cemento di proprietà dei Facchini, che utilizzavano per conservare una grande quantità di vino, a testimonianza dell’importantissimo passato vinicolo di Morino. A sì vicino alle botti si trovava il frantoio dei Facchini. Percorrendo il sentiero dal campanile, possono osservarsi i resti di case le cui pareti sono di gran lunga meno imponenti rispetto a quelle del palazzo.
Dietro ai ruderi delle case, in alcuni tratti, è possibile vedere poche tracce delle vecchie mura di cinta. Sulla stradina che conduce da Grancia al borgo, c’era la rivendita di vino dei Tocci, delle cui ampie cantine scavate nel terreno sono ancora visibili. Giunti alla fine del sentiero, si apre una strada che conduce alla piazza di San Rocco, situata al di fuori delle mura di cinta. Gina Vernile ricorda che San Rocco era la periferia, all’entrata del paese, assieme alla casa di zi’ Peppino e il palazzo dell’abate.
Nel piazzale esterno ci sono tre casali residenziali, di cui solo l’ultimo, di proprietà della famiglia Marinetti, è in forte degrado, essendo costruito in epoche più recenti. Sempre in periferia, sotto i ruderi della chiesa di San Rocco, si trovava l’ossario, dove venivano collocati i morti dopo il terremoto. Luigi Manni ricorda che dopo il terremoto i morti venivano accatastati e che questo ossario divenne luogo di curiosità per i ragazzi.
La bellissima chiesa di San Rocco conserva ben poco, ma già prima del terremoto la sua stabilità era precaria. Il parroco dell’epoca, don Luigi Carnevale, chiedeva continuamente fondi per la ristrutturazione. È stato rinvenuto un progetto di una nuova chiesa, probabilmente redatto dal parroco stesso.
Di fronte alla chiesa c’era il vecchio fontanile, dove l’acqua sgorgava da una statua di un uomo a cavallo di una botte. La fontana era formata da due vasche. Gina Vernile ricorda che c’era una statua che buttava l’acqua e che noi la chiamavamo Melchiorre. Su questi dati, i nostri informatori sono stati concordi, mentre sulla localizzazione di altre strutture i ricordi risultano più discordanti.