Maria Taraddei, 86 anni, casalinga. L’intervista è stata realizzata senza il supporto del nastro magnetico, pertanto si riportano solamente i dati essenziali. La signora vive a Roma da molti anni, ma torna a Morino solo nel periodo estivo. Ci ha fornito alcune informazioni sulla struttura del paese antico, principalmente sull’assenza di orti all’interno del paese e sulla presenza di due chiese, Santa Maria e San Rocco, dove è stata battezzata e cresimata. Difficilmente ricorda che le donne realizzassero lavori di artigianato, circoscritto per lo più al confezionamento di calzerotti di lana per gli stivali o alla lavorazione di coperte anche per conto di terzi.
Racconta, però, che un tempo le donne belle del paese gareggiavano “a chi faceva le fettuccine più dritte”. Questa pasta fatta in casa veniva poi esposta in piazza, forse per carnevale. Ricorda che dopo il terremoto abitava “alle baracche”, dove comunque si viveva bene e i bambini giocavano con la neve. Infine, ci dà qualche notizia etimologica, spiegandoci come il nome di Grancia derivi da “granaio”, riferendosi al granaio dei benedettini che era presente già da tempi antichi. Questo granaio, risistemato dopo il terremoto, è stato recentemente distrutto per la realizzazione di un albergo. Anche il frantoio e la mola sono stati distrutti da lavori di ripristino.
Maria Vernile, 85 anni, terza elementare, casalinga, racconta di essere nata a Morino Vecchio il 28 gennaio del 1914. È stata a Roma per quarant’anni e adesso vive lì. Nasce in casa, come allora si usava, e racconta della levatrice di nome Angelina, sposata con i Marianetti. Ricorda di essere rimasta sotto le macerie per dodici ore, dalle 6 del mattino alle 6 di sera, prima di essere estratta dal braccio da suo padre. Una trave crollata le salvò la vita, ed era un “avanzo di terremoto”, come la chiamava sua madre. Non ricorda molto del terremoto stesso, solo ciò che le è stato raccontato.
Racconta che dopo il terremoto molte persone si spostarono, abitato in vagoni ferroviari o a San Michele a Roma. Don Luigi Carnevale, il prete che ha costruito la cattedrale, si trovava a Morino. Ricorda case “tutte una sopra l’altra” e parla di una panca con una madonna in ceramica vicino al campanile. Alcune persone preferirono restare nel villaggio per la terra. In particolare, la nonna Miranda aveva un terreno che partiva dalle case di Luigi fino al fiume. Tornando a parlare delle proprie origini, racconta che i genitori coltivavano la terra e che suo nonno era andato in America, rimanendo cinque anni in Argentina a Mendoza.
Maria ricorda anche i giochi a Morino Vecchio, come pattinare davanti alla chiesa e lo sfondamento della neve in inverno. Durante i periodi di difficoltà, non avevano molto da mangiare e con i resti facevano pizza sotto il coppo con la farina della polenta. Quando i soldati arrivarono, se ne andarono presto poiché erano congelati. La madre, contadina, allevava galline e si ricordano delle baracche e delle condizioni di vita a Morino.
Infine, si raccontano di animali, frantoi e del brigante Guidone, associato a storie di povertà e sfruttamento. In seguito, il racconto si fa più poetico con ricordi di piatti e cibi, cui si accompagnavano aneddoti sulle bellezze e le miserie del paese, come feste e canzoni. Le vecchie storie di Fiorino e delle loro tradizioni musicali danno vita a un mondo di ricordi e immagini d’infanzia.
Gina Vernile in Di Fabio, casalinga, racconta di un’immagine del terremoto che è ben impressa nella sua mente. Ricorda il scommarello, un mestolo di rame usato per bere. Si ricorda di Marcantonio, il fratello di sua madre, mentre il paese si spaccava in macerie. La famiglia si rifugiò al piazzale e poi a Roma con la nonna, dove rimasero per circa un mese. La stazione si trovava dove è adesso e i vagoni erano utilizzati per dormire. La vita nei vagoni era difficile, con freddo, pioggia e neve.
Gina descrive com’era prima del terremoto Morino: ricorda la chiesa e la casa dove abitavano, vicino a San Rocco. Racconta anche delle macerie e di come le case siano state distrutte, insieme agli oggetti all’interno. Inoltre, fa riferimento ai negozi e alle botteghe, come quella di Mariola, e accenna alla mancanza di alcuni elementi del passato, come le prime calze di nylon.
Infine, emergono storie di feste e tradizioni, con le processioni e gruppi musicali, così come racconti di giochi e momenti di svago tra le famiglie. Arcobaleni di ricordi si intrecciano per rivelare la vita dura e fiera di un tempo che sembra distante, ma, in fondo, è rimasta viva nel cuore delle persone che lo hanno vissuto. Questi racconti di vita quotidiana, di sfide e speranze, continuano a tessere l’identità di Morino.
Riferimento autore: A.A.d’a.