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Il Terremoto

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Dalla tragedia alla memoria collettiva: la Marsica si aggrappa ai ricordi per risorgere dalle macerie del sisma del 1915.

Il 13 gennaio 1915, un sisma devastante colpì la Marsica e la valle Roveto, con epicentro ad Avezzano, ridotta in macerie e con una popolazione decimata. A Morino, pur essendo il paese parzialmente risparmiato, si registrarono comunque vittime e danni. I racconti degli abitanti evidenziano come, dopo il terremoto, molti cedettero alla tentazione di riutilizzare materiali da costruzione delle vecchie abitazioni per le nuove. Testimonianze come quella di Gina Vernile raccontano di come molti abbiano approfittato delle macerie, portando via pietre e travi. La ricostruzione si comportava quindi in una maniera misera e disordinata.

Maria Vernile, una delle sopravvissute, ricorda che la maggior parte delle donne era in chiesa per la messa quando il terremoto distrusse il paese. Rimanendo seppellita per dodici ore tra le macerie, fu il padre a salvarla, evidenziando la drammaticità della situazione. A Morino, il numero dei morti fu di centodieci, un dato estremamente esiguo se paragonato ai circa duemila sopravvissuti di Avezzano, che prima del sisma contava circa dodicimila abitanti.

Molti morinesi portano ancora i ricordi di quella tragica mattina, difficili da scordare a distanza di anni. Enrico Giovarruscio, ad esempio, racconta come sua madre, rimasta intrappolata nel negozio durante il terremoto, riuscì a salvarsi in modo fortuito. Anche Concetta D’Amico narra la perdita di un fratello di soli sette anni, il cui corpo fu ritrovato dopo mesi, grazie a un sogno della madre. I racconti si intrecciano con la memoria collettiva di quel giorno, quando le famiglie si radunarono per trovare rifugio e conforto nelle macerie di un paese distrutto.

I ricordi di quella giornata tragica, trasmessi da chi l’ha vissuta ai più giovani, rimangono impressi nei racconti di vita quotidiana. Assunta Manni narra delle ultime parole pieno di vita di una zia che, in cerca di noci, si trovò a guardare inorridita la distruzione che la circondava, rendendo la tragedia ancor più palpabile e umana.

Riferimento autore: Ambulanti a Morino (Testi a cura di Serena Di Fabio).

Testi tratti dal libro Ambulanti a Morino (Testi a cura di Serena Di Fabio)

Il 13 gennaio del 1915, un sisma di intensità dell’undicesimo grado della scala Mercalli colpì tutta la Marsica e la valle Roveto. L’epicentro del terremoto fu Avezzano, che fu rasa al suolo e la sua popolazione decimata. Il vecchio paese di Morino non fu totalmente distrutto. Tutti i nostri informatori ricordano che il borgo non riportò gravi danni e che le case non furono completamente distrutte. Tuttavia, quando il paese fu abbandonato e fu ricostruito a Morino e a Grancia, molti prelevarono dalle vecchie abitazioni le pietre e le travi, utilizzandole per la costruzione dei nuovi centri. Gina Vernile ricordò: “C’erano le case buone ancora, poi chi si è fatto la casa per conto suo andava a spallare le case vecchie… Allora gli architravi erano di legno e i muri si spallavano con facilità”.

Certo è che il saccheggio dei materiali è durato fino ai nostri giorni. Maria Vernile commentò: “Non era costruito meglio, ma quelli che dovevano ricostruirsi la casa andavano a ricorda precisamente la mattina del terremoto. Secondo la sua testimonianza erano le otto di mattina e la maggior parte delle donne del paese erano in chiesa per la messa del mattino”. Raccontò: “… eravamo io e mio fratello vicino al camino e ci stavamo vestendo. Abbiamo sentito dei rumori e iniziato a cascare tutto, a me è cascato addosso un barattolo di sottaceti. Ci siamo presi per mano e siamo andati fuori per vedere cosa stava succedendo. C’erano tutte macerie, questo lo ricordo bene. Qualcuno ci ha soccorso e siamo andati alla piazza”.

Maria Vernile rimase seppellita dalle macerie per dodici ore, aveva un anno. Fu suo padre a tirarla fuori dalle macerie e da allora, quando faceva arrabbiare sua madre con le sue birichinate, la chiamavano “avanzo di terremoto”. Maria Vernile aggiunse: “Sono rimasta sotto le macerie per dodici ore dalle 6 del mattino alle 6 di sera… sono stata estratta dal braccino, mio padre aveva fatto il buco e mi ha tirato dal braccino”. Sopravvisse grazie a una trave che fece arco e la salvò.

Altre persone a Morino Vecchio riuscirono a prendersi le pietre e fortunatamente a mettersi in salvo, e ancora oggi continuano a portarsele via. Ma anche a Morino il terremoto fece le sue vittime: i morti furono centodieci. Certamente un numero esiguo, se si pensa che ad Avezzano furono solo duemila i sopravvissuti, mentre gli abitanti prima del terremoto erano circa dodicimila. Pochi sono i morinesi in grado di ricordare la mattina del terremoto e discordi sono i pareri sull’ora del sisma. Questa è stata certamente la parte più difficile della nostra ricerca. A distanza di tanti anni, ripensare a quella mattina provoca in loro commozione e dolore.

Angelina Tenerini aveva appena sei anni e cercava un rifugio nel quale ripararsi durante il terremoto. Enrico Giovarruscio, che all’epoca aveva cinque anni, ricordò che sua madre era andata a Morino Vecchio a fare la spesa la mattina presto. Entrò in una bottega, quando improvvisamente iniziò il terremoto. La padrona di casa riuscì a scappare, mentre sua madre sprofondò nel pavimento ed andò a finire in mezzo a due botti di vino. Riuscì a salvarsi uscendo pian piano da un buco.

Concetta D’Amico ci ha raccontato di aver perso suo fratello, che all’epoca aveva sette anni, nel terremoto. Il suo corpo fu ritrovato dopo tre mesi. Una notte apparve in sogno alla madre, mostrando il luogo in cui era rimasto seppellito. Era a Morino Vecchio, vicino alla loro casa. La madre, dopo il sogno, andò a cercarlo dove lui le aveva indicato e lo trovò.

Concetta D’Amico ricordò: “Una cosa che mi ricordo proprio bene è quando c’è stato il terremoto. Ero a casa con mia nonna che stava con noi da quando ero bambina. Stavo con i miei fratelli: uno aveva sette anni e l’altro dieci. Questo che aveva sette anni diceva alla nonna: ‘Io debbo andare alla messa, che le suore mi hanno detto che devo andare alla messa per pregare per papà’ che stava in ospedale, perché qualche giorno prima si era fatto male a una gamba. Dopo pochi minuti che era uscito, è successo il terremoto.”

Infine, gli eventi di quel giorno venivano raccontati da chi li aveva vissuti ai più giovani. Assunta Manni raccontò: “Zia Ninnia era andata a prendere delle noci qua sotto di nonna Candeniella e le teneva in cima nel grembiule, chiamò il nipote Antonio Manni: ‘Ve’ ecco a zia che ti do un poco di noci’. Allora guardò le noci per poterle dare e iniziò a suonare tutto, tutte le noci. Dopo di questo, uscì il padre dalla casa: ‘Antò, povera creatura me ve’ ecco’ e si girarono verso Morino Vecchio, vedendo tutta una fumera.”

Riferimento autore: Serena Di Fabio.

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